Bergoglio inflessibileEcco perché il cardinale Giovanni Angelo Becciu si è dimesso

I motivi delle dimissioni (in realtà una decardinalizzazione) sembrerebbero legati all’acquisto dell’immobile di lusso a Londra nel 2013, per la somma di 200 milioni di dollari. Le indagini però sono salite di livello, scoprendo un sistema di scatole cinesi gestito dal presule sardo

Afp

Sono bastate le parole di uno scarno comunicato, diffuso poco prima delle 20:00 dalla Sala Stampa della Santa Sede, a provocare un terremoto mediatico che da Oltretevere si è diffuso velocemente a livello mondiale. Al termine di una movimentata udienza, come si apprende da fonti interne, Papa Francesco ha infatti «accettato la rinuncia dalla carica di prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e dai diritti connessi al cardinalato, presentata da Sua Eminenza il cardinale Giovanni Angelo Becciu». 

Tramonta così uno degli astri della Curia romana, che, alla fine del pontificato di Benedetto XVI, è stato, nelle vesti di sostituto, una delle tre B al comando della macchina statale vaticana insieme con gli allora segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, e sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, Ettore Balestrero.

Con l’elezione pontificia di Jorge Mario Bergoglio nulla era cambiato per Becciu, che, nato a Pattada, nel Sassarese, il 2 giugno 1948 ed entrato nel corpo diplomatico della Santa Sede il 1° maggio 1984, era stato nominato arcivescovo, il 15 ottobre 2001, da Giovanni Paolo II arcivescovo titolare di Roselle e nunzio apostolico in Angola. Trasferito il 23 luglio 2009 alla nunziatura apostolica di Cuba da Benedetto XVI e da questi, come detto, nominato sostituto per gli affari generali il 10 maggio 2011, il presule sardo, complice anche la sua apparente remissività, si era saputo infatti guadagnare la fiducia di Papa Francesco, restando così il numero 2 della Segreteria di Stato fino al 29 giugno 2018.

All’indomani, cioè, della sua creazione cardinalizia da parte dello stesso Bergoglio, che, il 26 maggio, lo aveva nominato prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Nel volgere delle scorse ore Becciu è decaduto da una tale condizione elevata ed è passato dalla gloria degli astri romani all’infamia: non più prefetto della “fabbrica dei santi”, per usare l’irriverente metafora di Laura Fezia, non più elettore nel futuro conclave, non più, complessivamente, detentore dei «diritti connessi al cardinalato».

Espressione, questa del comunicato della Sala Stampa, mai prima d’ora utilizzata e non del tutto perspicua, con cui è da intendersi che a Becciu è rimasto la mera qualifica di cardinale, svuotata però di ogni contenuto. Di cui fu anche privato – e sarebbe questo il diretto antecedente di “decardinalizzazione” completa di un componente della Curia romana – Louis Billot, il 13 settembre 1927, da Pio XI per aver apertamente sostenuto il movimento politico Action française e il suo ideologo Charles Murras.

Per quanto non resi noti, i motivi delle dimissioni di Becciu sono da ricercarsi, senza tema di smentita, nell’inchiesta relativa all’acquisto dell’immobile di lusso di Sloane Avenue 60 a Londra, nel 2013, per la somma di 200 milioni di dollari, provenienti dalla cosiddetta terza banca vaticana, ossia un fondo strutturale in seno all’Ufficio amministrativo della Sezione Affari Generali, di cui Becciu era all’epoca sostituto.

Uno Ior parallelo, in sostanza, non controllato da nessuno e sul quale confluivano anche fondi provenienti dall’Obolo di San Pietro per investimenti in Paesi offshore e compravendite immobiliari, come quella londinese. A essere problematico non è certamente l’acquisto dello stabile di lusso nella capitale britannica quanto i gravi indizi di «peculato, truffa, abuso d’ufficio, riciclaggio» gravanti sull’operazione accennata e documentata dalla magistratura vaticana a carico di ecclesiastici e laici. 

La pentola è stata a poco a poco scoperchiata solo con l’operazione di totale trasparenza che, avviata tra mille difficoltà da Benedetto XVI, è stata messa progressivamente in atto da Francesco fino al Protocollo anti-corruzione tra Segreteria per l’Economia e Ufficio del Revisore generale della Santa Sede, siglato il 18 settembre scorso.

Ma un contributo non da poco è stato offerto dal libro Avarizia e dalle successive inchieste su L’Espresso di Emiliano Fittipaldi (attuale vicedirettore di Domani) e dalle varie pubblicazioni di Gianluigi Nuzzi, in particolare Giudizio universale, che, edito nell’ottobre 2019, ha avuto il merito d’offrire ampie informazioni su quella contabilità riservata, ribattezzata “terza banca” dal defunto arcivescovo Francesco Saverio Salerno (già segretario della poi soppressa Prefettura per gli Affari economici).

Di essa così ne tratteggia genesi e fini Nuzzi nel capitolo I tesori nascosti della Segreteria di Stato, che è certamente tra i più interessanti e riusciti dell’intero volume: «L’ufficio amministrativo faceva parte della prima area, quindi è credibile che non rientrasse nel campo visivo del pontefice. La terza banca è nata agli inizi degli anni Settanta con Paolo VI, ai tempi di Michele Sindona, quando a un diplomatico di carriera come monsignor Gianfranco Piovano, vicino al futuro segretario di Stato Angelo Sodano, fu affidato il compito di creare un fondo strutturale in segreteria, lontano dagli scandali e dagli artigli dello Ior di Paul Marcinkus e dell’Apsa, per coprire le necessità del papa: un deposito pronto per ogni emergenza. Si trattava appunto della terza banca, con conti allo Ior e, all’epoca, all’Apsa, attività finanziarie nei paradisi fiscali (Isole Vergini e Svizzera), e anche un misterioso e cospicuo conto segreto riconducibile alla Cei, nascosto ai vescovi. Proprio dai fondi di questo istituto si reperirono i 406 milioni di dollari per rimborsare negli anni Ottanta i piccoli azionisti del Banco Ambrosiano dopo il crac di Roberto Calvi. Leggenda vuole che per raccogliere i primi capitali Piovano abbia contattato alcuni imprenditori milanesi indicati da papa Montini. Da qui sarebbe nato tutto. Un collegamento diretto tra questo ufficio e la Cei lo stabilisce anche monsignor Salerno».

Questo lo scenario segreto in cui si è mosso disinvoltamente il presule sardo e in cui è stata condotta l’operazione dell’immobile londinese, che il 29 ottobre 2019 il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, non esitava a definire opaca e necessitante di un intervento chiarificatorio della magistratura.

Affermazioni subito liquidate da Becciu come infanganti e respinte in modo sdegnoso. Ma nel fango era invece immerso fino al collo l’ex numero 2 della Segreteria di Stato, come ha dimostrato Massimiliano Coccia in un’inchiesta che, in edicola domenica prossima su L’Espresso, spiega pienamente il motivo delle dimissioni del cardinale senza porpora.

Non solo investimenti vaticani in fondi speculativi offshore, ma anche tre finanziamenti a fondo perduto (i primi due per l’ammontare complessivo di 600.000 euro erogati dalla Cei nel 2013 e 2015, il terzo di 100.000 dall’Obolo di San Pietro) a favore delle cooperativa Spes, braccio operativo della Caritas di Ozieri (Ss), il cui titolare e rappresentante legale è Tonino Becciu, fratello del presule.

Un sistema nepotistico a tutti gli effetti, che, vizio antico tra gli uomini di Oltretevere, Becciu ha consolidato nel tempo se si tiene in conto, come documenta Coccia, che «un altro fratello del cardinale, Francesco, titolare di una ditta di falegnameria, avrebbe arredato e ammodernato numerose chiese in Angola e a Cuba». 

Per non parlare della società Angel’s srl, finalizzata alla distribuzione specializzata e consulenza nel food & beverage, il cui rappresentante legale e socio di maggioranza al 95% è un terzo fratello, il professor Mario Becciu, docente invitato di psicologia presso l’Università Salesiana di Roma.

«Utilizzando – spiega Coccia – il mercato della solidarietà, così come fa la cooperativa Spes di Tonino Becciu, la società di Mario Becciu ha prodotto ed imbottigliato la “Birra Pollicina”, una birra che attualmente non si trova in commercio e di cui non è possibile trovare alcune traccia nella distribuzione, se non in alcuni locali e su commesse opportunamente indirizzate da parte di enti ecclesiastici i quali, interpellati, hanno congiuntamente affermato che l’indicazione di acquistare i prodotti dalla Angels’s srl proveniva direttamente dal cardinal Becciu o da persone a lui vicine».

Anche se il giornalista de L’Espresso non ne parla, bisognerebbe, a titolo di completezza, aggiungere Maria Piera Becciu, nipote del presule, che fu assunta nel 2011 come segretaria personale dall’allora padre Franco Decaminada, presidente fino al 2012 dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata (Idi), coinvolto nel crac finanziario della Provincia italiana dei Figli dell’Immacolata Concezione.

Giovanni Angelo Becciu è stato protagonista, con il cardinale Giuseppe Versaldi, di una serie controversa di operazioni che hanno portato nel 2015 alla creazione della Fondazione Luigi Maria Monti (nata da una partnership tra la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione e la Segreteria di Stato), che ha acquistato nel 2015 l’Idi in stato di fallimento.

Se le dimissioni si tradurranno per Becciu in conseguenze peggiori non è dato al momento da sapere. Ma evocano in non pochi, all’ombra del Cupolone, un’immagine di Bergoglio inflessibile, realizzatore del passo della 1° Lettera di Pietro: «È giunto il tempo che il giudizio cominci dalla casa di Dio». Non resta che attendere e vedere.

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