Letture L’insalata russa, metafora della nonna

Dopo i romanzi “La casa madre”, “Animali domestici” e “Carissimi”, Letizia Muratori si cimenta nella scrittura del cibo e attraverso il piatto più amato racconta il carattere di sua nonna, ricordando il momento storico in cui comprare al supermercato aveva un valore politico di indipendenza

Esce domani il nuovo libro di Letizia Muratori, pubblicato da Slow Food editore: un piccolo capolavoro dedicato a un piatto e a un personaggio, che porta la scrittrice a cimentarsi con la narrazione del cibo. 

Una nonna, Antonietta Muratori Carducci, una nipote scrittrice, Letizia appunto, una famiglia lungo le traversie della vita, punteggiata, qui e là, dal piatto della padrona di casa, l’insalata russa o, per dirla con Antonietta, la maionese. Ogni protagonista di questa opera corale ha il suo speciale rapporto con la nonna, e quindi con il piatto, che diventa l’espediente narrativo per costruire una storia e tratteggia un modello di società lontano dal nostro, ma non per questo dimenticato dall’autrice.

C’è il cibo, c’è la famiglia, ci sono i pranzi e le feste insieme, ma c’è anche una visione di una certa visione borghese che emerge tra le pieghe di una ricetta che è dirompente nella sua semplicità complessa. E che è diventata protagonista per permettere a Letizia Muratori di esplorare il suo personaggio favorito, che aveva già nascosto tra le righe degli altri suoi romanzi.

Perché hai scritto questo libro e che cosa ci vuoi raccontare?

Questo libro è il ritratto di una generazione, quella di mia nonna, per cui il cibo industriale non era il demonio.

E poi c’è la mia generazione: per noi, cresciute negli anni ’80, nelle case non era arrivata neanche a livello delle madri né tantomeno delle nonne l’idea che il cibo moderno fosse qualcosa di cui doversi vergognare, anzi era il contrario.

Venivamo da un società in cui l’idea di comprare qualcosa al supermercato era liberatorio, aveva anche un valore politico di indipendenza. Ora i giovani non possono capirlo.

Mi interessava più che mai fare questa riflessione su una piattaforma come Slow Food, che da sempre propone tutt’altro, raccontare il canto del cigno di un modo di pensare, con il punto di vista di una persona che è cresciuta in questo ambiente e che vi si è adeguata.

Mi interessava raccontare quel tratto anche sociale e quel periodo in cui le donne – perché questo è indubitabilmente un racconto matriarcale – attraverso la grande distribuzione e la cucina da supermercato, vivevano la loro casalinghitudine come qualcosa di avanguardistico.

Al di là del fatto di raccontare un personaggio con un carattere fatto a suo modo, quello che speravo è che ci fosse anche la possibilità di riconoscersi, che si trovasse un filo comune a tutti.

E svelare il falso mito che passa all’estero che in Italia viviamo da sempre una cucina tradizionale immobile, mai troppo toccata dai prodotti industriali.

Com’è, da scrittrice, affrontare il tema del cibo?

Non avrei mai pensavo che mi capitasse.

Il cibo è un po’ come il sesso, da scrivere: è una cosa rischiosissima.

Come tutte le cose che hanno a che fare con la materia, non è semplice: puoi essere noiosissimo, quando scrivi di cibo. Lo puoi troppo ritualizzare o comunque dargli un’importanza eccessiva.

E poi lo scrivere di cibo è ormai una branca della scrittura a sè: inoltrarsi in quel mondo può essere rischioso.

Il cibo non è fotogenico: al di là di modi professionali di fotografarlo bene, se tu fai una foto a un piatto può venire una schifezza. Ed è uguale per la scrittura: se racconti il cibo e basta, rischi di fare un disastro. Devi cercare di inserirlo in un contesto narrativo, devi usare il cibo per mettere in moto una storia. Ecco: il cibo deve essere funzionale a una storia.

Non dev’essere un condimento, ma la sostanza centrale.

E che cosa c’entra l’insalata russa?

Questa collana è azzeccata perché attraverso un piatto ti permette di raccontare un personaggio.

Io non avrei mai scritto un intero racconto su un personaggio se non avessi avuto la scusa dell’insalata russa.

Se usi un piatto per raccontare una persona o un ambiente è forse una delle vie più facili.

Da sola non avrei mai scritto un racconto sul cibo: con il cibo ho un rapporto tutto mio, più che di cibo sarebbe stato un racconto di diete. Vivo perennemente a dieta, come molti me le sono fatte tutte, da quella del minestrone a quella delle proteine, finendo per mangiare malissimo, anche molto o anche niente.

Ma al di là delle mie patologie, che non avrei potuto raccontare se non in chiave grottesca, invece raccontare un piatto elaborato che è cibo e anche decorazione, un piatto che può essere al tempo stesso buonissimo ma anche uno schifo allucinante, lavorare su un piatto così complesso e ingannatore, mi ha permesso di tirare fuori un personaggio così importante.

Tutto è tranne uno scritto minore, per me: non mi è parso vero di poter scrivere un grande personaggio, grande per me naturalmente, che c’è anche in tanti altri miei libri, camuffato. E ho potuto farlo attraverso la mediazione del suo piatto forte. L’ho scritto con grande slancio, è stata per me un’occasione.

Quindi via libera alla narrazione del cibo?

In un’epoca in cui tutto ruota intorno al cibo, lo scrittore cosa deve fare? Deve trovare una storia. Il racconto del cibo a cui siamo abituati dipende forse anche dall’eccessivo confronto tra chi fa il cibo e chi lo mangia: è da questo continuo scambiarsi impressioni, da questo continuo backstage, che la narrazione del cibo è diventata noiosa. Come quando arriva al tavolo il cameriere e ti elenca ingredienti e procedimento: io mi vorrei buttare! L’unica via d’uscita è inserirlo in un racconto, cogliere attraverso il cibo il senso della vita.  Scriviamoci delle storie, a prescindere dal cibo in sè.

Perché chiedere a uno scrittore di parlare di cibo?

Commissionare una cosa sul cibo fa parte della maturità estrema di questa cibomania, del buongustaismo universale che dilaga, e sulla quale non ho nulla di critico. Ma a proposito della generazione di mia nonna: loro non parlavano mai di cibo. Non si chiamava mai ‘cibo’, il cibo alla sua epoca era quello per i cani.

Poi ci siamo americanizzati, ed è entrato il food nella nostra vita: ma era un’altra cosa.

Non sono nostalgica di quel periodo: sono contenta che si mangi tutti meglio e si stia più attenti e si abbia voglia di esplorare: questa esplosione del gusto non è negativa in sé, ma è un po’ paradossale.

Parlare solo del cibo e del vino era una cosa ritenuta non appropriata, in altre epoche.

Il cibo un tempo non esisteva nella nostra mente: poi è entrato il mondo del food e ci si può fare letteratura e sport, è diventata una disciplina.

Chiariamoci: il food slow lo amiamo tutti.

Credo che chiunque si occupi di questo argomento, anche quelli che hanno costruito la loro fortuna in questo ambiente, debbano tenere presente questo cambiamento sociologo e antropologico immenso.

Che cosa non sarebbe piaciuto, alla nonna, di questo periodo?

Il cibo per lei era una cosa di animali o scientifico, non aveva a che fare con la nostra quotidianità, con il nostro alimentarci ed è per questo che è interessante una collana fatta di piatti, di essenze singolari, di ricette uniche, di singole entità per sottolineare questa diversificazione.

Se tu a mia nonna presentavi una roba impiattata te la tirava in testa: non so come l’avrebbe preso, anche se l’impiattamento è decorativo. L’avrebbe sicuramente appassionata, perché lei era una persona molto abile, sia da un punto di vista manuale che mentale. Non era brava a cucinare ma presentava i piatti in modo scenografico, perché aveva una grande manualità.

Si sarebbe incuriosita di un certo tipo di cucina ma l’idea di impiattare era quasi offensiva nelle case borghesi.

Infatti l’insalata russa è il piatto da buffet per eccellenza: era il più rappresentativo di un certo modo di ricevere. Il punto non era il cibo, ma il ricevimento: l’idea che c’era una convivialità che non era legata tanto a gustarsi il cibo a tavola, ma ad un altro modello di società.

Letizia Muratori, Insalata russa, Slow food editore

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