Diversità e “ugualità”La manager dal cuore giallorosso (grazie anche a Eduardo De Filippo)

In Italia dal 1978, la Tewolde si definisce più romana che asmarina. Oggi è direttore esecutivo di Italia Africa Business Week, ma la storia della sua vita è piena di sorprese e incrocia anche quella del grande attore napoletano

Nuove Radici

«Sono donna, sono mamma, sono over 50, sono riccia… sono etero, sono cristiana e sono, ed è l’unica cosa che conta veramente… Mehret». Chi si racconta così è Mehret Tewolde, eritrea, in Italia da quando aveva 13 anni, attivista da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani, direttore esecutivo presso Italia Africa Business Week, fa parte del Comitato Multicultural Diversity & Inclusion.

Perché proprio in Italia?
C’era già mia madre, lavorava come collaboratrice domestica. Ha lavorato anche a casa di Edoardo De Filippo, che per me rappresenta l’altra mia famiglia, anche per tutto quello che ha fatto per noi. Mia madre era rimasta vedova a 16 anni, io ho vissuto con parenti e poi in istituto. Venire in Italia è stata la cosa più facile. Bastava un contratto di lavoro. Ho preso la cittadinanza italiana dopo essermi sposata. Sono a Roma dal 1978, sono più romana che asmarina….

Scuole?
Ragioneria e poi Economia e Commercio. La fortuna della mia vita è stata Edoardo De Filippo. Prima ci mise a disposizione una casa. Poi mi indirizzò a lavorare allo Ior, l’Istituto per le Opere di Religione del Vaticano. Ci entrai nell’84 come impiegata informatica. Ci sono rimasta fino al 2011 quando ero diventata oramai dirigente del settore informatico. Il mio capo allo Ior era una persona all’avanguardia, non aveva pregiudizi, né di genere né legati al colore della mia pelle.

Poi nel 2011 ha cambiato tutto.
Avevo bisogno di altro. Sono diventata life business coach e ho iniziato a collaborare con Le Reseau, una struttura che si occupa di cultura africana e integrazione. Poi sono diventata executive chief presso Italia Africa Business Week, che si occupa di favorire lo sviluppo commerciale anche sotto forma di partneriato.

Da anni in Italia si parla di diversity. Lei ha coniato il termine ugualità, in alternativa a diversità. Ce lo spiega?
Negli anni, senza trovare soluzione, ci siamo concentrati sulle diversità. Nessuna persona al mondo è uguale a un’altra. Siamo tutti diversi. Ma allo stesso momento tutti uguali. E dal momento in cui stabiliamo che il colore, la religione, l’orientamento sessuale, il sesso e chi più ne ha più ne metta, da soli non determinano il nostro modo di agire, il nostro contributo alla società, allora perché non spostare l’accento “sull’ugualità” anziché continuare a posizionarlo sulla diversità? Anche perché, partire da un concetto che ci porti ad agire in modo positivo, quasi un invito alla comunione, dovrebbe indurci a mettere in campo energie altrettanto positive. Al contrario, parlare di diversità, nelle accezioni a cui siamo abituati e cioè sottintendendo che vi sia una normalità intorno alla quale ruota il tutto, induce a pensare immediatamente a una contrapposizione: da un lato, il “noi” e dall’altro, il “loro”. In eterna lotta. Spostare l’attenzione sull’uguaglianza obbliga tutti noi alla responsabilità di educare alla parità.

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