Da qui al 2100Ecco che cosa rischiamo in Italia a causa del surriscaldamento terrestre

Prima analisi scientifica degli scenari che potrebbero riguardare il nostro paese: aumento della temperatura fino a 5 gradi in 80 anni, portata dei fiumi ridotta del 40 per cento nei prossimi decenni e perdite del settore agricolo tra 87 e 162 miliardi di euro a causa della diminuzione della produttività

Incendi boschivi, minore disponibilità d’acqua, instabilità e consumo del suolo ma anche desertificazione con conseguente perdita di produttività colturale ed ecosistemica. Sono solo alcuni dei fattori di rischio che negli ultimi decenni hanno interessato il grande bacino del Mediterraneo con importanti impatti sulle attività socioeconomiche.

A questi si aggiungono le pressioni determinate dai cambiamenti climatici in atto che potrebbero anche inasprirsi se non verrà attivato un modello di sviluppo più sostenibile, orientato a stabilizzare le emissioni dei gas serra e in grado di ridurre il loro impatto sul territorio.

È la prima volta che una istituzione scientifica, in questo caso il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), analizza i possibili scenari che il cambiamento climatico porterebbe in una realtà territoriale specifica: l’Italia. Cioè in uno stato che si affaccia su un’area, quella mediterranea, che per la sua geografia e la sua variabilità climatica è considerata molto critica e sensibile alle ripercussioni del surriscaldamento globale.

Il Cmcc ha pubblicato il 16 settembre un documento di sintesi delle conoscenze scientifiche su questi temi ma ha anche proposto un approfondimento su alcuni settori chiave del sistema economico italiano, delineando le principali opportunità finanziarie per ridurre la vulnerabilità territoriale. L’analisi del rischio e dei suoi effetti sul capitale ambientale, naturale, sociale ed economico, permettono di considerare le opzioni di risposta individuate dalla ricerca scientifica e di sviluppare piani di gestione integrata e sostenibile del territorio valorizzando le specificità, peculiarità e competenze dei diversi contesti territoriali.

I dati emersi dal report “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia” sono frutto di una ricerca coordinata da Donatella Spano, membro della Fondazione Cmcc, docente di agrometeorologia all’Università di Sassari e coordinatrice dei trenta studiosi del centro di ricerca che hanno scritto il rapporto prendendo in esame per l’Italia due possibili scenari. Uno più roseo, possibile se verranno presi seri provvedimenti per il taglio delle emissioni di anidride carbonica, e uno pessimistico che diventerà realtà se non proporremo una mitigazione del fenomeno e se continueremo a sostenere uno sviluppo economico analogo all’attuale.

Per l’Italia, entro il 2100, è atteso un aumento della temperatura compreso tra 1 e 5 gradi. Un fatto, questo, che inciderebbe fino all’8% del Pil pro capite, aumentando il divario e le diseguaglianze tra Nord e Sud, così come tra ricchi e poveri. Ma anche compromettendo una risoluzione dei settori agro-alimentari.

Il paese potrebbe trovarsi a dover pagare oltre 15 miliardi di euro per far fronte ai danni indotti da eventi atmosferici straordinari, come le alluvioni torrenziali, e quasi 6 miliardi per rispondere agli effetti portati dall’innalzamento del livello del mare.

Il settore che più soffrirebbe di questa situazione sarebbe quello agricolo, con perdite che oscillano tra 87 e 162 miliardi di euro, vittima di una diminuzione della produttività per le colture a ciclo primaverile estivo come il mais. Pesanti ripercussioni riguarderebbero anche l’allevamento di bestiame, sottoposto a stress a causa delle temperature elevate, soprattutto per quanto riguarda i ruminanti da latte (come i bovini) e i suini: la maggiore concentrazione di anidride carbonica, poi, inficerebbe la qualità nutrizionale di alcuni prodotti, come i cereali. Da non sottovalutare un altro “effetto collaterale”: la contrazione della domanda turistica, che arriverebbe a 52 miliardi di euro.

Da sottolineare anche gli effetti del surriscaldamento sulle risorse idriche del paese che subirebbero una riduzione fino al 40% della portata dei nostri fiumi entro il 2080, inducendo un aumento del consumo di acqua tra il 10 e il 15% per la crescita del fabbisogno in città e campagna.

Nell’analisi del Cmcc viene lanciato anche un “Sos incendi”. L’innalzamento delle temperature potrebbe incentivarne l’aumento fino al 20% (dai 20 ai 40 giorni in più durante la stagione dei roghi) con una conseguente erosione del patrimonio boschivo nazionale tra il 20% e il 40% entro il 2100.

La crescita della colonnina di mercurio così come la maggiore frequenza (e durata) delle ondate di calore e di eventi di precipitazione intensa avranno ripercussioni soprattutto per gli abitanti dei grandi centri urbani. Bambini, anziani, disabili e persone più fragili saranno coloro che subiranno maggiori ripercussioni. Sono attesi, infatti, incrementi di mortalità per cardiopatie ischemiche, ictus, nefropatie e disturbi metabolici da stress termico e un incremento delle malattie respiratorie dovuto al legame tra innalzamento delle temperature in ambiente urbano – isole di calore – e aumento delle concentrazioni di ozono (O3) e polveri sottili (PM10).

Questi sono solo alcuni degli scenari, tratteggiati dagli esperti del Centro, che però ci danno già un’idea della gravità del problema.

«La sfida del rischio connesso ai cambiamenti climatici – sottolinea Donatella Spano – parte dalla conoscenza scientifica per integrare l’adattamento, le soluzioni da mettere in campo di fronte al rischio, in tutte le fasi dei processi decisionali, nelle politiche pubbliche, nei programmi di investimento e nella pianificazione della spesa pubblica, in modo da garantire lo sviluppo sostenibile su tutte le scale territoriali e di governance».

«I cambiamenti climatici – si legge nel report – richiederanno numerosi investimenti e rappresentano un’opportunità di sviluppo sostenibile che il Green Deal europeo riconosce come unico modello di sviluppo per il futuro. È il momento migliore in cui nuovi modi di fare impresa e nuove modalità per una gestione sostenibile del territorio devono entrare a far parte del bagaglio di imprese ed enti pubblici, locali e nazionali».

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