Il processo Charlie HebdoI politici italiani sottovalutano il rischio del radicalismo islamico nel nostro Paese

L’incoscienza domina buona parte dei partiti nostrani che alla fine della scorsa legislatura non hanno approvato una legge contro la radicalizzazione jihadista, preferendo votare una legge sui parchi e una legge per l’assunzione di personale precario nella pubblica amministrazione

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“Il diritto alla blasfemia” proclamato con vigore il 2 settembre da Emmanuel Macron ha fatto effetto sull’opinione pubblica francese: è stato pronunciato in occasione della apertura del processo, ora in corso, ai complici e ai mandanti degli attentati a Parigi del 7 e 9 gennaio 2015 alla redazione di Charlie Hebdo (12 morti) e al supermercato ebraico Hypercacher (5 morti).

Il presidente francese ha voluto ricordare che la Francia difende sempre e con forza il diritto a pubblicare le vignette satiriche su Maometto. Sono state quelle, infatti, ad aver scatenato l’attentato di cinque anni fa, con appoggio della comunità islamica mondiale – ma anche francese -, dei terroristi islamici, i fratelli Kouachi e Ahmed Coulibaly.

Così il “diritto alla blasfemia” diventa simbolo e sostanza della libertà di pensiero e di critica. Ma anche rifiuto netto della pretesa di tanta parte del mondo islamico, anche cosiddetto moderato, di far valere ovunque i precetti della sharia – che considera la blasfemia addirittura più grave dell’omicidio – anche in paesi non islamici e laici.

Una orgogliosa e radicale rivendicazione di libertà e di critica che invece – molti non lo ricordano – non fu per nulla fatta propria da Papa Francesco. Parlando con i giornalisti su un aereo di ritorno da un viaggio disse a proposito dell’attentato a Charlie Hebdo, «se uno offende mia madre gli do un pugno» e menò materialmente un pugno per aria. Una incredibile giustificazione del massacro parigino, e una non rara da parte sua sottovalutazione delle radici del terrorismo islamico e delle sue azioni criminali in Europa, che hanno peraltro caratterizzato tutto il suo pontificato.

Pochi, allora, pur in un Italia nella quale divenne di moda indossare le magliette con su scritto “Je suis Charlie” presero le distanze o condannarono le parole di Papa Francesco. Fu un peccato, un’occasione persa per affrontare di petto il tema scottante della radicalizzazione degli islamici anche in Italia. Anche se fece scalpore un articolo del Corriere su alcuni studenti islamici di un liceo milanese che si rifiutarono di rendere omaggio alle vittime di Charlie Hebdo e di Hypercacher, giustificando in pieno l’azione dei terroristi. Una sottovalutazione italiana del pericolo del radicalismo islamico nel nostro paese, anticamera del terrorismo islamico, continua anche oggi.

In Francia, invece, il tema è tuttora in testa alla agenda politica, tanto che Gérald Darmanin, il ministro dell’Interno di Parigi, ricordando che sono ben 8132 gli islamici schedati nel paese come radicali e potenziali terroristi, ha detto in occasione dell’apertura del processo a Charlie Hebdo: «La lotta contro il terrorismo islamista è una grande priorità del governo. Noi condurremo una lotta senza esitazioni, non rinunceremo mai a colpire senza esitazione questi nemici della Repubblica.

Malgrado la sconfitta militare dello Stato Islamico, la componente esterna della minaccia (azione terrorista elaborata all’estero e progettata in Francia) anche se è diminuita, deve continuare a essere oggetto di tutta la nostra attenzione. Anche perché la minaccia endogena (progetti di atti terroristici elaborati sul nostro territorio) è la più pregnante e la più forte. Essa è infatti nutrita dalla propaganda di gruppi terroristi, è ispirata dai veterani del Jihad, ma anche dai sostenitori di un Islam radicale che si è impiantato in alcuni dei nostri quartieri».

Abbiamo volutamente riportato per intero la dichiarazione per dare la misura della grande distanza tra l’analisi, e le azioni, di un ministro francese, e l’agenda politica nella quale si muovono invece i politici italiani. Come se l’Italia godesse di una qualche forma di extraterritorialità rispetto alla Francia quanto a minaccia del terrorismo islamico. Una illusione tutta nostrana di potersi permettere il lusso di non occuparsi di questo pericolo concreto – due gli accoltellamenti nel 2020 in Francia al grido di “Allah o’ Akhbar” e uno in Germania – quasi per grazia divina.

Una incoscienza che domina buona parte del mondo politico italiano – non certo la componente bipartisan che ha come riferimento Marco Minniti – che infatti in chiusura della scorsa legislatura non ha approvato in via definitiva una legge contro la radicalizzazione jihadista in Italia, preferendo votare una legge sui parchi e una legge per l’assunzione di personale precario nella pubblica amministrazione.

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