Il virus della detenzione Come la gestione dell’emergenza Covid-19 ha influenzato la rotta balcanica

Il report curato da Altreconomia racconta cosa sta avvenendo lungo i tragitti migratori, e di come l’arrivo della pandemia abbia aumentato le misure coercitive per trattenere i migranti

Il 27 febbraio 2020, prima dell’annuncio dell’apertura dei confini da parte della Turchia, la Grecia aveva deciso di aumentare i controlli alle frontiere per impedire ai migranti potenziali portatori del Covid-19, di entrare nel territorio. Si è trattato quindi di un pretesto non solo per rafforzare le frontiere ma anche per dare avvio alla detenzione di massa dei richiedenti asilo, tanto nelle isole dell’Egeo quanto nella Grecia continentale.

A questo, si è aggiunta la linea dura che Atene ha portato avanti dal primo marzo: sospensione del diritto d’asilo fino al 31 marzo per chi è entrato in territorio ellenico in maniera “illegale”, respingimenti di massa al confine marino e terrestre, detenzione per chi è riuscito a varcare la frontiera. Amnesty International nel report “Caught in a political game” ha denunciato nell’aprile 2020 tutte le violazioni dei diritti umani, i respingimenti e il coinvolgimento di Frontex.

In Serbia il 15 marzo il presidente Aleksandar Vučić ha proclamato lo stato d’emergenza nazionale elencando le varie misure adottate tra cui il dispiegamento dell’esercito a controllo degli ospedali, delle frontiere e dei centri collettivi per richiedenti asilo e il divieto a chi vi fosse registrato di poter uscire. I campi operativi diventano così 21 con più di 9.000 persone chiuse all’interno. Nel mese di marzo, come denunciato dalla Ong Infopark, in diverse città serbe – tra cui Subotica e Belgrado – sono state autorizzate manifestazioni pubbliche promosse da gruppi estremisti contro la presenza e l’accoglienza di migranti.

In Bosnia ed Erzegovina con lo stato d’emergenza è stato imposto un coprifuoco. Anche in questo caso, particolare attenzione è stata data ai migranti e richiedenti asilo presenti all’interno del territorio, con la conseguente apertura di una nuova tendopoli nel Cantone Una-Sana, a Lipa, dove sono state coattivamente trasportate persone dalle aree informali fuori dai campi gestiti da OIM. Secondo le stime dell’Unhcr fino al mese di gennaio di quest’anno, nel Paese si trovavano presenti più di 8 mila registrati in campi o centri.

A Gorizia, nell’area di Trieste e lungo i valichi di confine, sono stati disposti posti di blocco sulle vecchie frontiere, tornate ad esistere per iniziale volontà del governo sloveno. Al confine opposto il premier Ivan Janša ha fatto disporre invece nuovi container dove trattenere i migranti catturati per poi consegnarli alle forze dell’ordine croate. Il presidente della Regione FriuliVenezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha ottenuto il dispiegamento di polizia e militari lungo il confine sloveno per fermare chi arriva dalla rotta balcanica.

La criminalizzazione della solidarietà lungo la rotta balcanica
Le ong “No Name Kitchen” e “Aid Brigade”, presenti rispettivamente a Šid -in Serbia- e Velika Kladuša e a Sarajevo -Bosnia ed Erzegovina-, sono state oggetto di ripetute vessazioni e controlli da parte delle forze dell’ordine che ne hanno criminalizzato l’operato, costringendo la seconda persino a sciogliersi e dismettere le attività. Questa conflittualità ha investito poi anche gli “autoctoni” che si sono fatti ponte e sponda, aiutando in prima persona e richiamando aiuti dall’estero. Processi di delazione e stigmatizzazione hanno messo in serio pericolo la loro incolumità e quella delle loro famiglie, rischiando di determinare una svolta indelebile nel loro vivere quotidiano.

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