SperiamoIl Pd annuncia che nei prossimi giorni otterrà tutto ciò che non ha ottenuto nell’ultimo anno

Decreti sicurezza, Mes, legge elettorale: dirigenti e analisti concordi nel prefigurare una nuova stagione di riforme e di efficienza, all’insegna della normalizzazione del populismo grillino. Ce lo auguriamo, ma finora è andata al contrario

Chi abbia sostenuto con convinzione il No al referendum non può non avvertire la sensazione che tutto, oggi, congiuri contro di lui. A maggior ragione chi, come noi, ha considerato quella battaglia solo una parte della più generale guerra contro il populismo, di governo e di opposizione, nella convinzione che i principi fondamentali della democrazia liberale, dello stato di diritto e della civiltà moderna vengano prima di eventuali divergenze su quale sia il livello ottimale in cui posizionare l’ultima aliquota irpef o il migliore equilibrio tra iniziativa pubblica e iniziativa privata per lo sviluppo dell’economia nazionale (l’incapacità di mettere questo genere di cose in un ragionevole ordine di priorità è forse oggi il principale problema della sinistra italiana, ma ne parleremo un’altra volta).

Per farla breve, secondo molti, a cominciare ovviamente dal gruppo dirigente del Pd, i risultati del voto dimostrerebbero che il modo più giusto di arginare il populismo era proprio quello perseguito da loro. Un modo che su queste pagine abbiamo spesso criticato come subalterno, inefficace e controproducente.

Il fatto che tra i risultati del voto vi sia quel taglio costituzionale dei parlamentari contro il quale il Pd si era espresso per ben tre volte, e per approvare il quale aveva chiesto almeno dei parziali correttivi, senza ottenere neanche quelli, evidentemente non rileva. Eppure, a rigore, di tutti i risultati del voto è il più duraturo.

In ogni caso, a seguire il filo del ragionamento, bisognerebbe concluderne che la linea da noi criticata, essendo stata premiata dagli elettori, dovrebbe proseguire inalterata (e personalmente non escludo che vada a finire proprio così). Invece, a leggere i giornali, pare che debba accadere tutto il contrario: via i decreti sicurezza, immediato accesso al Mes, oculatissima gestione delle spese e degli investimenti, da qualche parte ho letto persino Ius soli, e poi riforme costituzionali, i famosi correttivi, la legge elettorale e tutto ciò che fino a ieri si è tentato di fare senza successo.

In altre parole, quel Partito democratico che qui in tanti abbiamo criticato per avere ceduto fino a ieri su ogni singolo punto di principio e di programma, dalla giustizia all’economia, dai diritti civili alla stessa Costituzione, con l’unica felice eccezione del rapporto con l’Europa (eccezione peraltro seriamente revocata in dubbio dalle resistenze sul Mes), si appresterebbe ora, forte della vittoria, a realizzare ciascuna di quelle promesse mancate.

L’ipotesi, visto com’è andata finora, non appare delle più credibili, ma è certamente auspicabile. Dinanzi all’oculata gestione del Recovery Fund, al sapiente utilizzo del Mes, alla svolta definitiva in materia di sicurezza e diritti di cittadinanza, all’efficientissima riorganizzazione delle scuole e di tutte le strutture preposte ad affrontare la pandemia – e alla capacità di realizzare tutto questo, per di più, con Giuseppe Conte e Rocco Casalino a Palazzo Chigi, Laura Castelli al Mef, Carlo Sibilia agli Interni, Luigi Di Maio agli Esteri e i suoi compagni di scuola da ogni altra parte – sarei il primo a cospargermi il capo di cenere e a intonare la più completa autocritica.

Sta di fatto che i mirabolanti annunci di questi giorni sono in gran parte gli stessi che avrebbero dovuto concretizzarsi un anno fa. Se non prima, secondo i più antichi teorici dell’alleanza con i cinquestelle, convinti da sempre che tutta questa meraviglia di riforme sarebbe stata la naturale conseguenza dell’accordo, a riprova del profilo intrinsecamente democratico e progressista delle controfigure della Casaleggio Associati. Sappiamo che fino a oggi, e per un anno intero, le cose sono andate al contrario, ed è stato semmai il Pd a fare proprio il programma grillino. Peggio, l’intero programma populista del governo gialloverde, compresa la parte della Lega. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza.

Certo, come inizio della nuova stagione, vedere Gunter Pauli e Beppe Grillo invitati dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli a parlare di «idee per un mondo nuovo» – idee come quella di un referendum a settimana da tenere su Rousseau anziché in cabina elettorale, secondo quanto dichiarato dal fondatore del Movimento 5 stelle, che per l’occasione ha aggiunto tra l’altro: «Non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare» – beh, ecco, come possiamo dire? Mettiamola così: non sembra andare esattamente nella direzione auspicata.

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