Modello per tuttiQuelle riforme che hanno fatto grande la Germania

I tedeschi trasformarono il sistema quando fu necessario. Fu un processo doloroso, Schroeder pagò a livello elettorale le conseguenze di scelte impopolari, ma la strada imboccata ha portato al benessere del suo popolo

JOHN MACDOUGALL / AFP

Con Schröder, anche il sistema bancario, come l’economia e le strutture sociali del Paese, si adeguò in fretta al modello di globalizzazione finanziaria che si stava affermando nell’Occidente e in Cina.

Il cancelliere si propose di rifondare lo «Stato protettore» stimolando nuova creazione di ricchezza, incitando la gente a lavorare di più e più a lungo, abbassando le tasse, tagliando costi amministrativi.

Già nel 2004 la Germania tornò a essere il primo Paese esportatore nel mondo e registrò oltre centocinquanta miliardi di eccedenza commerciale. Fino alla crisi finanziaria del 2008, l’euro è stato la formidabile arma di espansione delle esportazioni tedesche.

Alcune problematiche complicavano lo sforzo del cancelliere: la crisi del modello tedesco in seguito alla riunificazione a tappe forzate, la crescita dell’estremismo di destra e sinistra e del populismo xenofobo, l’impasse del sistema federale che appesantiva la rapida attuazione di politiche nazionali.

Nel marzo del 2003 presentò al Bundestag l’Agenda 2010, che riassumeva tempi e modi di realizzazione delle riforme. Si trattò di una trasformazione radicale del mercato del lavoro, della previdenza sociale, del sistema pensionistico, dei sussidi di disoccupazione.

«Dobbiamo modernizzarci con le nostre forze o lo faranno altri, in modo più brutale» disse, ponendo i tedeschi di fronte a una sfida ultimativa: cambiare per conservare i primati della Germania. I sindacati, dopo scioperi e resistenze, accettarono un diverso approccio delle contrattazioni nazionali e una maggiore flessibilità del lavoro e dei suoi costi, attraverso la contrattazione decentrata. Il sistema sociale non fu smantellato, ma furono ridotti costi di gestione, burocrazia, contributi a carico delle aziende.

La medicina doveva essere somministrata da un medico competente. «Medico» in tedesco si dice Artz. Ironia della Storia, basta aggiungere una H ed ecco il dottor Hartz, ex capo delle risorse umane alla Volkswagen, arruolato dal governo.

Esperto del mercato del lavoro, amico personale di Schröder, prese in mano il problema. I provvedimenti, nel corso del tempo numerati fino all’Hartz IV, si rivelarono la cura da cavallo che trasformerà la gestione della disoccupazione, dai sussidi alla riqualificazione di chi era senza lavoro.

Si trattava di stimolare il più possibile ricerca e accettazione di un impiego, anche part time, quindi a salario ridotto, garantendo tuttavia i diritti dei lavoratori occupati a tempo pieno e facendo emergere il lavoro nero. I cosiddetti «minijob», con retribuzioni vicine ai quattrocento euro al mese, sono da anni molto diffusi. Contemporaneamente fu ridotto il periodo di disoccupazione per un sussidio pari al 60 per cento dello stipendio.

I «minijob» allargarono il mercato del lavoro, ridussero l’assistenzialismo, stimolarono la ricerca di un’occupazione e diedero ossigeno alle piccole e medie imprese. Contrariamente a una narrazione corrente, non furono un trucco normativo per «ritoccare» al rialzo le statistiche della crescita occupazionale. Anche i posti di lavoro a tempo e salario pieno sono effettivamente aumentati, persino nei Länder orientali. La riforma ebbe inoltre il merito di ridurre sacche di precariato, lavoro nero, evasione fiscale, marginalità sociale.

I «minijob» andarono a sommarsi ai nuovi posti di lavoro stabili e si rivelarono un efficace ammortizzatore sociale per migliaia di tedeschi dell’Est: le vittime della riunificazione, per le quali la «DDR poteva continuare a esistere», con i suoi posti di lavoro sicuri ma improduttivi.

L’azione riformista del cancelliere investì la formazione, la sanità, l’organizzazione dello Stato, le autonomie locali, gli investimenti pubblici. E avviò la riforma delle riforme, spesso presa ad esempio nei Paesi vicini e scarsamente imitata: quella del sistema pensionistico, con l’allungamento a sessantasette anni dell’età pensionabile, in relazione a speranza di vita e sostenibilità del sistema stesso, e il numero di anni di lavoro richiesti per ottenere la pensione a tasso pieno (trentotto e sette mesi).

Le politiche di Schröder provocarono dissensi interni alla SPD e fu inevitabile la perdita di consensi negli strati popolari. Prima dell’Agenda 2010, il partito aveva un serbatoio stabile di voti attorno al 30­35 per cento, oggi sceso attorno al 24. Gli iscritti, da settecentomila, sono diminuiti di un terzo. La crisi della SPD ha favorito l’estremismo di Die Linke e i Verdi, ma l’elettorato popolare, deluso e frustrato, è stato in parte sedotto dall’estrema destra sovranista e populista.

La sconfitta della SPD, in conseguenza delle riforme, ma meglio sarebbe dire del disagio sociale che provocarono, arrivò puntualmente nel 2005, quando Schröder, preoccupato per la tenuta della maggioranza e contestato all’interno del partito (sarà questo il momento che preluderà alla scissione di Lafontaine), decise di andare alle elezioni anticipate che si risolsero in un giudizio sulle riforme.

Nonostante i sondaggi prevedessero il disastro, la sconfitta fu tuttavia di misura, a causa della pessima campagna condotta dalla più giovane sfidante, Angela Merkel, la ragazza dell’Est che aveva mandato in pensione Kohl e che sarà la prima donna al comando della Germania.

Sarà lei a beneficiare negli anni a venire della ripresa economica che proprio le riforme del cancelliere socialdemocratico avrebbero favorito. Ma in quella fase affioravano sacche di povertà e precariato, anche nelle regioni occidentali. Fenomeni che forniranno formidabili argomenti all’estrema destra e inveleniranno la «guerra» fra poveri, fra vecchi e nuovi migranti, fra anziani e giovani tedeschi.

da “Storia della Germania dopo il muro. Dall’unificazione all’egemonia in Europa”, di Massimo Nava, Rizzoli, 2020

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