Divisione strategicaLa Raggi attacca il Pd ora, ma poi chiederà i voti (se arriverà) al ballottaggio. Lo hanno capito al Nazareno?

La sindaca di Roma ha scaricato l’alleanza demogrillina. I dem restano sempre affamatoidi alleati, ma forse adesso potrebbero cominciare a guardare altrove

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Anche se il Partito democratico ha ritirato le querele per la bella cifra di un milione di euro contro il Movimento, Virginia Raggi se n’è infischiata del beau geste e ha lo stesso distrutto la bettinian-franceschiniana alleanza strategica Pd-M5s, fornendo così un inestimabile contributo a sciogliere un nodo che rischiava di strozzare il Partito democratico. Non che il pericolo sia sventato una volta per tutte, intendiamoci: nella disperazione minoritaria che lo avvolge come una coperta gelata, il Nazareno resta sempre affamato di alleati. Ma forse adesso potrebbe anche cominciare a guardare altrove. Alla società, chissà, potrebbe essere una buona idea.

Sta di fatto che la sindaca di Roma ha schifato un “apparentamento”, qualunque cosa significhi, con il Pd e ha fatto pure una lezioncina sul fatto che lei viene dalla sinistra e invece i democratici boh. Dopo questa umiliazione, l’ufficio stampa del Nazareno ha diramato una nota indignata, chiarendo che il Pd con Virginia non ha mai voluto avere nulla a che fare. Finisce dunque a pesci in faccia un racconto-bolla che prevedeva un accordo sopra o sotto il banco con la Raggi, la donna che infierì contro il cadavere del Pd di Roma con una percentuale schiacciante contro il povero Roberto Giachetti, immolatosi su un altare incendiato da tutti i lati anche per responsabilità oggettiva del Pd medesimo.

Una disfatta che ha desertificato il panorama della sinistra romana, che in teoria ma solo in teoria avrebbe una strada spianata dai fallimenti dell’attuale sindaca e da una clamorosa impasse a destra, anche lei in cerca di un nome forte, e che invece deve andare a cercare col lanternino un candidato non diciamo all’altezza di Francesco Rutelli o di Walter Veltroni ma almeno presentabile. Nessuna sorpresa, quindi.

Ma restano alcune sensazioni. La prima è che, almeno secondo la sindaca, il Pd romano faccia talmente schifo che sia meglio evitarne l’abbraccio. La seconda è che sia tutta tattica, nel senso che Virginia sa benissimo che per lei già sarebbe un miracolo andare al ballottaggio e, ove ci riuscisse, avrebbe bisogno eccome dei voti del Pd, ma non li chiede ora, semmai quando sarà il momento. In entrambi i casi non sembra proprio regnare un’aria amichevole fra quelli dell’alleanza strategica.

E però, nell’ipotesi (remota) che al ballottaggio dovessero andare Raggi e il candidato della destra, che farebbe il Pd? Inutile chiedere in giro, meglio non pensare a quella che sarebbe la più catastrofica Caporetto politica. Già, il Pd continua a fischiettare, avendo deciso da tempo che della questione si parlerà dopo le Regionali ma è ovvio che è da settimane che se ne discute. Se discute al buio, per essere precisi. Nel senso che l’unica cosa certa finora è il nyet dei big: niente Davide Sassoli, niente Roberto Gualtieri, il quale ha respinto quasi con stupore la richiesta, ed effettivamente che uno lasci via XX settembre per il Campidoglio, in un momento come questo, è fantascienza pura. Ma il tempo delle scelte si avvicina, senza carte in mano, al momento.

In base a tutto ciò, quella famosa alleanza strategica che avrebbe dovuto essere l’asso nella manica da giocare anche e soprattutto a livello locale sembra ormai la lotteria di Capodanno, e l’ultima bordata della Raggi non fa che aggiungersi al voltafaccia di Di Maio sulle intese in Puglia e nelle Marche. Mentre al livello della maggioranza nazionale risulta sempre più evidente che il M5S resta un buco nero, regno della inaccessibilità a ogni osservazione razionale.

Le speranze dei dem di una “evoluzione” dei grillini restano tuttora nel capitolo delle velleità di un Pd che si è autoassegnato la funzione di “educatore” di un partito “discolo”, facendo finta di non sapere che il partito di Vito Crimi è più o meno lo stesso di sempre, al massimo un po’ esteriormente ripulito e anzi ancora meno affidabile di prima. I suoi gruppi parlamentari sono incontrollabili e al fondo ingestibili: come sa bene a sue spese il ministro più intelligente del M5s, Stefano Patuanelli, che venne mangiato vivo in una riunione di parlamentari perché aveva parlato del Movimento come di una forza riformista. Alla fine, è pur sempre il partito di Di Battista. E di Virginia Raggi.

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