Ciao nì!La lenta retromarcia del Pd sul referendum (per non restare solo con Vito Crimi)

Dopo la presa di posizione di personalità di peso come Prodi e Violante, oltre che di attuali dirigenti come Gori e Nannicini e presto anche del ministro Lorenzo Guerini, il partito di Zingaretti ha adottato una linea soft, né sì né no. e libertà di voto

FRANK PERRY / AFP

«Diciamo di votare Sì ma non facciamo di questo referendum una crociata». Una battaglia politica molto soft come una canzone italiana degli anni Sessanta, un esporsi senza troppo esporsi, una tattica infallibile: in ogni caso sarà un successo.

La segreteria del Partito Democratico si è riunita e senza problemi ha seguito la linea soft di Nicola Zingaretti. Niente crociata.

Quello che lunedì 7 la Direzione in videoconferenza approverà sarà dunque un dispositivo tutt’altro che ultimativo: piena libertà di voto e anzi riconoscimento che esistono buone ragioni anche nei pronunciamenti a favore del No (che poi sono gli stessi che stavano alla base dei 3 No che il Pd espresse in Parlamento).

L’impressione, da questo punto di vista, è che le tesi per il No argomentate da esponenti prestigiosi come Prodi, Violante, Castagnetti, oltre che da vari dirigenti di peso, abbiano avuto un forte ruolo nell’ammorbidire la linea del Nazareno che nei primi giorni era apparsa più tambureggiante.

E all’elenco di fautori del No potrebbe aggiungersi anche un ministro di gran peso come Lorenzo Guerini, ministro della Difesa.

Non ci sono conferme, ma chi ha parlato con lui sa che Guerini non è affatto insensibile al ragionamento fatto da molti cattolici democratici per i quali questa riforma non è certo una minaccia per la democrazia ma è un taglio a casaccio della Costituzione che peraltro rischia di peggiorare la qualità dell’operato del Parlamento e creare un problema alla rappresentanza.

Guerini inoltre è il leader di una delle componenti più forti del Pd, Base riformista, che pure vede al suo interno forti sostenitori del Sì, a riprova di un certo qual rimescolamento di carte, per ora sul referendum e domani chissà.

Piuttosto che mettere decisamente la faccia su un referendum che appare sfatato rispetto all’agenda del Paese e peraltro divide il partito, il Nazareno rimanda la palla a palazzo Chigi.

Si insiste molto su Giuseppe Conte perché il governo scenda ufficialmente in campo per sbloccare l’impasse sulla legge elettorale, l’araba fenice esempre evocata da Zingaretti per far digerire ai suoi elettori un Sì che continua a perdere terreno nei sondaggi, come ha scritto ieri sulla Stampa Alessandra Ghisleri.

E mentre la destra si defila (ultimo, Silvio Berlusconi) è logico che il Pd non voglia restare da solo, assieme a Vito Crimi, con il cerino in mano: meglio evitare crociate.

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