Senza scrivaniaSmart working verso nuove regole, ma dal governo nessuna proposta

Visto il probabile prolungamento dello stato d’emergenza, le regole per il lavoro a distanza saranno estese. I sindacati avanzano l’idea di un accordo trilaterale che preveda l’obbligo della contrattazione collettiva. La ministra Catalfo è d’accordo, le imprese di meno

(Pixabay)

Una proposta del governo sulla nuova regolamentazione dello smart working ancora non c’è. Visti i tempi stretti e il probabile prolungamento dello stato d’emergenza dopo il 15 ottobre, per il momento si finirà ancora per prorogare la formula semplificata sperimentata con il lockdown. Ovvero senza accordi individuali e senza passaggio con i sindacati (come prevederebbe invece la legge del 2017).

Ma il tavolo per una revisione del lavoro agile, con nuove regole e limiti, si è aperto. Nel primo incontro (a distanza) tra la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo e le parti sociali, il governo si è limitato all’ascolto delle proposte, chiedendo a sindacati e associazioni di categoria di inviare al ministero delle memorie scritte. «Un incontro interlocutorio ma importante che ha avviato una riflessione sul cambiamento del modello organizzativo del lavoro», commenta Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. Ora però «è necessario capire cosa succederà nelle prossime settimane dopo il 15 ottobre».

Due le opzioni messe sul tavolo dai sindacati. Una prima ipotesi è intervenire «chirurgicamente» sulla legge “Del Conte” del 2017, agganciandola alla contrattazione collettiva. Non una nuova legge sullo smart working, quindi, ma una modifica di quella esistente. La legge del 2017, dice Scacchetti, «ha sempre avuto il grave limite di non prevedere l’obbligo della contrattazione collettiva, che dovrebbe invece essere fonte primaria per la definizione dei diritti, prima ancora che questi vengano pattuiti all’interno di un accordo individuale, come il diritto alla disconnessione e quelli alla salute e alla sicurezza».

L’altra ipotesi – forse più plausibile – è quella di stilare un accordo trilaterale tra imprese, sindacati e governo, che preveda la contrattazione nei luoghi di lavoro di norme generali dagli orari alla dotazione di computer e tablet. Sulla falsariga del protocollo sulla sicurezza stilato durante il lockdown per la riapertura delle fabbriche.

«Bisogna riportare al centro le relazioni industriali per adattare gli accordi ai diversi settori, senza una legge indifferenziata per tutti che impone soglie massime o deroghe che permettono alle imprese di operare unilateralmente», dice Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto della Cisl. «Dobbiamo arrivare a un’intesa concertata tra governo, sindacato e imprese per stabilire saldi affidamenti reciproci da attuare nei luoghi di lavoro attraverso la contrattazione nazionale, aziendale e territoriale».

Sbarra propone di utilizzare i comitati paritetici nati nelle aziende con il protocollo sulla sicurezza anche come rete per negoziare l’utilizzo dello smart working. Che, chiedono i sindacati, deve essere sempre volontario (al netto dell’emergenza sanitaria) e sempre alternato con il lavoro in sede per evitare il rischio di alienazione.

La contrattazione potrebbe servire a riconoscere straordinari, buoni pasto, limiti sull’orario massimo di lavoro, oltre che a stabilire principi generali come la difesa del salario, il riconoscimento dei diritti sindacali e quelli alla privacy e alla disconnessione. Ma anche ad assicurare che sia l’azienda a farsi carico delle spese di computer e connessione e pure della formazione per gestire il lavoro a distanza.

La ministra ha riconosciuto, davanti ai sindacati, la necessità di riportare lo smart working nel perimetro della contrattazione collettiva. Il timore delle imprese, ma anche di una parte di Pd e Italia Viva, è che così si rischierebbe però di irrigidire e ingessare nelle vertenze sindacali uno strumento che per natura dovrebbe essere flessibile.

«È una questione di tutela, non di rigidità», commenta Cristian Sesena, coordinatore dell’area mercato del lavoro della Cgil. «Prima del lockdown, lo smart working riguardava poche aziende o qualche lavoratore. Ora si tratta di un cambio del modello organizzativo del lavoro generalizzato. Non siamo più nell’alveo del diritto individuale, ma davanti a un cambio di paradigma».

La ministra, per il momento, si è impegnata a riconvocare il tavolo entro la metà di ottobre, data prevista per la fine dello stato d’emergenza. E ora in tanti aspettano di capire cosa accadrà. Perché, a quattro mesi dal lockdown, 6 milioni di italiani sono ancora in smart working: 2,8 milioni a tempo pieno, e oltre 3 milioni tra casa e ufficio.

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