Manuale di conversazioneTutte le acrobazie retoriche del Pd per giustificare il regalo a Di Maio sul referendum

Il Sì dinamico, il Sì lungimirante, il Sì stimolante, persino il Sì così diverso dal Sì dei grillini da essere quasi un No. Le sofferte circonlocuzioni e le contraddizioni di un partito senza spina dorsale

Alfredo ESTRELLA / AFP

Non è facile spiegare per quale ragione, dopo avere votato contro in Parlamento per tre volte consecutive e dopo avere votato una quarta volta a favore in cambio di «correttivi» che non sono mai arrivati, il Partito democratico si appresti ora a votare Sì anche al referendum, approvando definitivamente una riforma costituzionale – chiamiamola così – che fino all’anno scorso condannava come un inaccettabile sfregio alle istituzioni democratiche.

Un compito talmente difficile che gli stessi dirigenti del Pd hanno tentato di risparmiarselo il più a lungo possibile, disertando le tribune elettorali dove avrebbero dovuto comparire a difendere le ragioni del Sì, negandosi agli intervistatori, simulando improvvise interferenze nel bel mezzo delle telefonate e convocando la direzione che avrebbe dovuto decidere ufficialmente la posizione del partito appena due settimane prima del voto.

Non stupisce quindi che tanto nel dibattito – chiamiamolo così – svoltosi ieri in direzione, quanto nelle rare dichiarazioni dei giorni precedenti, i democratici abbiano dovuto fare ricorso al meglio della loro capacità oratoria per spiegare a militanti e avversari, stampa e opinione pubblica, che qui non c’è nessun voltafaccia, nessun cedimento, nessun tradimento dei propri principi e delle proprie posizioni. Al contrario.

C’è ad esempio il sì «lungimirante» di Nicola Zingaretti, che invita saggiamente a guardare lontano. C’è il Sì «parte di un processo più ampio» di Roberta Pinotti, che sulla stessa linea esorta ad allargare il discorso e ad alzare lo sguardo. C’è il Sì alla riforma costituzionale come «stimolo» per cambiare la legge elettorale, illustrato domenica dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, alla festa del Fatto quotidiano.

E c’è soprattutto il sì «dinamico» del sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut, secondo il quale il Sì del Pd «non è lo stesso Sì di Di Maio o di altri», perché «intende essere un propellente per fare una buona riforma elettorale che non riduca la rappresentanza dei territori e delle province e che riapra la partita di una riforma costituzionale che superi il bicameralismo perfetto». In altre parole, un Sì talmente dinamico da essere praticamente un No. E se siete così poco dinamici da non capire la differenza tra un Sì e l’altro, evidentemente vi sfugge che quel che conta non è il voto. «Quel che conta – argomenta Morassut sul suo profilo Facebook – è come stai nella società per motivare giorno per giorno i tuoi No o i tuoi Sì che un referendum necessariamente livella e omologa».

Tra tanti imbarazzati silenzi, giustificazioni non richieste e sofferte circonlocuzioni, spicca in controtendenza il Sì liberatorio di Maurizio Martina, che ricordando i tre No consecutivi votati in Parlamento dal Pd prorompeva qualche giorno fa in una sorta di gioioso coming out. «Se c’era un tratto di incoerenza – dichiarava – era più in quei No che nel Sì finale, ma erano dettati dal quadro politico». E ancora: «È su quei No che abbiamo sofferto, ma sono stati dovuti a una fase che per noi era impraticabile».

E poi c’è Dario Franceschini, secondo il quale il Sì al referendum «non è un punto di arrivo», ma «deve essere il punto di partenza per riforme più larghe». Da uomo politico navigato, il ministro della Cultura sa che nelle occasioni solenni bisogna sempre puntare sul classico. E più classico di così si muore.

Era il 1973 quando Achille Campanile dedicava all’arte di parlare in pubblico uno dei suoi racconti umoristici (ma forse oggi dovrei dire iper-realistici, se non proprio profetici) raccolti nel «Manuale di conversazione», descrivendo un corso in cui l’insegnante spiegava agli allievi che per intrattenere e convincere qualunque platea, in qualsiasi circostanza, bastava dire semplicemente due cose: a) «che il fatto di cui parlate è tale da permettervi di guardare con giustificata fiducia l’avvenire» b) «che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza».

Illustrazione cui seguiva prontamente la dimostrazione, dinanzi alle obiezioni degli scettici, poco convinti che questa semplice formula potesse adattarsi a ogni circostanza: e a un funerale, ad esempio? «E perché no?», rispondeva prontamente il maestro. «Questa estrema stazione a cui il nostro indimenticabile amico è arrivato, per quanto perdentesi nelle nebbie di una misteriosa lontananza, non va considerata un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Egli non è approdato alle buie porte del nulla per scomparire, fiammella fatua, nelle tenebre. No; al contrario, è oggi che comincia la sua seconda vita, la vera…».

Mi piacerebbe poter dire lo stesso del Pd. Ma un simile spettacolo, onestamente, somiglia assai più a un punto d’arrivo che a un punto di partenza.

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