Il senso del ridicoloLagnarsi invece che fare, il manifesto delle ragazze di questo secolo

In mancanza di guerre mondiali, che donne come la Rossanda e la Ginsburg avevano vissuto, la nostra generazione combatte dolenti battaglie per il diritto d’andare in chiesa in bikini, alle serate di gala in tuta da ginnastica, alla Scala scalza

sharon-mccutcheon, Unsplash

La cosa che più dispiace, quando muore una ragazza del secolo scorso, è perdere l’occasione di chiederle quanto le sembrino ridicoli i problemi delle ragazze di questo secolo. 

Venerdì è morta Ruth Bader Ginsburg, che era stata una bambina ebrea negli anni Trenta nel secolo scorso, ma per fortuna lo era stata a Brooklyn, nella parte meno pericolosa del mondo, e a 87 anni viveva in un mondo in cui c’indigniamo se i dibattenti a un festival culturale sono tutti maschi, e chissà come ne rideva lei, che erano tutti maschi nelle facoltà di legge, e tutti maschi gli assistenti dei giudici della Corte Suprema, e tutti maschi in tutti i posti cui ambiva, ma questo non le ha impedito di prendersi tutto quel che voleva e di diventare un pezzo di storia della giurisprudenza americana. 

Fare invece che lagnarsi, un’abitudine del secolo scorso (aver visto una guerra mondiale aiutava, nello stabilire le priorità delle proprie lagne). 

Ieri è morta Rossana Rossanda, per la quale essere ragazza del secolo scorso era vezzo, posizionamento culturale, titolo (d’autobiografia). Aveva vissuto i suoi primi ventun anni in un’Italia in cui le donne non avevano diritto di voto. Chissà come la faceva ridere sentire le abitanti di questo tempo dire che le donne non erano mai come ora state vessate, discriminate, ignorate. 

È un tic di questo secolo, e mica riguarda solo le donne. Diciamo seriamente che non siamo mai stati così poveri, lo digitiamo convinti dai nostri smartphone da cinquecento euro, lo proclamiamo senza metterci a ridere e senza porci minimamente il problema dei nostri nonni, che non avevano l’acqua corrente o il frigorifero. Diciamo che non si fanno figli perché lo Stato non ci aiuta abbastanza, e lo diciamo in tutta serietà, mentre nelle tombe scalciano le nostre bisnonne che allattavano il settimo figlio mentre aravano i campi. 

Come ogni volta che muore qualcuno di molto anziano, ieri i social erano pieni di «è finito il Novecento», ma il Novecento è finito da un secolo, è finito quando ne abbiamo abolito il tratto caratterizzante: il senso del ridicolo. 

Ieri ha compiuto 70 anni Loredana Berté, a proposito di ragazze del secolo scorso. Ho tra gli appunti da un paio d’anni una puntata di Amici in cui una venticinquenne smaniosa le diceva – a Loredana Berté, la cui vita non è stata esattamente un volo a planare dentro una suite del Four Seasons, ma se anche la vita della Berté non la conosci puoi comunque immaginarti che una che ha vissuto tre volte te abbia almeno tre volte i tuoi dispiaceri in catalogo – in cui la venticinquenne le diceva «io ho già preso abbastanza porte in faccia». La venticinquenne aveva esaurito la pazienza. La venticinquenne ne aveva viste troppe. La venticinquenne. 

È interessante come l’epoca in cui abbiamo in tasca, nel telefono, tutti gli archivi possibili sia anche un’epoca completamente priva di memoria storica. Ogni cosa che succede sta succedendo per la prima volta a noi. Mai prima che cominciamo la nostra carriera è stato un principiante mal pagato al lavoro. Mai prima che le nostre ambizioni superassero i nostri talenti era successo che qualcuno dovesse accontentarsi di traguardi minori. Mai prima d’ora era stato così difficile, mai, mai, mai. 

Persino una professoressa che ti dice di non andare a scuola mezza nuda è un’inaccettabile vessazione. La storia del liceo Socrate di Roma è stata smentita da tutti, allieve indignate per l’altrui indignazione hanno difeso la vicepreside accusata d’essere un’orrida maschilista che voleva imporre il burqa acciocché professori bavosi non venissero tentati da carni fresche. 

La tapina pare avesse semplicemente consigliato alle studentesse di tener conto dell’assenza di banchi: se sulla sedia sei esposta, se il banco non ti ripara, con una minigonna sei praticamente in mutande. Lo sanno tutte le portatrici di minigonna. 

Capo che peraltro non sembra particolarmente consigliabile per la scuola, neppure nell’epoca in cui un dress code è un sopruso, una vessazione, un abuso di potere. Avevamo fatto le stesse scene madri quando a Cannes c’era l’obbligo di tacchi per le signore. E perché per gli uomini no, puntesclamativo, maschilismo, puntesclamativo. A Cannes gli uomini devono indossare lo smoking: se vogliamo metterla su scomodità e sopruso mica lo so a chi va peggio. 

In mancanza di guerre mondiali, ci restano solo queste battaglie qui. Per cosa ha combattuto la tua generazione? Per il diritto d’andare in chiesa in bikini, alle serate di gala in tuta da ginnastica, alla Scala scalza. 

Ho fatto l’esame di maturità nel 1991, per un pelo nel secolo scorso. Smaniosa com’ero d’indossare un nuovo vestito che avevo, una sottoveste di seta blu di Katharine Hamnett, me lo misi per andare a vedere gli orali delle mie compagne. Ero abbastanza sottile da non avere tette, e ciò significava che non riempivo la parte superiore del vestito. Quindi, a ogni movimento, il vestito ballava e si vedeva quel niente che c’era da vedere. A un certo punto mi chinai, e figuriamoci. 

Una professoressa si alzò dalla commissione d’esame e venne in fondo all’aula, dov’eravamo seduti noi spettatori, a dirmi di uscire da lì, mezza nuda com’ero. Per trent’anni è stata una delle barzellette della mia biografia: quella che aveva sbagliato vestito e aveva dato scandalo agli esami altrui. 

Sono troppo vecchia per il revisionismo, non ho la forza di reimpacchettare la storia come «quella volta che il patriarcato censurò la mia spontaneità giovanile, e mi vessò mostrando di non capire l’importanza degli stilisti inglesi». 

Avessi diciott’anni oggi, non esiterei a definirmi vittima del patriarcato. Ma per fortuna m’è capitato di nascere nel secolo scorso, quando al massimo eravamo fashion victim.

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