RatatouilleIl topo: questo incompreso

La cronaca ci riporta a un celebre film di qualche anno fa. Protagonista un talentuoso topo-chef, forse l’animale più temuto da ogni ristoratore. Un fantasioso ribaltamento che ci aiuta a capire meglio la nostra psicologia

Nei giorni scorsi ha fatto notizia l’improvvida gita che alcuni topi hanno voluto fare nel cuore di Milano, nella centralissima piazza San Babila, al cospetto dei cittadini che, alla loro vista, hanno reagito chi inorridendo, chi ironizzando.

Nelle aiuole accanto alla fontana i malcapitati, usciti probabilmente dal cantiere della metropolitana, gironzolavano indisturbati, finché si è capito che un albero li attirava e una ruspa ha posto fine al loro divertimento sradicando la pianta.

Come mai, al di là dell’obiettivo problema sanitario che questi roditori causano all’uomo, la vista di un topo procuri, nella maggioranza dei casi, grande turbamento se non terrore e ribrezzo?

Eppure la letteratura e, soprattutto, la cinematografia, ha sempre esorcizzato queste paure, proponendo una quantità di esempi positivi di topi.

Dal più famoso di tutti, Micky Mouse, da noi Topolino, a Jerry l’acerrimo nemico del gatto Tom, fino a Speedy Gonzales, ma anche a Mototopo o ai topi di Cenerentola, i cartoni animati sono sempre stati prodighi nel fornire un’immagine simpatica, a volte tenera del roditore. Lo stesso si può dire del settore alimentare, con il celeberrimo film Ratatouille dove il topo, terrore di tutti i ristoratori, si rivela essere il talentuoso cuoco protagonista, ma anche la pubblicità dove addirittura un noto tecnologo alimentare viene proposto in versione Topo professore per promuovere il consumo del Parmigiano Reggiano. Come non citare, poi, Geronimo Stilton, protagonista di una fortunata storia editoriale e, per i meno giovani, la star della televisione italiana anni ’70, Topo Gigio.

Insomma, ne dimentichiamo sicuramente tanti altri nella storia letteraria, del fumetto o del cinema, ma, certamente, il comune denominatore è che il topo è un personaggio simpatico. Tutto vero, finché non ce lo troviamo davanti o ne scopriamo qualche traccia che ne evidenzia il passaggio e allora…disinfestazione, trappole, veleni, qualsiasi opzione, purché il ratto, così definito non solo per tipo, ma per accomunare nell’accezione negativa tutti i topi, sparisca dalla nostra vista.

È curiosa questa sorta di rimozione collettiva, di comportamento quasi schizofrenico nel corso della nostra vita, quando da bambini veniamo allevati amando i topini, ma, poi, da adulti siamo pronti a scacciarli in tutti i modi.

Associamo i topi al cibo nella fantasia, quando, in effetti, sono animali sempre a contatto con quanto di più sporco ci sia, le fogne, i rifiuti.

Sicuramente un comportamento che, analizzato con il contributo di uno psicologo, suggerisce alcune interessanti considerazioni sulla psicologia umana.

«Anzitutto – osserva la d.ssa Alessandra Locatelli, che abbiamo interpellato in proposito – il topo di per sé può essere considerato uno stimolo neutro, ovvero non automaticamente associato a significati. Uno stimolo neutro diventa importante e ci provoca risposte quando gli attribuiamo un valore, un significato. Da bambini non possediamo una rappresentazione complessa del pericolo, o del disgusto, la apprendiamo attraverso i filtri dei sistemi sociali attorno a noi, da quello familiare più piccolo a quelli sociali sempre più ampi, media compresi. Il topo ci mostra un esempio di apprendimento sociale, ma anche di dissonanza cognitiva, che si riferisce ad attribuzioni di valore opposte sullo stesso stimolo e che ci manda in conflitto, conflitto risolvibile scegliendo spesso l’attribuzione di valore in quel momento socialmente dominante».

Pertanto, il topo che nella rappresentazione animata, pensata per l’eta dell’infanzia, è simpatico e tenero, quando cresciamo, attrezzati per attribuire valori e significati, diventa qualcosa di brutto, disgustoso, da scacciare. «Perché, tra l’altro, – conclude la psicologa – grazie all’apprendimento applichiamo la scala dei valori che ci definisce cosa sia debole, brutto e, naturalmente, non possiamo simpatizzare per il topo, sarebbe da perdenti».

In fondo, per restare sul filo della provocazione, possiamo concludere affermando che il topo sia un grande incompreso.