Una generazione in attesaLa nuova normalità degli studenti fuorisede, tornati a casa loro malgrado

Lasciare la città dove si studia per rientrare nel luogo di origine non è solo una fonte di problemi economici per le città universitarie, ma anche una sconfitta per coloro che cercavano indipendenza e un’esperienza di vita oltre al titolo di studio. Fra chi è ormai rassegnato e chi pensa già a tornare, il loro limbo sembra destinato a durare a lungo

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Le città universitarie soffrono: con la chiusura degli atenei e lo spostamento delle attività in didattica a distanza, gli studenti se ne sono andati. Ridotto drasticamente il mercato degli affitti, ma anche quello di tutte le attività collaterali all’università: mense, bar, palestre. Stando ai dati raccolti da Skuola.net, uno su cinque ha deciso di lasciare l’appartamento che aveva in affitto e di tornare a casa, nella propria regione di origine.

E anche tante nuove matricole all’apertura dell’anno accademico preferiscono orientarsi su atenei vicini a casa, come ha confermato lo stesso ministro Manfredi a Radio24: «Abbiamo un aumento delle immatricolazioni tra il 5 e il 10% nel Mezzogiorno». In tempi di recessione e crisi economica, le famiglie cercano di contenere le spese come possono. Ma i danni non si misurano solo in termini economici: l’effetto è anche la sospensione obbligata delle ambizioni dei ragazzi e, almeno in parte, un rallentamento di quelli di studio: una scelta in ottica conservativa, in attesa di capire come si svilupperanno le cose.

«Io la casa la lascerò definitivamente a settembre, anche se nel frattempo sono rientrato in Sicilia già da qualche mese». Francesco ha 25 anni e studia Storia a Pisa, ma è originario di Castellammare del Golfo. Vive in Toscana da cinque anni, ma la decisione di rientrare dai suoi l’ha presa senza guardarsi troppo indietro. «L’università ha stabilito fin da fine febbraio di spostare le lezioni online, e per me anche 250 euro di affitto erano troppi», racconta a Linkiesta.

Il rientro a casa, finora attenuato dall’estate, presenterà solo adesso il conto più duro: «dopo così tanto tempo trascorso fuori, non è facile riabituarsi, anche se per fortuna ho ancora un giro di amicizie qui. In più, molte città della Sicilia da settembre in poi si svuotano di turisti e di giovani, per cui sarà una vita molto diversa da quella che ho fatto. Non essendo completamente indipendente a livello economico, devo sacrificare un po’ la mia vita sociale per risparmiare fino alla laurea».

Anche Leonardo, 26enne al sesto anno di Medicina all’università di Siena, è rientrato già da un po’ nella sua Treviso. «Ero andato a trovare i miei dopo la sessione invernale di esami a inizio marzo, poi all’improvviso è scattato il lockdown e mi sono ritrovato bloccato qui», racconta. Nemmeno per lui questi mesi sono stati una passeggiata: «ho finalmente lasciato la casa dove stavo ad agosto, ma complessivamente ho buttato via più di 2mila euro, perché il padrone di casa non ne ha voluto sapere di accorciare il preavviso di tre mesi per andarmene. E anche con lo studio è più difficile, le lezioni a distanza non sono partite subito, il programma non è stato svolto per intero e molti esami da scritti sono stati tramutati in orali. È una situazione abbastanza complessa da gestire».

Per Sofia, 21enne originaria di Firenze e iscritta al terzo anno di Giurisprudenza all’università Bicocca di Milano, l’avvento della pandemia è stato un vero e proprio colpo. «Il lockdown l’ho passato a Milano insieme ad una coinquilina, ma sapere di essere distante dalla mia famiglia non è stato facile. Ne ha risentito anche lo studio: ho cercato di dare un paio di esami, ma non ce l’ho fatta». Anche lei, dunque, ha fatto le valigie ed è rientrata a casa già a fine giugno, seppur a malincuore. «Milano mi piace moltissimo e la mia università anche, ma i miei mi hanno detto chiaramente che non avrebbero potuto continuare a mantenermi a distanza. L’emergenza ha colpito anche il loro lavoro, io non stavo lavorando e a Milano gli affitti sono cari».

Vista l’onda lunga della pandemia, la giovane non prevede di spostarsi almeno fino al prossimo semestre. «La mia università ha stabilito che le lezioni in presenza a partire da ottobre saranno riservate soltanto alle matricole, mentre tutti gli altri continueranno a distanza. A novembre potrebbero allargare la presenza al resto degli studenti, ma la frequenza sarà comunque soltanto al 25%, per cui sarebbe comunque molto difficile seguire le lezioni. Se le cose dovessero risollevarsi un po’, potrei magari tornare a Milano a marzo, e intanto cercarmi un lavoretto per pesare di meno sui miei. Ma tutto dipende da come andranno la pandemia, l’economia, e anche il mercato degli affitti a Milano».

Lì dove le università si sono organizzate cercando di contrastare il crollo delle matricole e per garantire la continuità didattica, infatti, la situazione rimane comunque molto difficile e incerta. «Io dovrei anche completare il tirocinio abilitante in presenza. So di qualcuno che l’ha fatto a distanza, ma non è la stessa cosa rispetto a stare in reparto, e il tirocinio è quasi più importante delle lezioni», racconta Leonardo. Per Francesco, che prevede di laurearsi a marzo, la speranza è ancora di poter discutere la tesi in presenza. Per lui, finora, le attività da remoto sono state tutt’altro che fluide: «La didattica a distanza sembra accessibile a tutti ma non lo è: se uno non ha una connessione abbastanza stabile e durante un esame perde il collegamento per più di qualche minuto, l’esame viene annullato». Meglio sarebbe dunque cercare di garantire le attività in presenza il più possibile, «anche per un confronto diretto con i docenti e la comunità degli studenti», osserva Francesco.

Nonostante comprendano le difficoltà legate alla ripartenza dell’università in un contesto di pandemia ancora galoppante, i ragazzi soffrono la mancanza di contatto con la comunità universitaria e la vita di ateneo. Rimangono perciò tiepidi circa le soluzioni trovate finora: «la gara a chi si prenota prima per accedere in aula è limitante e lesiva, non rende giustizia all’istruzione. Tutti pagano le stesse tasse e dovrebbero poter usufruire del medesimo servizio. Se gli spazi sono limitati, si sarebbe dovuto cercare di creare più turni», dice Leonardo (anche se a questo proposito il ministro Manfredi ha chiarito che «una parte degli studenti seguiranno in presenza (essenzialmente le matricole) e gli altri ruoteranno con la possibilità di poter scegliere le modalità che preferiscono tra presenza e distanza con delle app di prenotazione in modo da avere la massima flessibilità possibile». Per il governo, però, «l’università è stata l’ultima delle priorità. Tutto è rimasto chiuso, il ministero non ha coinvolto gli organi degli studenti e anche sulle intenzioni degli atenei c’è stata scarsa comunicazione. In certi casi le direttive sono persino rimaste ferme a luglio».

Anche Sofia è dello stesso parere: «Non possiamo fregarcene di una pandemia mondiale, ma si potrebbe cercare di ampliare il più possibile la presenza agli studenti: c’è un sacco di gente che non ne può più della didattica a distanza e vorrebbe tornare a viversi l’università. Tra la governance e i rappresentanti degli studenti il dialogo c’è, ma i rettori sono comunque molto spaventati di come gestire la ripartenza, per cui cercano di limitare i rischi».

Il confine tra cautela e mancanza di coraggio, insomma, potrebbe essere più sottile di quanto si pensi. E se le conseguenze delle restrizioni si abbattono in primis sugli studenti («la mia produttività è sicuramente calata», ammette Sofia), anche le realtà che ruotano intorno agli atenei hanno ragione di sentirsi danneggiate. A Pisa, dove uno studente su tre è fuori sede, i commercianti nelle scorse settimane hanno protestato davanti al rettorato, gridando che si sarebbe «uccisa la città» se non si fossero trovate soluzioni per un ritorno in presenza degli studenti. «Anche a Siena, che conta 50mila abitanti e 20mila studenti, l’indotto dell’università è sicuramente importante, insieme al turismo. Ridurre il ritorno degli studenti a un mero calcolo economico non è positivo, ma le amministrazioni comunali sono preoccupate. Anche il turismo straniero è calato molto», racconta Leonardo.

Il futuro si prospetta dunque ancora molto incerto, e gli stessi studenti non possono che restare in attesa, vivendosi a metà un percorso che avrebbe invece dovuto dare loro svolte essenziali. «Io ho scelto Pisa sia perché mi interessava il corso, sia perché mi dava la possibilità di emanciparmi e uscire di casa», dice Francesco. «Oltre alla passione per Milano, sentivo l’esigenza di essere più autonoma e di fare un’esperienza nuova», aggiunge Sofia.

Le misure messe in campo dalle università, fra incremento della no tax area e allargamento delle borse di studio, rischiano di non bastare. «Quest’anno tante residenze universitarie hanno tagliato i posti letto. Questo è un danno molto evidente ed uno dei problemi contro cui noi con il coordinamento universitario LINK abbiamo protestato», dice Leonardo.

E se per il momento i progetti dei ragazzi sono rimasti in sospeso, si può solo sperare che non siano definitivamente compromessi. Il coronavirus, infatti, è semplicemente andato ad aggiungersi ad una serie di problemi pregressi. «La mia idea dopo la magistrale sarebbe stata di insegnare. Ma le cattedre di storia e filosofia sono sature, è difficile che un giovane appena laureato riesca a entrare», dice Francesco. «Io spero dopo la laurea di potermi iscrivere ad una scuola di specialità in igiene e medicina preventiva, ma non so se potrò avere quest’occasione. I posti non aumentano mai e con l’imbuto formativo le chance sono sempre di meno. Ho tanta paura per il mio futuro», ammette Leonardo.

In un paese poco a misura di giovane, i ragazzi sembrano disposti a sacrificarsi solo a patto di avere la possibilità di recuperare dopo. L’alternativa, anche in mezzo ad una pandemia globale, ormai è ben nota: passare da fuori sede direttamente a “fuori paese”.

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