Vocazione bohZingaretti è a metà strada tra il modello Emiliano e il modello emiliano

Il Partito democratico viene da una stagione di subalternità ai Cinquestelle non più accettabile. Il segretario dovrebbe dare un segnale di discontinuità con il passato e creare un partito inclusivo e capace di coinvolgere il meglio dell’area democratica

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Ricacciato nel buio il terrore di perdere (non inventato dai giornali ma assolutamente reale) davanti a Nicola Zingaretti adesso si para un bivio: seguire il modello Emiliano o il modello emiliano.

Una maiuscola o una minuscola segnano infatti due precisi modelli politici, e due linee diverse. Finora al segretario è andato bene tutto: che si sia trattato di grande lungimiranza o semplice incapacità di decidere lo diranno i fatti, ma resta l’evidenza che oggi il Partito democratico è contemporaneamente il partito di un populista di rito bizantino come il governatore pugliese e il partito del pragmatico e inclusivo riformismo di Stefano Bonaccini (per non parlare delle istanze più innovatrici – da Gori a Nannicini a Cuperlo – che hanno concorso ad animare quel No che ha avuto il consenso di quasi mezzo partito).

Ora, per fare da argine a Salvini la contraddizione ci sta: e infatti ha vinto sia il partito di Emiliano che quello emiliano. Ma per marcare un autonomo e credibile profilo molto meno.

Dalle primissime indicazioni di un segretario tornato a nuova vita pare di scorgere una ritrovata volontà di aprire il “cantiere” – espressione ormai abusata – di una seria trasformazione di un partito che appare da tempo asserragliato in se stesso e nelle logiche politiciste degli accordi di potere in una vera infrastruttura di idee aperta alle migliori energie della società italiana.

Dentro questo, il Partito democratico, secondo le intenzioni pur ancora non chiarissimamente espresse del segretario, dovrebbe coltivare di più la sua autonomia abbandonando definitivamente subalternità e ossequiosi comportamenti nei confronti di un Movimento cinque stelle che intanto sta andando alla deriva.

Persino Goffredo Bettini è tornato a pronunciare l’espressione “vocazione maggioritaria” seppure escludendo, chissà perché, una ri-bipolarizzazione del quadro politico; ma la vecchia formula veltroniana può indicare il ritorno a un’ambizione che era stata rimossa in nome del governismo.

In fondo, Stefano Bonaccini si era solo permesso di richiamare esattamente l’esigenza di ritrovare una strada per rappresentare, come Partito democratico, l’alternativa alla destra (nel frattempo ormai senza un leader indiscusso), includendo il più possibile forze nuove, da Elly Schlein a Marco Bentivogli, tanto per fare due nomi.

Dopo le elezioni regionali dunque l’ossessione dei grillini, sfociata in una formula ormai priva di senso come l’alleanza strategica con Vito Crimi, può lasciare spazio a un protagonismo diverso, popolare, colto, pulito: quanto di più lontano dal modo del fare politica di Emiliano basato sui pasticci di potere e l’ignoranza dei problemi. Ma bisogna muoversi subito.

Commetterebbe per esempio un errore, Zingaretti, se accettasse quello che andreottianamente gli suggerisce Giuseppe Conte: aspettare che nel Movimento torni la calma prima di pressarli con richieste tipo Mes o il superamento dei decreti sicurezza.

Il segretario dovrebbe invece imporre un timing preciso, sarebbe un segnale, questo sì, di discontinuità, un rialzare la testa nel nome dell’interesse (Mes) e della dignità nazionale (sicurezza).

D’altra parte nei suoi discorsi il segretario non ha mai smesso di far riferimento ad un partito capace di attirare e ad includere il meglio della società italiana, impegnato nella sfida per politiche e progetti sociali, economici e culturali nuovi, concreti e realizzabili.

Fin dal suo insediamento, Zingaretti, ha annunciato più volte l’urgente necessità di un radicale rinnovamento del partito («Cambio tutto» disse a Repubblica) pena il tornare indietro, fino all’irrilevanza politica. Ma alla fine poco o nulla è stato fatto e il partito ha continuato nella scelta di gestire l’esistente, compressa in un patto tra le correnti nazionali e i notabili locali di cui in parte De Luca e soprattutto Emiliano – che dal Partito democratico è uscito – sono i rappresentanti più significativi.

Il partito non è infatti riuscito, o meglio, non ha voluto attrarre nuove personalità, nuove idee, nuove espressioni collettive che esistono nell’area democratica in senso largo, dando l’impressione di adagiarsi sulla gestione di un consenso intorno al 20 per cento, quasi avesse paura di aprirsi a esperienze singole per non mettere in difficoltà i gruppi dirigenti che ora sono, a vari livelli, alla guida del partito.

È la vecchia storia del «meglio il 20 per cento che gestiamo noi che il 30 che si potrebbe raggiungere guardando anche al di fuori di noi». Un atteggiamento, si sarebbe detto una volta, subalterno all’esistente.

Ma dopo questo voto dunque il partito di Zingaretti può far nascere la stagione della ricerca del consenso e dell’offerta politica vincente al Paese. Ma il segretario dovrà battere le resistenze interne di chi vuole un partito chiuso e subalterno.

Dalla sua parte ha conquistato una cosa preziosa, il tempo per cambiare rotta: l’obiettivo per vincere veramente deve essere conquistare oltre un terzo degli italiani e per questo non basta un sistema di alleanze, tanto più con un partito come il Movimento cinque stelle che non ha più nulla da dire. Il tempo Zingaretti lo ha conquistato, ma non è infinito.

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