Italia desertaC’è un legame tra siccità e allevamenti intensivi?

Il 21 settembre l’estate ha lasciato posto all’autunno, con piogge abbondanti, fenomeni climatici estremi e temperature in discesa. Fumo negli occhi che appanna la vista, mentre il problema della siccità resta il più grande tabù dei nostri tempi

Il bollettino dell’estate 2020 è stato drammatico. E fa il paio con mesi di umiliante miseria idrica, allarmi lanciati a partire da gennaio, nel mezzo di un inverno senza grandi nevicate. Già a febbraio Coldiretti annunciava che all’Italia mancavano l’80 per cento di piogge, con un inverno anomalo, più caldo di 1,87 gradi rispetto alla media. «La siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura con i fenomeni estremi che hanno provocato in Italia danni alla produzione agricola nazionale, alle strutture e alle infrastrutture per un totale pari a più di 14 miliardi di euro nel corso di un decennio».

Mentre i mesi si avvicendano, offuscati da una pandemia che tutto si porta via, gli allarmi si fanno più incalzanti. Ad Aprile si registra che la primavera in corso è la più secca degli ultimi 60 anni, già a febbraio i livelli della portata del Po preoccupano, il fiume è secco come se si fosse a Ferragosto. A maggio nel Lago Maggiore mancano 40 centimetri d’acqua. In tutte le regioni, a partire dal Veneto, si cominciano a prelevare risorse per l’irrigazione con mesi d’anticipo sugli anni passati. Intanto in Sicilia il 70 per cento della regione è a rischio desertificazione. A luglio in Puglia e Basilicata le risorse idriche scendono di un milione e mezzo di metri cubi al giorno, mentre in Sardegna si contano 2 miliardi di danni. Sul fronte dei bacini, i nostri ghiacciai si sciolgono a vista d’occhio: quello del Monte Rosa è diventato un deserto di sassi, la superficie del ghiacciaio del Miage sprofonda di un metro ogni anno, al ghiacciaio della Marmolada rimangono solo 15 anni di vita. Un quadro desolante, in cui gli appelli lasciano dietro di sé un allarmante vuoto istituzionale.

Per un approfondimento sul tema, risulta capitale il rapporto Istat «Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia», con la premessa che nel nostro paese «Il settore agricolo si contraddistingue come il più grande utilizzatore di acqua. La causa principale del consumo è l’irrigazione che rappresenta la maggiore pressione sulla risorsa idrica, soprattutto nei territori in cui precipitazioni e umidità del suolo non sono sufficienti». A livello europeo, l’Italia si colloca tra i paesi europei che maggiormente fa ricorso all’irrigazione: è al quarto posto dopo Malta, Grecia e Cipro. Intanto sugli usi dell’acqua all’infuori di quello civile, quindi agricoli, industriali o energetici, «non esiste un sistema di monitoraggio diffuso». Uguale: non abbiamo dati.

Mentre nel mondo le temperature aumentano, le risorse d’acqua dolce diminuiscono, esisterà pure un piano per contrastare la siccità in agricoltura? «No. Almeno a livello nazionale. Ma esistono diverse strategie messe a punto dalla ricerca scientifica e dagli agricoltori che fanno studi sul campo» risponde Claudia Sorlini, Professoressa Emerita di Microbiologia Agraria dell’Università di Milano e Presidentessa della Casa dell’Agricoltura. «In agricoltura è prioritario capire prima di tutto quando il consumo è necessario, quindi usare solo l’acqua che serve veramente. Esistono degli strumenti messi a punto dalla ricerca scientifica e tecnologica che alcuni agricoltori già utilizzano. Per esempio sensori infilati nel terreno coltivato raccolgono e trasmettono ad un computer le informazioni sul grado di umidità del suolo. Quando questo valore scende al di sotto del livello necessario per quella determinata coltura scatta l’allarme. L’agricoltore prima di far partire l’irrigazione artificiale, consulta le previsioni del tempo dall’App scaricata sul cellulare. Non è poco: tramite questi sistemi si può risparmiare fino al 50 per cento di acqua».

E prosegue: «C’è la scelta del sistema di irrigazione, che dipende da diversi fattori, anche quella elemento chiave. Metodi come quello a pioggia o altri metodi tradizionali, causano dispersione e non garantiscono che l’acqua arrivi dove è necessaria. L’irrigazione a goccia invece, porta l’acqua direttamente alle radici. Infine c’è la selezione delle colture: molte ricerche sono dedicate alla produzione di varietà di piante più resistenti alla siccità e più resilienti al cambiamento climatico. Anche in questo senso si possono operare scelte di colture poco esigenti in termini di acqua».

Un secondo dato dello stesso studio ci dice che al primo posto per superficie irrigata per tipologia di coltivazione c’è il mais a granella (17,8 per cento), seguito da erbai e altre foraggere avvicendate (17,3 per cento) fruttiferi e agrumi (12,3 per cento). «Teniamo presente che il mais, oltre ad essere esigente in termini di acqua, richiede molti nutrienti al terreno». Ma cosa facciamo di tutta questa produzione? «Solo una piccola parte è destinata all’alimentazione umana, mentre la gran parte va al settore della mangimistica, cioè agli allevamenti intensivi» sostiene Sorlini.

Il legame tra impiego idrico e agricoltura per allevamenti intensivi è confortato da un altro dato dell’Istat che riporta che «L’analisi a livello regionale evidenzia che in Lombardia si concentra il 20 per cento della superficie irrigata nazionale; seguono Piemonte (14 per cento) e Veneto (12,9 per cento)». Nella relazione sulla Zootecnica in Italia (Crea 2017) si legge che «dei 16 miliardi di valore della produzione primaria zootecnica, circa un terzo del totale del settore primario nazionale, derivano per la maggior parte da sistemi intensivi, specializzati, dipendenti dall’esterno per l’approvvigionamento dei mezzi tecnici (capi, mangimi, lettiere, energia), situati soprattutto nell’area della Pianura Padana (i due terzi dei capi allevati in Italia si trovano infatti in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte)». In poche parole gli allevamenti si trovano esattamente dove si usa più acqua per irrigazione da mangimi.

Come riassume CIWF (Compassion in World Farming Italia Onluns), questo tipo di allevamenti sono alto richiedenti in termini di terra, risorse idriche, energia. Si aggiungono gli studi sull’inquinamento atmosferico, il malessere degli animali, l’abbandono progressivo dei metodi tradizionali di allevamento, l’inquinamento da liquami e rifiuti, la perdita della biodiversità, e molto altro ancora.

Ne usciremo in qualche modo? «Io non sono pessimista di natura» risponde Sorlini. «Anzi ci sono elementi che fanno sperare in un cambio di rotta. Primo, si sta diffondendo tra gli agricoltori una nuova consapevolezza che è necessario orientarsi verso un’agricoltura sostenibile anche sul piano ambientale, nonché l’interesse a trovare soluzioni. Secondo l’incremento di giovani imprenditori nel settore agricolo sta portando innovazione e modernità, soprattutto in campo digitale. Nel frattempo anche tra i consumatori è cresciuto l’interesse per cibi che provengano da agricoltura sostenibile. Infine: in questo campo la Commissione e il Parlamento Europei stanno dando segnali forti con l’approvazione del Green Deal, la nuova strategia che punta sulla la transizione ambientale dell’Europa». In questi giorni tuttavia, la discussione sulla riforma della Pac (la Politica Agricola Comune) sembra premiare proprio l’agricoltura intensiva.

Se è impossibile affermare che gli allevamenti intensivi siano causa della siccità, è possibile invece dire che assorbano buona parte delle risorse idrica, già scarsa, che abbiamo nel nostro paese. Per questo l’intervento mediatico e politico è assolutamente necessario. L’acqua è elemento vitale e proprio in Italia, dove la situazione è critica, il tema va trattato con la massima urgenza e consapevolezza. Il mito del consumatore verde di cui si è letto in un articolo recente su Internazionale, ha messo ben in luce quanto i comportamenti individuali riescano ad avere un impatto limitato sul clima se non sono seguiti da interventi politici. Così chiudere un rubinetto mentre ci si lavano i denti o pulire i vestiti a secco, è un’ottima pratica i cui effetti risultano polverizzati quando si rapportano ai consumi di un allevamento di 10.000 galline. Proprio gli agricoltori dovrebbero intitolarsi la battaglia per la lotta alla siccità poiché sono i primi ad osservarne gli effetti e saranno i primi a subirne i danni.

«Siamo di fronte allo scioglimento dei ghiacciai e all’inquinamento delle risorse idriche – conclude Sorlini -. Nel primo caso l’acqua da dolce diventa salata, nel secondo la natura non sempre è in grado di riparare il danno perché i composti organici di sintesi (come nel caso della plastica) spesso non sono biodegradabili. L’acqua dolce disponibile, vorrei sottolinearlo, è solo l’1 per cento dell’acqua che abbiamo sul pianeta: non possiamo assolutamente permetterci di perderla».