Il Presidente ZeroTrump porta a spasso il contagio e i giornali contano i focolai da lui creati

Secondo USA Today si registra una media di 300 casi di Covid-19 a comizio del candidato repubblicano. Intanto Biden sembra in vantaggio nei tre Stati del Midwest che erano costati la vittoria a Hillary Clinton e potrebbe strappare ai repubblicani la Georgia, dove gli afroamericani stanno votando in massa. Ma il grande premio è il Texas

SCOTT OLSON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Le avventure pandemiche del Presidente Zero
Il quotidiano USA Today ha ricostruito gli spostamenti di Trump e i focolai da lui creati, ed è una lettura grottesca. Il Presidente Zero «ha partecipato a quasi tre dozzine di comizi da metà agosto a oggi. L’analisi di USA Today mostra come i casi di Covid-19 siano cresciuti più velocemente in almeno cinque contee dove sono stati tenuti i comizi. Queste contee hanno avuto 1500 casi in più dopo la visita di Trump, una media di 300 a comizio». Probabilmente sono più del doppio: moltissimi partecipanti arrivavano da altre contee e altri Stati. La miglior performance di Trump resta però il Rose Garden Massacre: la presentazione nel giardino della Casa Bianca di Amy Coney Barrett, nominata alla Corte Suprema: ci sono stati 34 casi su 300 ospiti (il quotidiano spiega che «gli eventi in cui si sfidano le regole sono parte della strategia dell’Amministrazione Trump di minimizzare la serietà del virus prima delle elezioni»).

Le cattiverie dell’amico Putin
Trump parla sempre di Vladimir Putin con ammirazione se non deferenza. Putin non difende Trump quando (ora) rischia di venire sostituito. Parlando alla tv russa, ha liquidato teorie e trame trumpiane intorno ai traffici di Hunter Biden. Ha detto di non vedere «nulla di criminale» nei suoi rapporti d’affari con Ucraina e Russia. E lo ha fatto replicando alle accuse di Trump durante i dibattiti (Putin non apprezza «la retorica anti-russa di Joe Biden»; ma la sua uscita è stata vista da molti analisti come un «tentativo di corteggiamento del Biden camp»; dati i suoi rapporti con Trump e le accuse di aver manipolato/manipolare il voto americano, pare uno sviluppo interessante).

Trump e le esigenze dei leader esteri
Trump è sempre alla ricerca di nuovi modi di parlar male di Biden nei comizi. Ora ha cambiato la parte del suo discorso in cui dice che i leader stranieri vogliono che vinca Biden perché Trump è «così duro» con loro. La nuova versione contempla un leader sempre estero che dice che i leader esteri vogliono che vinca Trump «perché non vogliamo avere a che fare con qualcuno che dorme sempre» (Trump chiama Biden Sleepy Joe, ndr).

Biden e gli ultimi sondaggi
Dopo giorni di distanze che si accorciavano, arrivano buone notizie per i democratici nei tre Stati del Midwest che Hillary Clinton ha perso e Biden deve vincere. Sono pur sempre sondaggi, ma sono molto buoni: sarebbe oltre il 50 per cento in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. E in attesa di ondate di repubblicani ai seggi senza mascherina, i sondaggi sul voto anticipato sono pazzeschi: tra quelli che hanno già votato, Biden ha l’87 per cento in Pennsylvania, il 75 in Michigan e il 73 in Wisconsin. Biden conduce di 20 punti tra le donne (Trump di 3 tra gli uomini). Soprattutto, vincerebbe di 2 punti tra gli indipendenti e di 9 tra gli elettori suburbani, che nel 2016 erano per Trump (ma nel 2016 l’elezione si decise per poco più di 70 mila voti in tutto nei tre stati; molti elettori pro Trump decisero di votarlo e di andare al seggio negli ultimi giorni; e comunque la sindrome da stress post-traumatico da vittoria di Trump affligge ancora milioni di americani; di quelli che come i vecchi telecronisti sono in modalità «adesso bisogna soffrire»).

Grand Orban Party
E non Grand Old Party abbreviato in Gop: il partito repubblicano americano è diventato «drammaticamente illiberale» negli ultimi vent’anni. Ora somiglia ai partiti di governo delle società autocratiche e delle democrazie (vabbè) illiberali. Tende a demonizzare gli avversari, incoraggia violenze, «adotta atteggiamenti e tattiche paragonabili a quelli dei partiti nazionalisti in Ungheria, India, Polonia e Turchia».

È la conclusione di uno studio del progetto internazionale Varieties of Democracy (V-Dem) dell’università svedese di Göteborg. La vicedirettrice del progetto, Anna Luhrmann, ha detto al Guardian che quella dei repubblicani «è di certo l’evoluzione più drammatica in una democrazia radicata».

«I dati mostrano come il partito repubblicano nel 2018 fosse molto più illiberale di quasi tutti i partiti di governo nelle democrazie», si legge nello studio. Solo il 15 per cento dei partiti di governo in questo millennio ha fatto peggio di loro (ma c’è spazio per crescere: secondo V-Dem il 35 per cento della popolazione normale vive in paesi che stanno diventando meno democratici).

Joe e il Texas
Biden sarebbe, media dei soliti sondaggi, alla pari con Trump in Georgia, North Carolina, e Texas. Stato rude e finora repubblicanissimo, che sta cambiando perché i Latinx sono il 38 per cento, preferivano Hillary e stavolta anche Bernie Sanders ma stanno cercando di motivarli; e i migranti economici da New York e dalla California sono sempre di più e quasi sempre liberal. Per questo ora è il più importante Stato sul filo, i suoi 38 voti elettorali potrebbero essere decisivi per Biden, o comunque il segno di un grande cambiamento politico, e del possibile consenso per grandi riforme.

Nessuno riesce a fare previsioni. Al massimo, si creano coreografie di cifre e notizie. I democratici pessimisti segnalano la solida soppressione del voto. I sognatori notano il voto anticipato degli under 30, con Hillary Clinton due terzi dei più giovani non erano neanche andati. Intanto i volontari repubblicani hanno iniziato un porta a porta aggressivo di cui non si era prima sentito il bisogno. Poi è sceso in campo Michael Bloomberg, con altri milioni, come in Florida (ne ha dati due anche al candidato democratico all’assessorato alle ferrovie). E poi, a una settimana dal giorno delle elezioni, quasi metà dei texani ha già votato, ma cosa voglia dire ancora non si sa.

Il voto arrabbiato della Georgia
Fino a poco tempo fa, la Georgia era «un solido Stato rosso», rosso repubblicano. Ma è anche uno Stato in cui un cittadino su tre è afroamericano. In cui la capitale, Atlanta, che è anche una capitale dell’America nera. E in cui c’è una spettacolare soppressione del voto, forse culminata nel 2018 con la sconfitta di misura di Stacey Abrams contro Brian Kemp, che era anche Segretario di Stato e si occupava dello spoglio elettorale.

Il caso Abrams è stato uno spartiacque. «Quasi ogni elettore nero in fila ai seggi qui ha una storia sul 2018», racconta l’inviata di Politico. E le file sono lunghissime, in certe zone il governatore rende il voto difficile. Ma l’affluenza finora è più del doppio del 2016. E gli elettori afroamericani stanno votando in massa, più che nel 2008 per Barack Obama. Dal 3 in poi, sono pronti in tanti anche gli avvocati del Partito democratico, la contestazione delle schede è partita, più che altrove.

Florida Men, tattiche elettorali
Il Florida Man, il sociopatico creativo delle notizie assurde dallo stato subtropicale, si sta confermando protagonista di queste elezioni. E pare schierato col Florida Man più illustre, Donald Trump da Palm Beach. Per dire: domenica a Tampa, racconta il Tampa Bay Times, un sostenitore di Trump ha rubato un bulldozer per andare a spianare i cartelli Biden-Harris davanti alle case. A Orlando un grossista di attrezzi per il bricolage ha scritto ai dipendenti che, se Joe Biden verrà eletto, dovrà licenziarli. In un seggio di Ocala, un uomo con una maschera di Trump si è piazzato dietro lo scrutatore che riceveva le schede, qualificandosi come osservatore (nessuno lo ha cacciato).

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