City managerA Roma il Pd ha bisogno di Calenda, e Calenda ha bisogno (un po’ meno) del Pd

Domenica da Fabio Fazio il leader di Azione ufficializzerà la sua candidatura a sindaco della Capitale, sapendo di godere di grande popolarità. Intanto Zingaretti temporeggia in attesa di capire se ci sono margini per un’alleanza con i Cinquestelle. Rischiando così di rimanere con il cerino in mano

ALBERTO PIZZOLI / AFP

La prospettiva che Carlo Calenda ha ben presente è quella di andare da solo. Se il Partito democratico continuerà a stare fermo e zitto, senza né appoggiarlo né presentando un altro nome, lui andrà avanti. Scenderà in lizza come candidato sindaco di Roma con la sua faccia, il suo curriculum e le sue proposte.

Un newcomer fuori dagli ingranaggi dei partiti in grado di attrarre consensi sia di qua che di là. La Repubblica di Maurizio Molinari ha scritto che a Roma serve un city manager, un profilo quasi tecnico anche se evidentemente legato a una certa idea di un riformismo, che non guarda in faccia nessuno.

L’annuncio della scesa in campo romana lo darà domenica da Fabio Fazio, forte di sondaggi sulla popolarità buoni (solo Giorgia Meloni è più forte ma lei ha altro per la testa: e potrebbe essere l’errore della sua vita) e di una disponibilità di vari ambienti della Capitale e politicamente di un pezzo del Partito democratico, dai riformisti alla Giorgio Gori a molti ex renziani di Base riformista fino al romanissimo Matteo Orfini.

Ma è Nicola Zingaretti l’Amleto della situazione. Lui è non solo il segretario nazionale del partito (e se non vogliamo prenderci in giro da che mondo è mondo sul sindaco di Roma i leader nazionali mettono bocca eccome, e giustamente), ma perché il corpaccione romano è ovviamente zingarettiano: quello che deciderà il numero uno del Nazareno è davvero decisivo. È lui che deve parlare.

Invece il segretario, secondo alcune opinioni, mirerebbe a prendere tempo per capire se il discorso con i Cinquestelle si può aprire anche a Roma (come a Torino, a Napoli, a Bologna), ma per questo ha bisogno di sapere come finiranno gli Stati generali del Movimento, se cioė Di Maio mollerà Virginia Raggi proprio come segno di apertura verso il leader dem. Ma è una ipotesi remota: pare difficile che Virginia rinuncerà a presentarsi.

A Zingaretti dunque rischia probabilmente di sfasciarsi il giocattolo dell’alleanza strategica con i grillini proprio nella sua Roma. Calenda vi ha inserito una zeppa grossa così. E già questo per lui, arcinemico dell’intesa giallorossa, è un risultato politico.

Ma il problema del segretario è un altro. Se non va bene Calenda, il Partito democratico c’è l’ha un un altro nome? Risposta secca: no. E quindi, per come si stanno mettendo le cose, viene dunque da dire che il Partito democratico se vuole tornare a governare Roma ha bisogno di Calenda e Calenda ha bisogno (un po’ di meno) del Partito democratico se si vuole evitare un assurdo scontro fratricida al primo turno fra l’ex ministro e un esponente dem (probabilmente Monica Cirinnà, molto spinta da una parte importante dei dem, a cominciare da Goffredo Bettini) e poi per vincere al ballottaggio contro la destra.

È probabile che il Partito democratico (e la ritrovata coalizione di sinistra) ponga a Calenda come condizione per il suo appoggio la partecipazione alle primarie. Su questo il leader di Azione è molto ma molto perplesso, non ultimo per preoccupazioni legate a prove di forza di “truppe cammellate” ai gazebo. E anche per evitare un prolungato scontro fra lui e la coalizione dem-sinistra.

Timori esagerati, soprattutto il primo: ma chi ha oggi la forza organizzativa per inquinare le primarie, specie se molto partecipate? Quanto al tiro al piccione che il capo di Azione teme, beh, è quello che accade in tutte le primarie: Kamala Harris non era stata durissima contro Joe Biden, e oggi è la sua numero due?

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