Il papa stranieroUna candidatura di Calenda a sindaco di Roma evidenzierebbe la crisi del Pd nella capitale

Privi di nomi forti per il Campidoglio, i dem temono l’imbarazzo che provocherebbe la discesa in campo del leader di Azione: renderebbe evidente che non sanno colmare il vuoto politico post Raggi. Non resta che sperare che l’ex ministro rinunci. O che faccia una coalizione con loro

ALBERTO PIZZOLI / AFP

La settimana prossima arriveranno i primi sondaggi sui possibili candidati del centrosinistra per succedere a Virginia Raggi, che con ogni probabilità non arriverà al ballottaggio, sia per la pessima performance di questi anni, sia per lo stato comatoso di quel Movimento cinque stelle che inventò la sua candidatura a sindaco.

Mentre la destra, che non sta cavando un ragno dal buco, ha deciso di aspettare come finisce la telenovela a sinistra, da questa parte la questione romana contiene già una possibile narrazione.

Detta in poche parole: a Roma si potrebbe materializzare un papa straniero – Carlo Calenda – ma stavolta non chiamato dal Partito democratico (o dai partiti che l’hanno generato), come fu il caso di Francesco Rutelli e in certo senso di Ignazio Marino.

No, questa volta il papa straniero, se lo deciderà, scenderà in campo in proprio, riempiendo un vuoto politico che i dem stanno squadernando sotto gli occhi di tutti, non riuscendo a trovare un peso massimo, un nome fortissimo disponibile a correre per il Campidoglio.

Calenda insomma non è il tipo che chiede il permesso di candidarsi. Se lo fa, lo fa a mani nude, e chi lo ama lo segua. Messa così – e in attesa di capire meglio le sue intenzioni – la questione già crea al Partito democratico qualche notevole imbarazzo.

Fare le primarie dem con i suoi candidati (Monica Cirinnà sembra la più forte) mentre l’ex ministro si fa la sua campagna elettorale, aggregando magari nuove forze, sarebbe un’idea intelligente?

Insomma, quello che vogliamo dire è che a Roma potrebbe andare in scena un copione mai visto: l’arrivo di un newcomer che fa saltare prassi consolidate, con un addio alle liturgie delle coalizioni dall’estrema sinistra al centro moderato, e anche alle primarie come momento risolutivo della scelta del candidato.

Sarebbe la rappresentazione fisica della crisi del Partito democratico di Roma, la dimostrazione che lo spazio politico lasciato nella Capitale può essere in qualche modo riempito da uno che con quella storia non c’entra niente, anzi, la critica.

A meno che non ci si voglia sfracellare presentando un candidato dem malgrado Calenda, con tutti i rischi connessi, nel vuoto di nomi non resterebbe altro che fare buon viso a cattivo gioco appoggiando il leader di Azione, con grave scorno di Zingaretti e Bettini, il quale occhi giorni fa aveva pubblicamente espresso il suo no all’ex ministro (mentre ieri però dal Nazareno si è fatto sapere che non ci sono veti su nessuno).

Se Calenda optasse per la corsa al Campidoglio i capi del Partito democratico difficilmente avrebbero la forza di fermarlo e nemmeno tanto di condizionarlo. Solo una discesa in campo del segretario Zingaretti potrebbe riunificare tutto il fronte, ma malgrado la voce sia circolata, lui mostra di non prenderla neppure in considerazione.

Al Nazareno dunque non resta che sperare che l’ex ministro resti a casa per potersi giocare la partita tutta in casa propria. O, come minimo, che sia disposto a fare coalizione con il Partito democratico e tutta la compagnia.

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