Chef sotto stressEcco i campanelli d’allarme anti-suicidio

I cuochi sotto pressione sono a rischio. Il caso del giapponese Taku Sekine che si è tolto la vita a Parigi, è solo uno degli ultimi episodi che fa balzare agli onori della cronaca il male di vivere in cucina

Secondo una ricerca delle Università di Harvard e Stanford, lo chef è tra i primi dieci mestieri più stressanti. Una condizione dura e ad elevata competizione che incide sul modo di vedere la vita.

«Ormai gli chef sono degli imprenditori e sono sottoposti non tanto alla libertà della creatività della professione ma a un’imprenditoria dell’immagine, volta a produrre secondo stili e standard elevati – commenta a Gastronomika Maurizio Pompili, docente di psichiatria dell’Università Sapienza di Roma, uno dei massimi suicidologi italiani – Ormai sono delle figure sempre più sotto i riflettori, non sono più delle persone conosciute a pochi intenditori, sono sempre più alla ribalta». Non c’è solo lo stress dietro agli elementi che possono portare uno chef a suicidarsi. «Ce ne sono altri, si insediano nell’individuo e fanno leva su una vulnerabilità», prosegue. Pompili parla di alcuni «elementi che destabilizzano» la persona e la «fanno soffrire a un livello esasperato». È qui che «il suicidio viene considerato come la migliore opzione per mettere fine a questo dolore, anche se a dire il vero la persona non vorrebbe morire».

Ma quali possono i campanelli d’allarme che dovrebbero far allarmare colleghi e persone care dello chef? Non ci sono caratteri specifici della professione ma, prosegue lo psichiatra, ci sono alcuni fattori che si possono notare tra i colleghi in cucina, ma anche tra gli affetti. «Quando si notano bisogna aiutarlo, captando la fonte della sofferenza e portandolo verso un percorso con un operatore della salute mentale».

Tra i primi aspetti da tener presente, prosegue Pompili, quando ai colleghi e ai familiari si sfoga e dice «Non ce la faccio più», «a che serve vivere», «mollo tutto» o frasi simili. «Sono frasi che, comunque, possono essere comunicate in modo più o meno diretto». Poi ci sono altri fattori legati alla vita di tutti i giorni, come le alterate abitudini del sonno, l’agitazione, l’ansia, l’irritabilità. «Bisogna notare anche se si compiono atti preparatori – prosegue lo psichiatra – come mettere a posto i primi affari, dar via gli oggetti cari, quando si intesta la casa o si fa una sorta di umore repentino». E, infine, l’aumento dell’abuso di sostanze, tra cui l’eccesso di alcol.