Dosare il linguaggio Perché l’uso inadeguato delle parole incide sulla gestione della pandemia

Oggi più che mai la corretta informazione è un’arma che può sconfiggere il virus. Una scelta sbagliata del lessico, con definizioni imprecise o ridondanti crea effetti negativi e confusionari nell’opinione pubblica. Così la responsabilità individuale rimane lo strumento di predilezione di espressioni linguistiche opportune da utilizzare per il bene comune

Foto di PDPics da Pixabay

La parola è una forma vivente, una vera e propria entità unicellulare che non vive nel solo istante in cui viene pronunciata. La parola è il principio primordiale della creazione. Se, come si chiede un noto linguista italiano, fin dall’inizio avessimo parlato di “mascherine salvavita” e “distanza di sicurezza” il comportamento oggi sarebbe diverso. Certamente lo sarà se ciascuno di noi si assume la responsabilità delle proprie azioni e di orientare al bene dell’insieme quelle degli altri.

«Quanti contagi si sarebbero evitati se all’inizio non si fosse parlato di influenza? Quanto sarebbe diverso oggi il comportamento delle persone se fin dall’inizio avessimo parlato di “mascherine salvavita” e “distanza di sicurezza”?» Asserisce e suggerisce un noto accademico e linguista dalle pagine di un altrettanto noto settimanale italiano.

«Un lettore mi ha indicato un fattore che mette paura specialmente ai più anziani e meno istruiti. Termini come lockdown, cluster, drive in, triage, sono schiaffi per le persone semplici alle quali pare così di vivere qualcosa di troppo grande per essere compreso e fronteggiato. Non sottovaluterei l’effetto di esclusione che questo stile di comunicazione comporta» si legge giusto a qualche pagina di distanza nelle riflessioni di un noto editorialista.

Dunque, si torna a interrogarsi sul tema del lessico che a mio avviso, e non è solo il punto di vista di una persona affascinata e appassionata dalle parole, è sempre stato un fattore centrale nella gestione di questa pandemia e, via via che passano i mesi e lo scenario di una lunga e non pacifica convivenza si fa più consistente, si carica dell’ulteriore peso di orientare in un senso o nell’altro. Cioè di sospingere verso la conquista del traguardo oppure di accelerare la caduta nel baratro della sconfitta.

Le parole sono come l’atomo essenziale di quella materia che è il nostro naturale processo di comunicazione: sia interiore, con noi stessi, sia esteriore, con gli altri e con l’ambiente circostante. La parola è una forma vivente, una vera e propria entità unicellulare che non vive nel solo istante in cui viene pronunciata. La parola è il principio primordiale della creazione.

Ricorderete che il Vangelo di Giovanni inizia proprio così: «En archē ēn ho Logos kai ho Logos ēn pros ton Theon kai Theos ēn ho Logos». Cioè «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Cosa ci dice l’Apostolo Giovanni se non che “in principio”, ossia prima della creazione del mondo, prima di ogni cosa, da sempre, esisteva il Logos? Logos in italiano viene tradotto con “la Parola” oppure con “il Verbo”. Pertanto, possiamo concludere che secondo Giovanni il Verbo esisteva prima che ci fosse qualsiasi inizio, prima di ogni cosa. Il Verbo preesiste a ogni cosa. È la Causa Prima.

La parola dunque è il seme della possibilità. Quella possibilità che ultimamente sta venendo invece rimossa dalle nostre teste e dai nostri cuori a causa di un sistema che ci vorrebbe sempre più passivi e deresponsabilizzati rispetto a tutto quanto sta accadendo attorno a noi. Non voglio addentrarmi in commenti antipatici sul comportamento di questo o quel rappresentante politico oppure di questa o quella categoria sociale, perché appunto oltre che antipatico sarebbe totalmente sterile.

Né esortare politica le parti sociali all’unità, molti illustri rappresentanti delle più alte cariche dello Stato mi hanno preceduto e oltretutto sarei fuori luogo. Nel mio ruolo di uomo, di cittadino e di manager, vi è certamente quello di richiamare l’attenzione proprio sul fattore responsabilità individuale che è proprio uno dei fattori centrali di questo viaggio che siamo chiamati dalla nostra epoca a intraprendere. La responsabilità che ognuno di noi, compresi me e te, siamo oggi spinti ad assumerci. Una responsabilità che prima di tutto è un passo indietro rispetto alle nostre convinzioni, una possibilità di ripartire da noi stessi, di scansare quell’eterno bivio e decidere cosa essere, prima ancora di decidere cosa poter fare.

Il linguaggio non è un territorio neutro ma una zona di guerra poiché le parole non solo rappresentano e descrivono la realtà ma la giudicano, la inventano, la edificano o la abbattono, la interpretano e facendolo spesso ce la offrono come indiscutibile e unica verità. È un’arma antica e micidiale che l’umanità ha usato in tutte le battaglie: da quelle politiche a quelle culturali a quelle religiose a quella tra sessi… Nel pubblico come in seno alla dimensione privata con le parole si costruiscono le immagini proprie e degli avversari. Ma il Logos è il principio di tutto e come tale può originare un nuovo lessico. Per questo quando dico che prima ancora di decidere cosa possiamo fare dobbiamo decidere cosa vogliamo essere. Il nostro linguaggio dà origine al mondo e alla rappresentazione di esso che diamo alla nostra prossimità. I tempi sono maturi affinché ci si assuma la responsabilità di orientarlo al Bene dell’Insieme.

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