Che fare?Problemi scottanti del Pd che non sopporta più Conte ma non vuole farlo cadere

Stavolta le instabilità dell’esecutivo nascono dai democratici. Il capogruppo al Senato Marcucci ha chiesto una verifica, ma è stato presto smentito da Zingaretti e Franceschini e poi accusato di renzismo

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Bene, tempo un’ora e Marcucci è stato smentito seccamente da Zingaretti e costretto a fare un’inversione a U di quelle che costano un sacco di punti sulla patente. È stato Dario Franceschini a imporre la ritirata al capogruppo.

Il ministro della Cultura com’è noto è contrario a tutto ciò che può far cadere il castello di carte ed è molto preoccupato dello sbrindellamento del clima generale e in particolare del sostanziale rompete le righe nei gruppi parlamentari dem e a livello di sindaci e presidenti di regione: e infatti ieri pomeriggio in una riunione via zoom con Zingaretti, alcuni ministri e appunto sindaci e presidenti di regione ha invitato tutti a remare nella stessa direzione. Direzione che in sostanza è quella della blindatura del governo, e poche chiacchiere. Il tono era di quelli che non ammettono repliche.

Due linee, dunque. Il round di ieri è stato facilmente vinto dai governisti tanto che c’è chi prevede che il senatore di Barga prima o poi lascerà il suo ruolo di capogruppo, accusato com’è di parlare per sé o addirittura – infamia delle infamie – per conto di quel Matteo Renzi di cui sarebbe la quinta colonna dentro il Nazareno.

E siccome il capo di Italia viva sta dando crescenti segni di impazienza, e addirittura secondo qualcuno avrebbe già stabilito la data dello stacco della spina a Conte (prima di Natale), molti hanno fatto due più due: il rinnegato Marcucci lavora per Renzi.

Visto da fuori, non è uno spettacolo serio. Anche perché il povero capogruppo ha magari calcato troppo la mano ma in fondo ha detto ad alta voce quello che molti dem pensano (nella riunione del gruppo dei senatori era intervenuto in questo senso l’autorevole Luigi Zanda), cioè che Conte non esercita più una leadership convincente, che molti ministri sono scarsi, che alla macchina va fatto un tagliando (Andrea Orlando dixit), che bisogna cambiare passo (questo è Zingaretti), che si stanno sottovalutando le proteste (e questo è Delrio).

Infatti di Conte si parla male spesso e volentieri, fra i parlamentari dem. E così dei ministri, anche di alcuni ministri del Partito democratico. Un ribollire di tensioni che in un’epoca normale porterebbe alla caduta del governo o quantomeno a un rimpasto molto forte, magari mediante l’ingresso nell’esecutivo dei segretari dei partiti.

Ma in questa situazione eccezionale, che fare? Come conciliare la richiesta di Zingaretti di un «cambio di passo» del governo con l’alt a qualunque iniziativa imposto da Franceschini? In che modo si può tenere insieme la stabilità perorata da Palazzo Chigi e Quirinale con un’iniziativa politica che prenda atto che la spinta propulsiva del contismo è esaurita?

Ecco dunque la terribile contraddizione, in parte dettata dalle circostanze in parte figlia di una persistente incertezza politica, del Partito democratico: lavorare nel gorgo, avrebbe detto Marx, del governo Conte 2 pur con la forte tentazione di chiudere questo capitolo. Una contraddizione che contribuisce non poco a rendere il terreno quanto mai franoso. È la frana, questa volta, con forza inerziale scende giù dal Nazareno, seminando panico fra i tanti dem assuefatti alla vita grama di questo governo.

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