Punta di sinistraLa lezione politica di Marcus Rashford contro la povertà

Il giocatore 22enne del Manchester United è uno degli attaccanti più forti della Premier League e un titolare della nazionale inglese. Ma fa la differenza soprattutto fuori dal campo dove da tempo si impegna per i bambini in difficoltà. Il grande consenso che ha avuto la sua campagna di solidarietà dovrebbe essere un segnale per il governo di Boris Johnson, che però sembra non recepire il messaggio

AP Photo/Dave Thompson

Una fuga in campo aperto chiusa con un destro all’angolino, un tiro rasoterra secco e preciso a incrociare, un appoggio fin troppo comodo all’altezza del dischetto del rigore a tempo ormai scaduto. Mercoledì sera, nella sfida di Champions League tra Manchester United e Lipsia, Marcus Rashford è stato decisivo entrando dalla panchina: prima ha messo al sicuro il risultato con il gol del 2-0, poi ne ha fatti altri due per arrotondare il punteggio su 5-0 finale.

Rashford è stato in campo 27 minuti, tra il primo e il terzo gol ne sono passati solamente 16. È il secondo giocatore nella storia dei Red Devils a segnare una tripletta da subentrato. Appena una settimana prima l’attaccante 22enne aveva deciso la sfida più complicata del girone, la trasferta al Parco dei Principi contro il Paris Saint-Germain, con un tiro in diagonale che ha fissato il risultato sul 1-2 a tre minuti dalla fine.

Oggi Rashford è uno dei pilastri del Manchester United, una squadra che sta tentando di tornare su livelli della gestione vincente di Sir Alex Ferguson. È uno dei migliori attaccanti della Premier League e una pedina importante per la Nazionale inglese. Ma quel che fa in campo è solo una piccolissima parte del personaggio Marcus Rashford, della sua immagine pubblica, di quel che sta costruendo negli ultimi anni – soprattutto in questo 2020.

Il wonderkid dello United è diventato uno dei militanti politici più in vista del Regno Unito. E le sue gesta fuori dal campo vanno molto oltre i semplici hashtag e i riquadri neri pubblicati per il Black Out Tuesday, l’evento del 2 giugno 2020 in cui molte persone hanno protestato contro il razzismo e la brutalità della polizia. Appena finita la partita con il Lipsia ha twittato per celebrare la vittoria e l’hat-trick, come avrebbe fatto qualsiasi altro giocatore. Ma non si è fermato lì: «Tre gol, 16 minuti, 1.030.000 firme, non riesco a smettere di sorridere». Poi ha inserito il link di una petizione e #EndChildFoodPoverty.

La petizione lanciata mesi fa da Rashford fa parte di una campagna di solidarietà contro la povertà alimentare dei bambini più bisognosi che proprio mercoledì scorso ha superato il milione di firme. È una delle sole cinque petizioni arrivate al Parlamento britannico a raggiungere questi numeri.

La campagna #EndChildFoodPoverty è stata appoggiata da moltissimi gestori di bar, ristoranti, pub che hanno scelto di contribuire nonostante le infinite difficoltà economiche del 2020. Rashford è riuscito a creare una rete che mette in contatto diverse aziende del settore alimentare: ha contribuito anche McDonald’s, che ha promesso di donare l’equivalente di un milione di pasti gratuiti; hanno aderito anche catene di supermercati come Co-op e Tesco, e poi Deliveroo e Kellogg’s.

Gli sforzi del giovane campione hanno raccolto grandi consensi e inevitabilmente anche qualche critica, principalmente da parte dell’ala più conservatrice dei Tories, che gli suggerisce di pensare al suo lavoro e non alla politica. Ma Rashford non è quel tipo di calciatore: per lui essere un atleta di fama mondiale vuol dire avere un impatto oltre il perimetro del campo.

Quando durante il primo lockdown il governo britannico aveva deciso di tagliare alcuni programmi di welfare ritenuti superflui, tra cui quello dei buoni alimentari scolastici per le famiglie più bisognose, Rashford ha inviato una lettera al primo ministro Boris Johnson e al Parlamento, chiedendo di non sospendere il programma durante i mesi estivi e di riconsiderare le ripercussioni che la pandemia avrebbe avuto sulle famiglie già in difficoltà.

«La povertà alimentare in Inghilterra è una pandemia che potrebbe durare generazioni se non facciamo qualcosa ora», ha scritto l’attaccante del Manchester nella lettera poi diventata un articolo sul Times, in cui raccontava anche che lui stesso senza il programma alimentare avrebbe avuto un’infanzia ancor più difficile.

Il grande sostegno ricevuto da Rashford, e le proteste di migliaia di persone che appoggiavano la sua petizione, avevano convinto in un primo momento l’amministrazione Johnson a prolungare il programma di aiuti. Ma nelle ultime settimane c’è stata una nuova inversione di rotta a Downing Street.

La scorsa settimana il Parlamento ha votato contro una mozione, presentata dai laburisti, che avrebbe prolungato l’erogazione dei buoni pasto anche durante il periodo delle vacanze di Natale e fino a Pasqua 2021.

La decisione dei parlamentari conservatori però non sembra aver portato molto credito alla maggioranza, dal momento che va sostanzialmente contro un campagna di solidarietà che trova nuove adesioni giorno dopo giorno. La docente di politiche sociali alla Loughborough University Ruth Lister, membro della Camera dei Lords, lo ha spiegato in una lettera inviata al Guardian pochi giorni fa: «Tutti gli studi scientifici dimostrano che le famiglie a basso reddito con bambini stanno davvero avendo enormi difficoltà. Rashford, ascoltandoli e attingendo alla propria esperienza d’infanzia, lo capisce. Il governo, il primo responsabile nell’affrontare la povertà, chiaramente non lo capisce».

L’attaccante inglese è cresciuto a Wythenshawe, periferia a sud di Manchester, e la sua infanzia non è stata delle più semplici: nato da genitori immigrati da Saint Kitts & Nevis, piccolo arcipelago dei Caraibi, Rashford spesso ha ricordato che da piccolo ha dovuto beneficiare in prima persona proprio di quel programma di aiuti per i bambini provenienti dalle famiglie meno abbienti.

In un articolo di maggio pubblicato sul New York Times Rory Smith racconta l’origine dell’impegno di Rashford: «Le cause che sceglie di supportare sono quelle che sente più vicine. È un ragazzo di Manchester, che ha vissuto certe cose sulla sua pelle».

Poi ricorda che lo scorso Natale l’attaccante dello United aveva lanciato un’iniziativa per incoraggiare donazioni di beni di prima necessità a diverse associazioni che si occupano dei senzatetto di Manchester. E ancora domenica scorsa, meno di un’ora dopo lo 0-0 con il Chelsea, si è dedicato a una serata di volontariato in cui ha distribuito pasti gratis in città.

«Troppo spesso gli atleti britannici hanno evitato i grandi problemi – ha scritto Sean Ingle in un commento sul Guardian – ma sembra che le cose stiano cambiando. E Rashford in questo è all’avanguardia. Ha ricordato alla nostra società che il calcio può essere una forza motrice per la coesione e il bene comune. Soprattutto non è divisivo: non ha criticato il governo ma ha fatto un appello a mettere da parte la politica per lavorare insieme a una soluzione di lungo termine alla povertà alimentare dei bambini nel Regno Unito».

Lo scorso luglio l’Università di Manchester ha deciso di conferire all’attaccante inglese un honorary doctorate «per la sua straordinaria campagna contro la povertà infantile»: è il più giovane di sempre a ottenere questo riconoscimento. E a inizio ottobre è stato nominato membro dell’Ordine dell’Impero Britannico (Member of the Order of the British Empire).

La sua attività extra campo fa di Rashford un atleta distante dal modello di calciatore europeo che esiste solo nei confini del suo lavoro. Il nativo di Wythenshawe si rispecchia perfettamente in quell’espressione attribuita agli sportivi professionisti più impegnati, soprattutto al di là dell’Atlantico, come Colin Kaepernick, LeBron James, Serena Williams o Megan Rapinoe: more than an athlete, più di un atleta.

Per Rashford la visibilità guadagnata sul campo è un mezzo, un veicolo per trasmettere un messaggio di solidarietà, un’immagine dell’Inghilterra che aiuta gli ultimi. La sua fama di calciatore tra i più influenti del Paese lo spinge a farsi megafono per dare voce a chi non ne ha, a prescindere dal colore politico che si vuol dare alle sue azioni. Perché, come dice lui stesso, «questa non è politica, è umanità».

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