Protestare e giocareL’epocale atto politico dell’Nba raccontato da Flavio Tranquillo

Secondo il telecronista di Sky, la minaccia di boicottaggio resterà nella storia, ma la ripresa del campionato di pallacanestro non è mai stata davvero in pericolo perché sono troppi gli interessi economici in ballo: «Continuiamo a veicolare questa idea di un blocco unico, ma ci sono delle tensioni enormi anche dentro l’associazione giocatori»

Afp

Stanotte riprenderanno i playoff della Nba, grazie anche a un accordo che prevede l’utilizzo dei palazzetti dello sport come seggi elettorali per consentire agli americani delle grandi città di votare in tutta sicurezza alle elezioni di novembre. La protesta delle squadre Nba dopo l’ennesimo assassinio di un cittadino nero da parte delle forze di polizia è stata definita “boicottaggio” o “sciopero”. Una «protesta epocale», la definisce Flavio Tranquillo, scrittore e giornalista, se non il massimo, uno dei massimi esperti di cultura e sport professionistici americani.

Lo storia dello sport è piena di gesti di protesta indimenticabili, ma questa è una protesta diversa da ogni altra per efficacia e ampiezza, che «non riguarda solo gli Stati Uniti» e che è partita dal greco-nigeriano Giannis Antetokoumpo dei Milwaukee Bucks, l’MVP (miglior giocatore) della precedente stagione «e probabilmente di questa», aggiunge Tranquillo.

Le proteste per l’ennesimo atto di protervia della polizia stavano e stanno incendiando proprio il Wisconsin, stato di cui Milwaukee è la città più popolosa, perché è lì che vive Jacob Blake, centrato inspiegabilmente da otto colpi d’arma da fuoco alla schiena, mentre saliva in auto, sotto gli occhi dei tre figli. Una protesta che si è irradiata prima a tutte le altre squadre e poi anche agli altri sport, e che ha messo perfino a rischio il proseguimento del campionato, faticosamente ripreso all’interno della bolla di Orlando, dopo la fase più acuta della pandemia.

Anche se sull’aspetto economico Flavio Tranquillo ha qualche dubbio in più e non crede che la ripresa del campionato sia mai stata davvero in dubbio o in pericolo. Troppi gli interessi economici in quel caso, «se decidessero che in due giorni la situazione non può cambiare e che servono due anni per ottenere il cambiamento che chiedono dalle forze dell’ordine e che quindi per due anni rinunciano agli introiti, credo che la reazione dei giocatori e della Nba stessa sarebbe diversa».

Inoltre, che poi questa protesta abbia efficacia sulla mentalità di chi guarda le partite, beh, è un altro discorso. Il tema era tornato alla ribalta anche durante la pandemia quando The Last Dance, il seguitissimo documentario su Michael Jordan uscito mentre mezzo mondo era chiuso in casa, aveva rimesso al centro del dibattito una frase molto criticata di MJ: «Anche i repubblicani comprano scarpe». Su questo, però, Tranquillo è categorico: «Non è intelligente dire che Jordan è cattivo e i giocatori di oggi sono buoni. Che le scarpe rosse di Michael Jordan non vadano comprate, mentre quelle di Giannis Antetokoumpo magari sì perché Giannis si è mostrato più sensibile alle proteste».

Insomma le cose non sono del tutto senza sfumature. Nel mondo della Nba, nella protesta, così come nel senso di inferiorità e inadeguatezza del nostro sport rispetto agli USA. Abbiamo le nostre miserie sportive e invece di deprimerci coi paragoni dovremmo concentrarci di più su quelle.  

Trump ha accusato l’NBA di fare politica.
Prima di tutto dire “l’Nba” è un po’ scivoloso perché continua a trasmettere quest’idea che l’NBA sia un monolite unico, come se fosse un partito politico. Invece non è un partito politico, ma un’azienda commerciale di notevoli dimensioni, un’azienda capitalistica – e uso il termine senza alcuna venatura positiva o negativa – anzi, una multinazionale capitalistica. E proprio dire “l’Nba” è una delle cose su cui sono scettico e continuare a presentarla così è un po’ fuorviante. Però la parte di Nba che ha preso quest’iniziativa, perché c’è una parte che l’ha presa e una parte che – ognuno scelga il verbo, valgono tutti e ognuno in quota parte – l’ha subita, avallata, controfirmata, depotenziata, controllata, ha fatto un atto politico. Che lo dica Trump, lo dica un giornalista, lo dicano loro o lo neghino rimane sempre un atto politico. I fatti sono fatti. 

I giocatori hanno dimostrato un’unità che in Italia, per fare il paragone più semplice prendiamo il campionato di calcio, non vediamo spesso. È una questione di cultura sportiva o di cultura sindacale?
Decisamente la componente sindacale c’è, in senso stretto e in senso lato. La NBPA (associazione dei giocatori) è una struttura enorme con tantissimi professionisti, con tantissime risorse e un enorme leverage sia contrattuale che sindacale. L’espressione “cultura sportiva” che mi sta particolarmente a cuore la terrei fuori perché non misuro la cultura sportiva degli ambienti dal comportamento sindacale di qualche decina o fossero anche qualche centinaio di professionisti. La cultura sportiva è un problema più ampio che investe tutto il mondo dello sport e non confonderei le due cose. Inoltre, anche se onestamente mi verrebbe molto facile e, per certi versi, vantaggioso non riesco in nessuna maniera ad aderire allo schema “Nba illuminati progressisti uniti e calcio italiano inveterati conservatori disuniti”. Volessi iniziarti adesso le mie critiche al calcio italiano sotto tutti i punti di vista comincerei adesso e finirei dopodomani mattina. Ma questo schema, come tutti gli schemi, intellettualmente mi fa anche un po’ schifo. 

Perché non accade nulla quando, per fare un esempio, ci sono gli ululati razzisti?
La domanda, secondo me, è questa: se domani mattina, per esempio, Zaniolo diventa il calciatore più rappresentativo della Roma e dice: “Domenica noi non giochiamo perché mercoledì scorso è successo questo e quest’altro”, quale altro giocatore o quale altra entità direbbe “No, noi giochiamo”? Secondo me nessuno. Il problema qual è? Non c’è Zaniolo. Perché – e qui sì non è un problema di cultura sportiva, ma di cultura in quel settore, distanziarsi dagli altri è problematico sia quando bisogno fare il primo passo sia quando bisogna non andare automaticamente nel gregge. Secondo me sarebbe straordinario un mondo in cui sì c’è lo Zaniolo della situazione che dice “domenica non giochiamo”, ma c’è anche un XY della situazione che dice “ok, Zaniolo vuole fare così, io ritengo invece che sia più adatto cosà, poi discuteremo”. Come hanno discusso i giocatori della Nba, questo lo so per certo, perché noi dentro la stanza non c’eravamo, non c’era lo streaming, non era il M5S prima maniera. 

Ci sono più contraddizioni di quante appaiano?
Ci sono delle tensioni enormi anche dentro l’associazione giocatori. Continuiamo a veicolare questa idea del blocco unico, ma blocco unico significa pensiero unico e pensiero unico non è progresso, è il contrario del progresso.

Non hai avuto l’impressione che lo sport sia stato messo agli ultimi posti durante la pandemia? Persino l’attività motoria era vietata ai ragazzi, gli aiuti per le società sportive sono pochissimi, e anche con la riapertura delle scuole quando è diventato necessario trovare nuovi spazi per le aule tutti hanno pensato alle palestre.
È un problema enorme. La pandemia, come in altri settori, ha semplicemente ingigantito e velocizzato in maniera parossistica tutti i problemi e tutte le contraddizioni. Le contraddizioni che prima c’erano, ma era meno visibili e più gestibili sono diventate macroscopiche e ingestibili. 

Che fare?
Dato che ormai è successo quello che è successo, io credo che il dibattito dovrebbe rispondere a questa domanda: quando ci sarà la possibilità di ripartire o di costruire qualcosa in futuro, noi dobbiamo rimettere in piedi il sistema di prima rabberciandolo e puntellandolo ancora di più? O dobbiamo far venir meno le condizioni per cui il sistema di prima che già era rabberciato è poi crollato sotto il peso della pandemia? Secondo me non c’è corsa e dovrebbe vincere la due, ma mi sembra di poter dire che c’è un plebiscito a favore della uno. È un plebiscito implicito perché se il problema – con il massimo rispetto, perché sono problemi importanti, – è quello dell’ora di educazione fisica allora ci sbagliamo di grosso. Perché l’ora di educazione fisica era ridicola anche ieri, quella non è cultura del movimento sportivo. 

Per non parlare della questione economica.
O il sostentamento, nel senso deteriore del termine, di società sportive che si sostentavano male da tutti i punti di vista, alcuni anche non particolarmente commendevoli, anche prima della pandemia. Stiamo andando nella direzione sbagliata. La direzione giusta sarebbe dire: visto che dobbiamo ripartire da zero, lo sport non può essere una parola che in 121 pagine del documento Colao non appare neanche una volta. Non può essere una cosa relativa a Roma o Inter oppure a Milano e Bologna di basket. E poi non esiste sul territorio e non esiste in termini culturali. Però per far questo non bisogna riuscire a fare un’ora di educazione fisica in impianti che non sono impianti, o dare varie mance dirette o indirette, o chiudere uno o due, o a volte anche tre e quattro occhi, per non vedere o far finta di non vedere come sta in piedi lo sport italiano. Bisogna fare tutto il contrario. Bisogna mettere tutto sul tavolo e dire, eravamo già deboli prima, adesso abbiamo preso un altro pugno, adesso cerchiamo di diventare un filo più forti. 

Il 2020 era cominciato già male con l’incidente di Kobe Bryant. Nel meraviglioso spot della Nike dei giorni scorsi di Kendrick Lamar, torna il mito dell’atleta americano come fonte massima d’ispirazione. Anche quell’immaginario lì è molto diverso dal nostro.
Non credo ci sia un’idea secondo cui negli Usa gli atleti devono ispirare mentre nel resto del mondo non devono. Mi sembra che negli Usa si tenda a costruire un role model tendenzialmente positivo, anche perché poi viene caricato di valori positivi con molti sistemi, quasi tutti perfettamente legittimi e non pericolosi. Mentre qui, in linea di massima, il role model, paradossalmente, viene utilizzato in negativo. Quando, e accade ogni giorno, viene assalito un arbitro, uno fa un insulto razziale al suo avversario, l’allenatore si picchia col genitore, il genitore si picchia con il giocatore della squadra avversaria, la spiegazione, urbi et orbi, è sempre “eh, d’altronde hanno cattivi esempi dalla Serie A”. Mi sembra semplicistico. Come dice Charles Barkley: “Io conosco un sacco di spacciatori di droga che sono fortissimi a pallacanestro”. Il giocatore professionista non è un modello, non deve essere un modello, non ha la responsabilità di essere un modello. Gestirà la responsabilità di essere molto conosciuto e, quindi, di avere impatto sugli altri, meglio che potrà. Ma non possiamo dargli la responsabilità o, addirittura, la colpa di tutto quello che facciamo noi o il merito di quello che facciamo noi che poi è la stessa identica operazione. Come lui deve prendersi le sue responsabilità, noi dobbiamo prenderci le nostre. E poi possiamo anche richiamarlo e, forse, dobbiamo richiamarlo. Ma non è che se Totti in un momento d’ira sputa a un giocatore, e poi, due settimane dopo, un calciatore in quarta categoria, ad Aosta o a Lampedusa, sputa a un avversario, diventa colpa di Totti. In quel momento la sua cultura non gli ha permesso di opporre le mediazioni necessarie a evitare quel gesto come la cultura di Totti non l’aveva permesso due settimane prima a Totti. 

È da provinciali vederci sempre inferiori.
In generale mi sembra che pur ammirando e apprezzando molte delle cose che vengono fatte negli Usa, quest’idea che loro sì e noi no, o loro tutto positivo e noi no, o addirittura loro davvero progressisti e noi davvero conservatori, sia un po’ appiattente e umiliante culturalmente. 

Anche perché poi quando arrivano le elezioni, come accaduto nel 2016, ci stupiamo.
E invece i 60 e passa milioni di voti di Trump vanno rispettati, in tutti i sensi. Detto da uno che non spera nella sua rielezione.

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