Meglio cento asili che cento startupPerché il Recovery Plan italiano deve puntare sull’istruzione e sul capitale umano

L’Associazione “Minima&Moralia” propone di investire i fondi europei per garantire l’accesso agli asili nido a tutti i bambini (finora solo uno su quattro) permettendo così ai genitori inoccupati di cercare un lavoro

bambini
Photo by La-Rel Easter on Unsplash

«Anziché mettere soldi in aziende fallite o in tentati salvataggi assurdi, l’Italia dovrebbe investire in quel che può contribuire alla crescita del Paese. E in questo momento è il capitale umano, è lì che siamo indietro rispetto agli altri Stati europei. Meglio 100 asili nido che 100 startup». Lo ha detto a Linkiesta Ignazio Rocco di Torrepadula, imprenditore napoletano che con l’Associazione “Minima&Moralia – Idee per un Paese migliore” ha contribuito alla stesura di un piano di investimenti per l’utilizzo del Recovery and Resilience Facility, lo strumento perno del NextGenerationEu.

Il piano Next Generation Italy, si legge nel documento, «si propone di intervenire sulle strutture fondamentali e quei fattori di fondo che condizionano il Paese e la sua capacità di progresso», e indica quattro grandi aree di riforma: istruzione, lavoro, demografia, decarbonizzazione.

L’istruzione non a caso è indicata al primo posto. «Il punto di partenza è lo squilibrio tra le diverse aree d’Italia», spiega di Torrepadula. «Da Roma in giù la disponibilità di strutture per la prima infanzia è praticamente zero. Se in Emilia-Romagna il 26,6 per cento della popolazione ha a disposizione un asilo nido, in Campania si arriva al 3,6 per cento, in Calabria al 2,6».

I dati indicati nel progetto sottolineano, tra le altre cose, «una spesa pro capite inferiore alla media Ocse; docenti poco pagati sia in ingresso sia nel prosieguo della carriera; solo un bambino su 4 ha accesso al nido o a servizi integrativi per l’infanzia, molto distante dal target europeo del 33 per cento; mancato aggiornamento professionale per molti insegnanti, che si accompagna a un’età anagrafica elevata: il 60 per cento degli insegnanti delle scuole superiori in Italia ha più di 50 anni (in Francia solo il 31%)».

È per questo che il Next Generation Italia propone una riforma dell’istruzione e della formazione che interessi tanto gli asili nido quanto i docenti: quindi garantire l’accesso agli asili nido ad almeno la metà dei bambini tra 0 e 3 anni, ma anche realizzare strutture adeguate, possibilmente ristrutturando quelle già esistenti, e reclutare docenti solo da concorso per garantire un livello medio di qualità elevato.

E ancora: «Bisogna rendere le strutture per la prima infanzia un primo polo di acquisizione di elementi di lingua inglese e di competenze Stem, fare formazione on the job obbligatoria, offrire incentivi alla continuità didattica per evitare supplenze e favorire una progressiva creazione di un corpo docente con competenze richieste dalla trasformazione digitale», aggiunge di Torrepadula.

Il vantaggio, dice l’imprenditore, è che «l’investimento nell’istruzione è solo un primo passo, da cui si generano a catena vantaggi anche nelle altre aree di intervento: oggi le famiglie con bambini che hanno supporto pari a zero sono paralizzate per i primi anni. Così si impedisce l’accesso al lavoro alle madri e in parte anche ai padri, si nega ai bambini l’introduzione alla formazione, si limita la creazione di formazione di posti di lavoro qualificati».

Ecco allora che gli investimenti sull’istruzione sfociano nella seconda area di intervento, quella del lavoro. Qui uno dei focus del piano proposto dall’associazione “M&M” è sull’occupazione femminile, tema al centro del dibattito pubblico proprio in questi giorni.

«Più si arriva a un sistema di istruzione moderno, a partire dalla prima infanzia – dice l’imprenditore – e più si abilitano le donne a poter partecipare al mercato del lavoro. In Italia oltre la metà delle donne non partecipano al lavoro. È un discorso che va affrontato sia da un punto di vista di giustizia sociale, sia economico e di mercato».

In Italia la scelta tra la carriera fare il genitore è obbligata, forzata dalle circostanze. O comunque non agevolata. È per questo che il Next Generation Italia prevede, ad esempio, una ristrutturazione del congedo di paternità e dell’intero segmento dell’imprenditoria femminile.

Anche le altre aree di riforma indicate dal piano sono strettamente collegate alle prime due: quando si parla di demografia il documento fa riferimento all’aumento di natalità, che va legato alla ripresa di fiducia e una maggiore disponibilità economica.

«Si propone quindi un significativo taglio delle tasse per i lavoratori con redditi più bassi. Si propongono inoltre: misure per l’adattamento alla “ageing society”, quali il finanziamento strutturale dell’assistenza domiciliare integrata in casi di non-autosufficienza e la creazione di laboratori di telemedicina diagnostica nelle zone interne. Si deve infine garantire l’arrivo di forza lavoro dall’estero in maniera legale, gestita proattivamente, disciplinata e coerente con i bisogni del Paese», si legge nel piano per il Next Generation Italia.

Infine il tema della decarbonizzazione, che aiuta a declinare investimenti su produzione elettrica, trasporti e progetti in materia di patrimonio edilizio.

«Raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione – dice di Torrepadula – è l’azione più urgente da un punto di vista ambientale, tenendo anche conto che le azioni intraprese necessitano di lunghi periodi, almeno decennali, per essere efficaci, data la lunga permanenza di alcuni gas serra nell’atmosfera. Il modo migliore per spingere la società a decarbonizzarsi è l’introduzione di una carbon tax graduale nel tempo per i settori non soggetti ad altre forme di disincentivazione del livello delle emissioni, come il sistema Ets, ovvero un costo associato alle emissioni di CO2 che aumenta progressivamente nel tempo».

Tutte le proposte del Next Generation Italia avanzate dall’associazione Minima & Moralia rispondono soprattutto a un’esigenza: esporre in maniera chiara e convincente la ratio, gli obiettivi e le modalità di realizzazione di ciascun progetto, aderendo alle linee guida della Commissione europea.

Il piano, però, ha bisogno di diventare operativo. «Ci siamo resi conto che il rischio più grande di tutti – dice di Torrepadula – è che i soldi per gli interventi che l’Italia proporrà a Bruxelles non siano utilizzati, che vadano dispersi, com’è già capitato più volte in passato».

Da qui la seconda proposta dell’associazione: l’istituzione di una “Unità tecnica per la ripresa e la resilienza”. Un progetto che spiega a Linkiesta Carlo Altomonte, professore di Politica Economica Europea alla Bocconi, che ne ha guidato il progetto: «Siamo partiti da due considerazioni. La prima è che in Italia c’è un problema con gli investimenti dei fondi europei: non si riesce a utilizzarli anche dopo aver stilato il piano. La seconda è che il regolamento comunitario ci dice che il Recovery Fund viene erogato in base allo stato di avanzamento dei lavori quindi bisogna evitare ritardi e garantire la corretta realizzazione del piano».

L’Unità tecnica dovrebbe essere ritagliata sul modello della Cabinet Unit creata dal governo britannico durante l’amministrazione di Tony Blair, con la Infrastructure and Projects Autority e la sua Delivery Unit nell’ufficio del Primo ministro.

I compiti dell’Unità – composta da esperti in materia economico-finanziaria, ingegneristica e giuridica – sarebbero quelli di coordinare tutte le implementazioni degli interventi, tenere i rapporti con enti locali al di fuori della conferenza Stato-Regioni, integrare la progettualità carente e risolvere eventuali conflitti di interesse.

«L’organo di governo di questo processo – dice Altomonte – dovrebbe essere il Comitato interministeriale degli Affari europei, che fornirebbe gli indirizzi politici, e dovrebbe ricevere regolarmente dei report sulle questioni tecnico-operative».

Per Altomonte l’istituzione di un’Unità meramente esecutiva è fondamentale. «Dopo qualche settimana in cui hanno pensato che il Recovery Fund fosse la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno – dice il professore – al governo hanno recepito i desiderata di Bruxelles, grazie anche al ministro Amendola. Infatti oggi l’Italia sembra seguire le linee guida tracciate dall’Unione. Il passaggio successivo, quello di execution, è invece ancora incerto».

Il punto è che Bruxelles oltre agli investimenti richiederà anche alcune riforme strutturali, l’esempio fatto da Altomonte è quello della ristrutturazione energetica degli edifici: «Il governo ha già stanziato dei fondi, ma se non si cambia la formula che obbliga a fare le riunioni di condominio in presenza i condomini sono bloccati, e quei soldi non saranno mai spesi».

Allora ecco che non basterà più seguire le indicazioni, ma occorrerà assicurarsi che i piani siano sempre operativi: «Sono convinto – dice Altomonte – che il progetto che presenterà l’Italia sarà molto buono, il difficile è portarlo a termine: sicuramente disegneremo un vestito bellissimo, poi però c’è bisogno di indossarlo».

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