Capitale umanoI 209 miliardi devono essere usati per rendere l’Italia più resistente agli shock futuri, dice Enrico Giovannini

Il portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile individua nell’istruzione, a tutti i livelli, anche per i professionisti, la chiave di volta per ripensare un sistema economico che ha creato disuguaglianze in tutto il Paese negli ultimi quarant’anni

«Sui fondi europei Bruxelles ci chiede coerenza ma in Italia ancora si discute come usare i 209 miliardi di euro del Next Generation Eu senza guardare il quadro complessivo di aiuti che comprenderanno il Meccanismo europeo di stabilità, il Sure, e i fondi nazionali». Il primo errore sul Recovery plan è non avere una visione d’insieme, dice Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) ed ex ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, durante il governo Letta.

La gestione delle risorse in arrivo da Bruxelles è il tema prioritario sull’agenda del governo italiano. Ma proprio per questo, sottolinea Giovannini, occorre gettare le giuste basi. Un primo passo sarebbe evitare equivoci di carattere semantico: «Il Next Generation Eu – dice – è un aiuto che va oltre l’emergenza e chiamarlo Recovery fund distrae dal cuore della questione: i fondi devono essere usati per rendere il nostro Paese più resistente agli shock futuri».

Professor Giovannini, negli ultimi giorni si è parlato anche di un rinvio «molto probabilmente inevitabile» del Next Generation Eu, per usare le parole dell’ambasciatore tedesco all’Unione europea.
Non mi sorprenderebbe un rinvio. Va ricordato che il processo per l’approvazione formale deve essere ratificato dai parlamenti europei due volte. Una prima volta perché il piano concordato a luglio aveva implicazione finanziaria e richiedeva la ratifica. E visto che questo fondo è inserito all’interno del quadro finanziario 2021-2027, che non è ancora definito ma oggetto di discussione, servirà una nuova ratifica dei parlamenti nazionali. Mi sorprende chi è sorpreso. Anzi si dimostra ancora una volta tutta la superficialità con cui molti osservatori affrontano questi argomenti.

Ci sono riforme che non possono più aspettare?
Questo dipende da cosa si indicherà nel piano. L’importante è che siano progetti sull’Italia del 2030. Una volta deciso come vogliamo che sia l’Italia tra dieci anni allora potremo delineare i progetti che ci consentiranno di arrivare a quel modello lì. Sappiamo che la Commissione europea e il Consiglio hanno identificato come priorità l’aumento della resilienza economica e sociale, quindi i fondi devono essere usati per rendere il nostro Paese più resistente agli shock futuri. Un esempio: quando si parla di istruzione tutti pensano alla scuola e all’università. In realtà una grande carenza di questo Paese è l’assenza di formazione durante tutto l’arco della vita, che aumenterebbe la resilienza dei lavoratori e delle imprese nelle difficoltà. Poi bisognerà investire in trasformazione digitale, conversione ecologica, e in tutti i settori indicati nelle raccomandazioni dell’Unione europea dell’estate scorsa, quindi nella salute, una riforma della pubblica amministrazione, un investimento nel capitale umano.

Tutti questi settori sono connessi tra loro. Come si progettano investimenti “di sistema”?
Il primo errore sarebbe continuare a parlare solo dei 209 miliardi. In realtà i fondi che arriveranno dall’Europa nei prossimi anni sono molti di più, ci sono i soldi della programmazione 2021-2027; i fondi del Just Transition Fund; i fondi del React Eu, quasi 14 miliardi; senza parlare del Mes e del Sure. Usare con coerenza i fondi europei fa parte delle linee guida diramate dall’Unione. Non ha senso pensare di spendere il 37 per cento dei fondi del Next Generation Eu per fare la transizione energetica e poi con gli altri fondi europei facciamo infrastrutture che aumentano l’inquinamento. È un controsenso. Ci vuole uno sforzo di coerenza, di cui questo Paese non si è ancora reso conto. Come ASviS stiamo pregando il governo di fare una programmazione che riunisca tutti questi aspetti, come sembra abbia fatto la Francia, altrimenti non abbiamo il senso dell’unitarietà di questi investimenti.

Sarà anche l’occasione per investire nel Mezzogiorno e nelle periferie, più che nelle grandi città?
È evidente che un investimento proporzionale nelle varie aree non colmerebbe i divari esistenti. Ma è proprio la ragione per cui tutta la discussione è distorta. Se ai 209 miliardi vanno sommati anche gli altri fondi allora sono compresi quelli sulla coesione territoriale e sociale. Poi è ovvio che il Sud ha ritardi infrastrutturali gravi. Ma non li risolviamo se usiamo questi soldi per infrastrutture già vecchie, in termini di programmazione.

Quale sarebbe un investimento già vecchio?
Ad esempio se vogliamo fare un ponte: il discorso non è il ponte in sé, ma se lo usiamo per far passare solo i tir allora non va bene, l’Europa ci fermerebbe giustamente. Se passa anche una ferrovia per il trasporto merci invece è un investimento in sostenibilità. Un altro esempio è quello della mobilità nelle città. Vogliamo fare metropolitane? Va benissimo. Ma dobbiamo tener presente che nel frattempo lo smartworking sta distribuendo diversamente il lavoro e che i centri storici delle città si sono svuotati. Allora forse si va verso modelli con città più policentriche. Le infrastrutture e gli investimenti non possono essere quelli progettati anche solo pochi mesi fa. Come detto, dobbiamo ragionare sull’Italia del 2030.

Come si riforma un mondo del lavoro segnato da disoccupazione e giovani che lavorano a condizioni peggiori rispetto alle generazioni precedenti?
Bisogna investire nella sostenibilità del nostro modello di sviluppo. Dove per sostenibilità non si intende quella ambientale, o non solo quella. Sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni della generazione attuale senza pregiudicare quello delle generazioni successive. Un primo passo sarebbe quello di introdurre nella Costituzione questo principio, attualmente assente. Alcuni Paesi come Francia, Norvegia, Belgio l’hanno introdotta ultimamente. Inoltre va cambiato un sistema economico che negli ultimi quarant’anni ha generato uno squilibrio evidente tra generazioni. Squilibrio che in Italia si nota molto perché noi investiamo molto poco in formazione, formazione continua, ricerca. E avendo un sistema produttivo fatto di tante piccole imprese, che rispetto alle grandi imprese hanno salari bassi, l’Italia ha dei salari all’ingresso molto bassi. Il che vuol dire che le persone più valide che si apprestano a entrare nel mondo del lavoro vanno all’estero.

Come si può riformulare il reddito di cittadinanza?
Sono favorevole a un reddito minimo, ma condizionato a una serie di circostanze. Ad esempio la presa in carico dei figli che non vanno a scuola, o la formazione di chi in quel momento non sta lavorando ma non è inattivo, la formazione non solo del capofamiglia ma di tutto il nucleo familiare. Dopo il reddito di cittadinanza tutti ci siamo resi conto che quello schema non è sufficiente, così come non era sufficiente il reddito di inclusione. Il punto è che basterebbe copiare una formula che esiste già altrove.

Lei era nella task force Colao la scorsa primavera. Dove sono oggi le proposte presentate al governo?
Alcune sono state inserite nei decreti Semplificazione e Agosto e sono già diventate legge. Ad esempio la riforma che limita al dolo il danno erariale degli amministratori pubblici, mentre prima c’era anche la cosiddetta colpa grave. Altri proposte non sono state recepite. O non ancora, ma potrebbero finire nel Recovery & Resilience Plan.

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