Il giusto mezzoConte assicura che il NextGenerationEu sosterrà l’occupazione femminile, ma i progetti presentati finora lo smentiscono

Dopo il voto alle Camere sulle linee guida per l’utilizzo dei fondi europei il presidente del Consiglio ha promesso che «una parte significativa» delle risorse andrà al perseguimento della parità di genere. Ma non è chiaro quanto. Una campagna italiana ed europea chiede che sia esattamente la metà

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Il conto più salato della pandemia si sta abbattendo sulle fasce più fragili della società: giovani, poveri, e anche sulle donne. Nel nostro Paese sono più della metà, 447mila, quelle che hanno perso il lavoro, su un totale di 800mila nuovi disoccupati. Al netto delle scuole chiuse per mesi, si sono prese carico della cura della famiglia, e più hanno pagato l’isolamento in casa, con un picco inedito di violenze domestiche durante i mesi del lockdown.

Ora, con il NextGenerationEu il nostro paese riceverà 209 miliardi per investire negli interventi strutturali che il Paese aspetta da tempo: riforma della pubblica amministrazione e snellimento della burocrazia, industria 4.0, infrastrutture fisiche e digitali. Al momento non sembra però che proprio le categorie più colpite, quelle che rischiano di rimanere indietro o peggio, di non rialzarsi più, siano state messe in cima alla lista delle priorità.

L’allarme è stato lanciato dai Verdi europei tramite lo studio “NextGenerationEu leaves women behind” delle ricercatrici Elisabeth Klatzer e Azzurra Rinaldi già a giugno. «Il Recovery Plan, e soprattutto i progetti legislativi, sono gender blind (cioè ignorano gli aspetti di genere, ndr) e gli stanziamenti più ampi, in particolare, non indirizzano le sfide legate alla crisi del Covid-19 nel settore della cura, né le difficoltà specifiche delle donne», si legge nel testo. «Il Recovery Fund europeo si concentra sugli stimoli economici ai settori con ampie quote di occupazione maschile, come le industrie del digitale, dell’energia, dell’agricoltura, dell’edilizia e del trasporto, mentre molti dei settori più colpiti dalla crisi del Covid-19 presentano ampie quote di occupazione femminile».

«Il nostro studio ha evidenziato come tutto il NextGenerationEu sia gender blind, ma le politiche nei fatti non lo sono mai. Considerando che in genere si tratta di norme redatte da maschi bianchi e di mezza età, si possono già trarre delle conclusioni», spiega a Linkiesta Azzurra Rinaldi, economista all’Unitelma Sapienza e coautrice dello studio. «Ma se questo paese sta per affrontare una crisi che vedrà una perdita tra il 9-12% del Pil, mentre la crisi del 2008 si era limitata al -5,6%, noi come sistema economico non possiamo permetterci di agevolare una crisi che è almeno due volte più grave di quella precedente. Senza una visione di lungo periodo, stiamo ponendo le basi per un sistema ancora più maschile».

Come è noto, l’Italia partiva già da una situazione di grande svantaggio: nonostante il nostro paese sia ottavo a livello mondiale per prodotto interno lordo, a livello retributivo siamo 117esimi su 153 paesi, e sul gender pay gap arriviamo alla 125esima posizione. L’aspetto economico e lavorativo è quello in cui le donne soffrono di più: «ci sono limiti all’ingresso del mondo del lavoro, quante donne ad esempio si sentono ancora rivolgere la domanda “lei ha figli o vuole farne”: in assenza di un congedo genitoriale parificato, le aziende tenderanno sempre a preferire il candidato meno “problematico”, cioè maschio», spiega Rinaldi. «Poi c’è il problema della permanenza sul posto di lavoro. Il 74% dei contratti part time a livello nazionale è costituito da donne: in assenza di servizi, come i nidi e il tempo pieno a scuola, le famiglie si troveranno sempre a dover fare una scelta tra il genitore che può lavorare e quello che deve restare a casa, a scapito delle donne». Infine, la questione della progressione di carriera, in cui «tante posizioni rimangono difficili. Secondo il Global gender gap report, noi abbiamo solo un 20% di donne in posizioni apicali, mentre l’80% è costituito da uomini».

La pandemia, naturalmente, ha scoperchiato un vaso di pandora: «se devi decidere chi dei due genitori debba lasciare il lavoro, razionalmente lo fa chi ha un part time, chi guadagna di meno, chi ha contratti più flessibili, tutte caratteristiche associate al mercato del lavoro femminile», spiega Rinaldi. Così, il tasso di occupazione delle donne in soli quattro mesi è passato dal 50,1% al 48%, lasciando centinaia di migliaia di donne senza lavoro e, posto il contesto di grande incertezza, senza nemmeno la prospettiva certa di poterne trovare un altro.

È per questo che i Verdi europei, tramite l’europarlamentare tedesca Alexandra Geese, hanno lanciato una campagna europea, #HalfOfIt, per destinare la metà dei fondi del NextGenerationEU alle donne. Né più, né meno. A questa campagna in Italia si è ispirata anche Il Giusto Mezzo, movimento spontaneo (e trasversale) che martedì è sceso in piazza a Roma in occasione della discussione di Camera e Senato sulle linee guida stilate dal governo per l’utilizzo dei fondi europeicon l’obiettivo di tenere alta l’attenzione circa le proposte presentate nei giorni scorsi al premier Conte e che hanno ormai raggiunto oltre 40.000 firme. La lettera inviata dalle associazioni a Conte, in particolare, chiede di concentrarsi su tre priorità: parità salariale sul lavoro, sostegno all’occupazione delle donne, sostegno alle attività di cura e asili nido e tempo pieno a scuola su tutto il territorio.

«A livello europeo la Commissione non ha cambiato nulla dei suoi piani, ma sia il Parlamento che il Consiglio hanno recepito le raccomandazioni del nostro studio e inserito la valutazione di impatto di genere nei passaggi decisionali. Il Parlamento europeo in particolare ha chiesto che nella presentazione dei piani di paesi come l’Italia vengano favoriti quelli che mettono in campo azioni contro la disuguaglianza», spiega Rinaldi.

Non è un caso allora se la prima bozza del piano nazionale preveda effettivamente una serie di misure in tal senso. Proprio martedì il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha specificato che la questione di genere avrà grande ruolo nei piani del governo per sfruttare i fondi europei. «Proprio con riguardo all’occupazione femminile accolgo senz’altro l’impegno contenuto nella risoluzione di maggioranza approvata ieri in quest’aula e assicuro che una parte significativa delle risorse sarà indirizzata con la massima determinazione al perseguimento di questo obiettivo», ha detto il presidente del Consiglio.

In verità, il piano presentato finora non è dettagliato, le linee guida ci sono, ma non sono stati indicati gli importi, «e l’ordine delle priorità si stima anche rispetto all’impegno finanziario», specifica Rinaldi. Bene dunque i proclami di adesione, ma la partita è ancora tutta da giocare: bisogna vedere se il dettaglio delle spese rifletterà un effettivo impegno del governo. «Questa prima bozza può essere valutata positivamente come dichiarazione di intenti, questo è anche il motivo di questa campagna, richiedere che questi fondi in arrivo vengano usati con efficienza. Ma questo non potrà succedere se il 50% della popolazione non è messo in grado di lavorare. Personalmente vincolo l’ottimismo sapendo che c’è molto lavoro da fare», conclude Rinaldi.

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