Cena di classeLa puntata speciale di West Wing ci ricorda perché Aaron Sorkin è il più bravo e noi tutti più vecchi

Il cast della serie tv che ha insegnato a tutti la politica americana ripropone su Hbo una puntata dello show girata in teatro. E in quelle che in un normale episodio sarebbero le pause pubblicitarie qui ci sono Michelle Obama, Bill Clinton e altri personaggi noti che cercano di sensibilizzare gli americani sulle elezioni di novembre, anche se è troppo tardi

Immagine presa dall'account Twitter @robbiejosh12

L’effetto è quello delle cene di classe. Non che io sia mai stata a una cena di classe: mica m’invitano. Ma ho rivisto abbastanza quindicenni divenuti quarantenni da sapere l’unico effetto che suscitiamo: ammazza come s’è ridotto.

Da ieri in America Hbo trasmette una cosa che probabilmente qui non vedremo mai. Una puntata speciale di “West Wing” che dovrebbe sensibilizzare gli astenuti e farli andare a votare. Ci sono vari errori nella frase che ho appena scritto, proviamo a notarli tutti.

Intanto, non è una puntata di “West Wing”. La serie – che raccontava lo staff della Casa Bianca, che ha insegnato com’è fatta la politica americana a molti di voi, e che i più zelanti possono recuperare su Prime Video – è finita dopo sette stagioni nel 2006, e andava in onda sulla Nbc, una rete generalista (non era ancora iniziata l’epoca in cui fa figo interessarsi solo di ciò che va in onda sulle piattaforme di streaming).

Questa – su una piattaforma di streaming – dovrebbe essere una riduzione teatrale di una puntata del 2002. Ma in realtà non lo è. È girata in un teatro, sì, ma non c’è pubblico; ci sono le stesse identiche scene che vedemmo in tv; solo che, quando il presidente sale sulla limousine, quella limousine è una sedia; si fa finta che non sia televisione, e quindi le musiche sono le stesse della serie, ma c’è l’orchestra sul palco. È tutto un po’ assurdo, persino per nostalgici estremi che di “West Wing” guarderebbero anche una riduzione a balletto di Tik Tok (sto parlando di me, sì).

Soprattutto la scelta di Sterling K. Brown per interpretare il capo dello staff: John Spencer, l’attore che faceva Leo in “West Wing”, morì durante l’ultima stagione; se fosse vivo avrebbe 74 anni (poco meno di Martin Sheen, che fa il presidente), e Brown ne ha trenta di meno; ma ha due vantaggi, uno sociale (è nero, non si è mai abbastanza multiculturali di questi tempi) e uno pratico: è l’unico capace di recitare in mezzo a quel canile municipale che è “This is us”, immaginatevi cosa può fare in mezzo a un cast che conosce il mestiere e con una sceneggiatura degna.

Perché “Hartsfield’s landing” – la puntata del 2002 che hanno scelto di riproporre – è piena di meraviglie. Toby e il presidente che giocano a scacchi riconciliandosi dopo che Toby l’ha psicanalizzato un tanto al chilo e dopo che il presidente gli ha scritto «Vieni a giocare a scacchi, Sigmund» (e pazienza se l’adattamento teatrale è filmato come non fossero a teatro, e dietro ai due ci distraggono platea e palchi vuoti); la terza guerra mondiale scongiurata raccontando cazzate (che è quella cosa che gli statisti sanno fare bene e i populisti male); soprattutto, la descrizione di Twitter prima che esistessero i social, quando Donna chiama una famiglia di Hartsfield per convincerli a votare Bartlet, e quelli le fanno la morale sui comportamenti presidenziali, e lei sbotta che è tutta una posa, la loro indignazione, la loro delusione, i loro sentimenti feriti: vogliono solo sentirsi moralmente superiori.

Vorrete rivedere l’originale, per riprendervi dal rifacimento in cui il capo dello staff, vecchio amico coetaneo del presidente, è interpretato da un attore che potrebbe essere suo figlio, ed è molto più giovane persino della portavoce che ha assunto ragazzina (Allison Janney, che interpreta la portavoce CJ, è l’unica del cast che sia assai migliorata esteticamente in questi vent’anni, ma difficilmente può, sessantenne, sembrare assai più giovane d’un quarantaquattrenne).

Ma ci sono comunque alcune cose che valgono la pena, nel rifacimento, e sono tutte al posto della pubblicità. Poiché su Hbo non ci sono interruzioni pubblicitarie, ma all’epoca la puntata era stata scritta per andare in onda su una rete generalista, e quindi scandita sulle pause per gli spot (nei paesi in cui è una cosa seria, l’intrattenimento tiene conto del contesto), al posto della pubblicità ci sono personaggi noti che dovrebbero convincere gli americani – gli americani che guardano Hbo – a votare.

C’è Michelle Obama che è noiosissima, ma c’è Bill Clinton che fa una favolosa microlezione di storia. C’è Marlee Matlin (quella che interpretava la sondaggista sordomuta, in “Hartsfield” non c’è ma è un personaggio ricorrente nelle prime stagioni) che chiede se il voto da casa non voglia dire che anche il suo cane può votare, e poi chiede «ma perché faccio la parte della scema in questo sketch».

C’è Elisabeth Moss (già figlia del presidente Bartlet, ora è l’ancella dell’adattamento atwoodiano) che, neanche lei presente in “Hartsfield”, viene usata per fare il predicozzo sul voto giovanile. E poi c’è Lin-Manuel Miranda.

Lin-Manuel Miranda in Italia nessuno sa chi sia, e in America è la più gran star degli ultimi anni. Se state per obiettare che com’è possibile, c’è la globalizzazione, la risposta è: Broadway. Se scrivi il più gran successo teatrale del secolo, ti conosceranno solo quelli che hanno un amico o un parente che sia venuto a vederlo.

E, se il tuo gran successo è un musical in inglese sulla storia americana, saranno venuti a vederti perlopiù parlanti nativi. (“Hamilton” adesso è su Disney +, vi venisse la smania di colmare le lacune).

Miranda è un accanito fan di “West Wing”, anni fa scrisse un rap in cui riassumeva i momenti salienti della serie campionando la frase che usa sempre il presidente Bartlet, «What’s next?».

Prendendo in giro il proprio successo e il fanatismo per la serie, fa un’apparizione deliziosa, in cui legge da un gobbo le lodi scritte da Aaron Sorkin e fa il controcanto: «Non ho mai partecipato a “West Wing”, e questo fallimento è un dolore da cui non mi riprenderò mai… Ma l’ha scritto Aaron? Se fossi stato nel cast di “West Wing”, quello sarebbe stato il massimo traguardo professionale della mia vita, niente di quel che ho fatto dopo avrebbe contato niente… Ma io ho scritto “Hamilton”! A volte la notte mi chiedo come sarebbe stato avere il premio per il miglior cast dal sindacato degli attori… Ma se ho vinto un Pulitzer!».

È il miglior momento insieme a quello iniziale, in cui si capisce perché Aaron Sorkin – inventore di “West Wing” – è il più bravo: perché sa cosa gli obietteranno. Che, se Hollywood sta da una parte, l’elettorato vota al contrario. E quindi, all’inizio c’è uno degli attori che dice che sì, lo sanno che la gente non vuole sentire consigli non richiesti dagli attori. E che, se le telecamere di Hbo fossero disposte a mandare in onda le dieci persone più intelligenti del mondo, loro si farebbero volentieri da parte. Ma mandano in onda loro, e quindi.

Manca solo una cosa. Una spiegazione del perché un prodotto pensato per convincere gli americani a iscriversi alle liste elettorali sia stato distribuito ieri, quando in più della metà degli Stati – tra i quali quello di New York, vero bacino elettorale di Hbo – sono scaduti i termini per la registrazione al voto. Sarà che, dal 2002, siamo tutti invecchiati, e abbiamo i riflessi più lenti.

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