ThanksgivingAttenzione ai tacchini grassi e alle celebrazioni lavacoscienza

Di che cosa parlano i giornali internazionali degli ultimi giorni? Dalle rivendicazioni dei nativi americani per un nuovo spazio e una verità storica più accurata, ai pennuti giganti, fino al colonialismo del tè. Con lo zucchero

The Thanksgiving Myth Gets a Deeper Look This Year – The New York Times, 17 novembre

Ci sono un po’ di retroscena interessanti e di considerazioni laterali intorno a questo articolo di Brett Anderson, ma prima cerchiamo di capire di cosa parla. Riassumendo e tagliando corto, racconta di come il Giorno del Ringraziamento, senza dubbio la festività più sentita negli Stati Uniti, sia sostanzialmente edificata su un mito privo di riscontri storici, e abbia funzionato da “lavacoscienza” per i bianchi colonizzatori, che hanno praticamente estromesso e cancellato i nativi americani dalla storia e dallo spazio pubblico del paese. Parla quindi sì di cibo, ma anche di come intorno al cibo del Thanksgiving si sia costruito un discorso pubblico fatto di emarginazione dei nativi americani, che ora rivendicano nuovo spazio e una verità storica più accurata. In un anno, il 2020, segnato oltre che dalla pandemia anche da una nuova coscienza razziale e sociale negli Stati Uniti, il tema, a dire il vero oggetto di discussione già da un po’ di tempo, è tornato al centro del dibattito pubblico. E questa volta lo ha fatto anche con un siparietto particolare: il senatore repubblicano Tom Cotton, noto anche per le sue posizioni inclini a negare l’esistenza di una forte discriminazione razziale nella società statunitense, si è scagliato pubblicamente contro questo articolo difendendo il mito dei padri pellegrini e del loro presunto incontro amichevole con i nativi americani celebrato con il Thanksgiving, e attaccando il New York Times e la sua redazione gastronomica. In tutto ciò, visto che ci stiamo avvicinando al Natale e a quello che comporta per la discussione gastronomica italiana, e considerato che il Giorno del Ringraziamento segue più o meno le stesse strade fatte di deviazione monotematica sulla festività e sui suoi piatti tipici, abbiamo qui un caso di qualche interesse anche per noi: perlomeno ci possiamo trovare uno stimolo a parlare di tradizioni gastronomiche natalizie in modo meno sacrale e a-critico.

The Thanksgiving turkey is a beast of no nation – 1843, 18 novembre

Tom Cotton (vedi articolo precedente) dovrebbe forse leggere con attenzione questo pezzo di Ellen Nye che ricostruisce la storia del tacchino, protagonista gastronomico per eccellenza proprio del Giorno del Ringraziamento. Un animale “globale”, che ha viaggiato in lungo e in largo per tutto il pianeta, che probabilmente non è stato consumato durante il primo Thanksgiving e anzi, è diventato centrale della sua narrativa più di due secoli dopo. Nye d’altronde sottolinea come questo «volatile immigrato con radici native, che porta il nome di un altro paese, si è fatto strada a suon di glu glu fino ad arrivare al cuore della festività statunitense inventata». Per poi diventare una faccenda commerciale in tutto e per tutto, con tacchini che oggi pesano mediamente il doppio di quanto pesavano negli anni Sessanta del Novecento. Peccato che l’era pandemica, sconsigliando gli assembramenti parentali durante il Thanksgiving, rischi di lasciare tanti di questi tacchini giganti invenduti: ci vorrebbero quelli più piccoli, pre-anni Sessanta, ma come si fa a riconvertire un’industria così rodata in poche settimane?

Clearing the Air About Turkey – Taste, 18 novembre

Rimanendo in tema tacchino, e collegandoci a quello dei tacchini giganti, qui Lizzie Munro prova ad affrontare la questione della montagna di carne (e di avanzi) da dover gestire durante il Thanksgiving: o la si immagina come una cosa da spalmare su più giorni, o è meglio rinunciare, forse.

How to Say No to the Holidays This Year, Even When Your Family Insists – Eater, 18 novembre

Considerato che in Italia il dibattito sul Natale in famiglia sta prendendo derive al limite del grottesco, può tornare utile ascoltare i consigli di Esra Rol su come smarcarsi dalla cena/dal pranzo a casa con i parenti, soprattutto se non avete nessuna intenzione di presenziare perché in effetti i rischi di contagio sono elevati. Se poi semplicemente non vi piacciono la cena/il pranzo con i parenti, avete una scusa.

It’s Time To Decolonize Tea – Whetstone, 18 novembre

Cambiamo completamente argomento per parlare di tè. In questo articolo ricco di spunti e sfumature, oltre che di angolazioni, Charlene Wang de Chen spiega come il mercato mondiale del tè sia fortemente determinato dal passato coloniale. Come molti altri prodotti alimentari diventati commodities, il te ha contribuito a determinare lo sfruttamento economico dei paesi in cui viene prodotto e il successo del capitalismo occidentale. Scrive Wang de Chen: «larga parte delle principali regioni produttrici di te di oggi hanno semplicemente ereditato l’infrastruttura e i mezzi di produzione edificati sotto il sistema coloniale. Mentre l’industria del te nelle vecchie colonie britanniche tipo India, Sri Lanka, Kenya e Tanzania non è più tecnicamente britannica, in buona parte sta ancora riproducendo i sistemi valoriali dell’economia e delle disuguaglianze coloniali. Invece di produrre al servizio di uno stato coloniale e un’industria imperiale, queste vecchie catene di distribuzione ora sono protagonisti chiave nel commercio globale di tè: sono imprese multinazionali europee come Unilever o ABF».

Perché in India lo zucchero è un problema – Il Post, 15 novembre

A proposito di cibo che diventa commodity, qui si parla del caso dell’India, un paese forte produttore e debole consumatore. Prima il governo pagava ingenti somme per favorirne l’esportazione, ora l’Indian Sugar Mills Association ha lanciato una serie di campagne per favorire il consumo interno, raccontando all’incirca l’opposto di quanto direbbe ogni nutrizionista ben intenzionato.

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K - Linkiesta FictionÈ nata K, la rivista letteraria de Linkiesta curata da Nadia Terranova

È nata K – Linkiesta Fiction, una nuova rivista di letteratura curata da Nadia Terranova, finalista al Premio Strega 2019, e dal direttore de Linkiesta Christian Rocca. 

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