La destra pro BidenMa Berlusconi che ci fa ancora con Salvini e Meloni?

Forza Italia è eticamente e politicamente sempre più distante dalla Lega e da Fratelli d’Italia, al punto che non si capisce come possano stare nella stessa coalizione. Mentre il suo partito rischia di sfaldarsi e perde di importanza, l’uomo di Arcore dovrebbe svincolarsi dall’alleanza sovranista per rientrare nel gioco politico

AP/LaPresse

Come si conciliano gli ultimi discorsi di Silvio Berlusconi con la soumission di Forza Italia a Salvini? La distanza fra i toni moderati, collaborativi, istituzionalmente corretti – addirittura mattarelliani – adoperati dal vecchio Cavaliere domenica da Fabio Fazio e il perdurante estremismo urlato del capo leghista non potrebbe apparire più siderale.

Ma come fanno a stare insieme? Pronto a fiutare il nuovo e vincente stile bideniano, Berlusconi ha esternato una piattaforma antitetica a quello dell’uomo del Papeete, chiarendo nientemeno che «non ci sono limiti alla nostra disponibilità a collaborare» nella sede parlamentare con il governo per il bene comune nell’emergenza-Covid.

Se questa fosse la linea della destra, il nostro sarebbe un Paese politicamente maturo. E invece è un fatto che ogni volta che Berlusconi si dimostra collaborativo ed europeo dopo non accada assolutamente nulla. Il che fa sorgere spontanea una domanda semplicemente inaudita fino a qualche anno fa: quanto conta l’ex premier dentro la sua Forza Italia?

Politicamente morto e risorto decine di volte, in seria difficoltà fisica ma sempre risanato, in questo frangente pare proprio che le parole del Cavaliere siano come funghi rigogliosi in una valle scoscesa, vox clamantis in deserto, buonsenso puro soverchiato da cori da osteria. Vittima delle sue stesse antiche allergie alle regole e alla civiltà del confronto che alimentarono la deriva salviniana della destra italiana, oggi Berlusconi è solo.

E non è neppure facile capire come un uomo abituato da decenni a comandare possa sopportare una condizione del genere, nel migliore dei casi quella del vecchio saggio che bofonchia vicino al caminetto mentre figli e nipoti scorrazzano per le vie. La contraddizione fra il bidenismo berlusconiano e il trumpismo di Salvini, emerso con la solenne bocciatura di The Donald – «è arrogante» – rende evidentissimo quanto Berlusconi e Salvini siano come il giorno e la notte.

Quest’ultimo ha sempre visto in Trump l’alfiere ricco e spietato dei disvalori leghisti, dall’immigrazione all’antieuropeismo, proprio ciò che Berlusconi non condivide (oltre al fatto – come ha notato Ugo Magri – che al Cavaliere Trump è sempre stato sulle scatole, imitazione da circo equestre di quella che Silvio ritiene la sua personale grandeur).

Certo, una parte di Forza Italia è meglio sintonizzata sulla sua impostazione “unitaria” e collaborativa ma è probabile che la maggioranza del partito resti attaccata come una cozza al sovranismo e al muro contro muro dell’indisponibilità al dialogo, insomma alla leadership di Salvini, considerato l’unico passepartout per restare politicamente vivi.

Sono dunque i Ghedini, le Ronzulli, i Mulè a infischiarsene dei messaggi moderati, con le due capigruppo Bernini e Gelmini a barcamenarsi, insieme a Tajani, per restare agganciati alla Lega senza entrare in collisione col Cavaliere, mentre Giovanni Toti e Mara Carfagna progettano un post-Forza Italia aspettando che qualcosa si muova nella zona centrale della politica: dove però le cose languono.

E così Berlusconi, recluso ad Arcore a cercare di superare i postumi di un doloroso Covid («L’esperienza peggiore della mia vita»), viene blandito dal tandem Matteo&Giorgia con la promessa di essere il cavallo del centrodestra nella corsa al Quirinale, promessa ridicola giacché tutti sanno che al massimo potrà essere il candidato di bandiera nelle prime tre votazioni.

Eppure, la piccola Forza Italia sta proprio nel mezzo dei grandi giochi quirinaleschi, la posizione migliore per tessere trame e inventare soluzioni rientrando per questa via nel gioco politico che conta. A condizione di emanciparsi, in qualche modo, dall’egemonia salviniana sulla destra italiana.

Intanto, l’uomo di Arcore parla e nessuno pare ascoltarlo. Ed è una condizione umana e politica singolare, per uno come lui.

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