La conversioneSalvini a lezione da Marcello Pera: «Gli ho detto di riprendere la nostra agenda di 20 anni fa»

Uno dei “professori” di Forza Italia scommette sulla “rivoluzione liberale” annunciata dal leader leghista e diventa suo consigliere politico. «Gli ho suggerito di ridefinire il sovranismo», dice. Il Carroccio dovrebbe diventare «interlocutore politico» della Confindustria di Bonomi, spiega. E quota 100? Se si sceglie una cornice liberale, «non ci sta»

ANDREAS SOLARO / AFP

La conversione di Matteo Salvini alla “rivoluzione liberale” continua. A scommettere sull’ingresso nei moderati del leader della Lega, in piena crisi di consensi, è Marcello Pera, uno dei mitici “professori” di Forza Italia. Che ora si propone come nuovo consigliere di Salvini.

Galeotta, nell’incontro tra i due – racconta il Corriere – sarebbe stata la compagna di Salvini Francesca Verdini. Quando lo scorso dicembre Pera organizza un convegno sull’Europa a Roma, chiede al padre Denis di invitare anche il leader leghista. I due si parlano, nasce una certa sintonia. Tanto che Pera ammette: «Un mese fa ho votato per la Ceccardi in Toscana».

Ma da filosofo Pera ci tiene a disconoscere la paternità dell’espressione «rivoluzione liberale», invocata da Salvini. «È assai ambigua, un po’ leninista, come ambiguo era il pensiero di Gobetti», dice. «La mia formula è: partito liberale di massa. Come vent’anni fa. Allora noi avevamo un’agenda per il governo dell’Italia. Ho detto a Salvini che quella eredità è lì e va ripresa, tanto le cose in Italia stanno sempre come allora».

Quell’agenda aveva «quattro punti cruciali». Il primo era e resta cambiare la Costituzione. «Presidenzialismo, cancellierato o premierato, una strada va presa», dice Pera. Poi la giustizia: «Il caso Palamara certifica che le correnti sono un veleno, altro che “pluralismo culturale”, e la magistratura governata dal Csm è come la scuola governata dai sindacati». Al terzo posto l’economia: Pera chiede «meno assistenza, meno sussidi e bonus, di conseguenza meno tasse e più libertà, ma anche più responsabilità per l’impresa». E se si sceglie questa cornice liberale, quota 100 «non ci sta», spiega.

Al quarto posto l’Europa, nota dolente di Salvini. «Vent’anni fa noi professori, io, Martino, Urbani, eravamo euroscettici, una versione ante litteram del sovranismo», ammette. «Fino all’ingresso nell’euro. Poi Berlusconi ebbe l’intuizione di aderire al Partito popolare della Merkel. Aveva ragione lui. Non puoi governare l’Italia se non fai parte delle forze di governo in Europa». Ecco perché dice: «La Lega non può stare con la Le Pen. Dove debba andare e come lo decideranno loro: il Ppe sarebbe una scorciatoia, ma non si può chiedere a Salvini una inversione a U in pochi mesi. Io gli ho suggerito di ridefinire il sovranismo: non è “autarchia” o peggio ancora “nazionalismo”, non deve basarsi sul rifiuto di cedere sovranità all’Europa (anche la Costituzione lo prevede); ma deve accettare di cederla solo a istituzioni democratiche, e perciò l’Europa di oggi va cambiata».

Salvini, dice Pera, sa ascoltare ed è consapevole del problema che ha davanti il centrodestra. «Magari mi illudo, ma mi sembra un leader su cui si può scommettere per costruire una nuova cultura di governo». E Borghi e Bagnai? «Sono simpatici. Ma sono fuori dalla realtà», risponde. Invece, suggerisce, «penso che la Confindustria di Bonomi sia un’importante novità. Salvini dovrebbe diventarne l’interlocutore politico».

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