Il compromessoVia libera alla riforma del Mes, ma no agli aiuti per la sanità

Lo scrive La Stampa: il testo della risoluzione di maggioranza, che sarà votato il 9 dicembre per autorizzare il premier al sì in Europa, sottolineerà che l’Italia non ha alcuna necessità di fare uso del prestito del Fondo Salva Stati

Foto Angelo Carconi/LaPresse/POOL Ansa 04-11-2020

Il 9 dicembre, il giorno in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è atteso in Parlamento per ricevere il sì alla riforma del fondo salva-Stati, non ci dovrebbero essere sorprese. Il compromesso con il Movimento Cinque Stelle, da sempre contrario al Mes, è pronto – scrive La Stampa. In ogni caso, se fra i grillini ci dovessero essere defezioni, farà la differenza il sì annunciato da Forza Italia.

Dal veto italiano in Europa alla riforma del Mes è passato un anno. Ma dopo un anno nel governo non c’è ancora l’accordo sul meccanismo essenziale per creare un sistema di salvataggio delle banche in caso di crisi.

Lunedì il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri riferirà alla Commissione Finanze. Per evitargli grane, non ci sarà nessun voto, solo un passaggio per rendere possibile al ministro di incontrare poche ore dopo i ministri finanziari dell’Unione nell’Ecofin.

Il passaggio più delicato però è quello del 9 dicembre, il giorno prima il vertice dei capi di Stato che dovrà dare l’ultimo via libera alla riforma. Anche in questo caso il compromesso è pronto. Secondo quanto riferiscono fonti di governo e dei Cinque Stelle, scrive La Stampa, il testo della risoluzione di maggioranza per autorizzare il premier al sì in Europa sottolineerà che l’Italia non ha alcuna necessità di fare uso di quel prestito.

In un post sul profilo Facebook dei Cinque Stelle si ribadisce non a caso il no all’uso del Mes per la linea di credito del Mes dedicata alla sanità, evitando però accuratamente di citare la riforma.

Per l’ala governativa del Movimento la faccenda è chiusa, meno per le frange più radicali. Lo conferma quanto accaduto nel pomeriggio dopo il post ufficiale, con due comunicati di sei deputati e sette senatori. I primi sottolineano il senso di una riforma che imporrebbe condizionalità «peggiorative». I secondi scrivono che è «inutile stare ancora a ragionare della riforma».

Escluse le difficoltà alla Camera, basterebbe il gruppo del Senato a far saltare la maggioranza? In linea astratta sì, spiega il quotidiano di Torino. Ma ci sono almeno un paio di ragioni per cui probabilmente non accadrà. La prima è il sì di Forza Italia, che non sembra intenzionato a fare scherzi al governo. Ma c’è una ragione ancora più forte per cui alla maggioranza conviene uscire indenne dal voto. La spiega alla Stampa una fonte del Movimento sotto la garanzia dell’anonimato: «Se ci spaccassimo per il premier significherebbe essere costretto a salire immediatamente al Colle a rassegnare le dimissioni in piena sessione di bilancio, con conseguenze imprevedibili per il governo e la legislatura. Di ciò i colleghi senatori sono consapevoli». Sarebbero pesanti anche le conseguenze internazionali: se l’Unione ha dato un anno di tempo all’Italia per sciogliere le riserve, è stato solo grazie all’emergenza Covid.

Di qui a un anno, però, il problema si riproporrà con il voto di ratifica del Parlamento alla modifica dei Trattati.

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