Genio, genio, genioIl gol più bello di Diego Armando Maradona

Il telecronista sudamericano Vìctor Hugo Morales ricorda la rete del numero dieci dell’Argentina nella Coppa del Mondo del 1986, quando scartò da solo sette giocatori inglesi: «Il coraggio, l’intuizione, un Dio dietro a un Dio, affermerà Borges, la resero unica, definitiva ed eterna»

LaPresse

A pochi metri da dove avrebbe iniziato il suo raid – si giocava contro l’Inghilterra – l’elettricità andò crescendo e, proprio come può capitare di vedere un disco volante nello spazio, l’extraterrestre con le sue sembianze diede il via all’emozione più profonda mai suscitata dal calcio.

Dall’alto dello stadio si vede come una specie di trincea. Un solco nella terra in cui avanza una luce forte alla velocità di una cometa. Laggiù, nel catino dell’Azteca, in penombra, Maradona imita ciò che a volte si può scorgere in cielo. La ferita che un astro incandescente apre nell’azzurro misterioso ora sta avendo luogo sulla Terra. Ecco lì Diego, con l’audacia di chi porta lo stendardo del proprio esercito verso un attacco definitivo. Diego corre accerchiato dai colori inglesi, evitando trappole di gambe che tentano l’impossibile. E, come gli scalatori quando raggiungono la vetta, pianta la sua bandiera.

Valdano, che lo seguiva da molto vicino, un giorno avrebbe raccontato che Diego ci tenne a scusarsi per non avergli passato la palla. Gli disse che non aveva trovato il modo di farlo. Valdano e gli altri giocatori si chiedono ancora come abbia potuto notare un simile dettaglio durante quella memorabile corsa. Da uno dei banchi della tribuna stampa, il sottoscritto, cronista sportivo, sottolineò l’impresa. «È la giocata migliore di tutti i tempi» disse e poi lanciò quelle poche parole, quelle sul barrilete cósmico, l’aquilone cosmico, a cui da trent’anni è legata la sua carriera per via dell’insuperabile gesto di Diego.

Quante giocate possono essere concepite nell’immediatezza dell’azione? Cosa vedeva l’artista? Il numero di errori che rischiava di commettere, dalla partenza fino al portiere inglese, era infinito. Le varianti immaginate dal cronista, tra centinaia di colleghi tutti lì ammassati, offrivano possibilità talmente ampie che abbandonò la narrazione convenzionale.

«Genio, genio, genio» erano le semplici parole che accompagnavano l’intrepido che raggiungeva la cima più alta del mondo, grazie a quello sfregio che apriva sul campo… In che istante Maradona decise di andare dritto in porta? Il giocatore avanza guardando la palla, ma quante gambe, quanti metri quadri di terreno riesce a cogliere la sua visione periferica? Avrebbe potuto servire un assist, fermarsi, allargarsi in fascia, tirare da lontano. Quella giocata non poteva che essere una su milioni.

Il coraggio, l’intuizione, un Dio dietro a un Dio, affermerà Borges, la resero unica, definitiva ed eterna. Maradona infilò la palla in fondo alla porta inglese quando ormai l’atmosfera era d’impotenza e incredulità.

«Mi viene da piangere» diceva con il pugno serrato colui che firma questo prologo, sporgendosi dalla tribuna, avvolto da cavi e auricolari, mentre Maradona correva verso un lato del campo festeggiando l’impresa. Il corpo scosso dal piacere dell’urlo. Il delirio di una mente che si sbianca come per l’esplosione di una nuvola dentro le palpebre chiuse. Non si trattò solo di una giocata. Attraverso lo stretto imbuto della ragione passarono le emozioni di tanti anni. Era la grande conquista di Diego, dell’amato Diego dei tifosi. Era il via libera alle semifinali del Mondiale.

Era contro gli inglesi, e centinaia di ragazzi che avrebbero voluto urlare non lo poterono fare, le loro voci erano state spente quattro anni prima nelle ghiacciate terre delle Malvine. Accadeva in uno scenario avverso. Ed era il più bello, insolente, coraggioso e innovativo film che il calcio avesse mai realizzato in tutta la sua storia. Trent’anni dopo, l’uomo continua a non poter cancellare quel segno. Salta di più, corre più velocemente, è più resistente, lo stesso universo si espande verso l’infinito. Ma con Maradona non c’è niente da fare. La faccenda è parecchio complessa: bisogna impossessarsi della palla nella propria metà campo, dribblare qualsiasi rivale ti si opponga, affrontare il portiere e metterla in rete. E deve avvenire durante un Mondiale.

Dato che è stato citato Borges, autore del racconto La biblioteca di Babele, quella in cui si favoleggiava di tutti i libri possibili, bisogna riconoscere che, nel calcio, Diego ha reso possibili tutti i libri che si possono scrivere sullo sport che lui ha esaltato come nessun altro. Eccolo lì, in una giocata, il libro dell’intuizione, quello dell’insolenza, quello dell’abilità e anche quelli del coraggio, della forza, della malizia, della genialità, della memoria e qualsiasi cosa abbia a che fare con la biblioteca calcistica. Mentre i giocatori scendevano in campo fianco a fianco, l’arringa di Diego era incessante.

I compagni ricordano che il capitano gli diceva da dove arrivavano i rivali di quel giorno. Non si trattava di espressioni accademiche. È il libro del capobranco, con le sue sfide. La sfacciataggine di chi non sembra preoccupato di marciare in modo marziale verso un appuntamento che riassume la vita di un gruppo di uomini. L’incitamento all’essere intrepidi, a saltare o cadere nel vuoto.

La vita è crudele quando sei tu a lanciare la sfida. Il primo piano della corsa verso il pallone del gol contro l’Italia è una sequenza perfetta per dimostrare fin dove era arrivata la sua aspirazione a essere il migliore. Nel modo in cui si smarca, proprio come un velocista nei cinque metri finali. Nel salto perfetto e armonico per cercare di colpire in alto la palla, senza aspettare comodamente che gli cadesse sul piede. Il senso artistico della sua pennellata nella conclusione a rete.

È più facile per chi non deve soddisfare grandi aspettative. Essere depositario della speranza di milioni di persone, nell’appuntamento più atteso e temuto, è un peso impossibile per la gente comune. Ma Diego aveva anticipato che sarebbe stato il re del Mondiale e si fece carico di una promessa a un paese che ora doveva dimostrare di poter essere campione ovunque e di poter mettere un trofeo in bacheca anche in tempi di democrazia.

Quella era la meta e, se non la si raggiungeva, colui che avrebbe dovuto dare maggiori spiegazioni sarebbe stato Diego. Ha sempre messo il cuore quando si è trattato di giocare per gli altri, senza dover venir meno alla sua natura e al suo essere ribelle. Coscienza di classe che i castelli e i principi cheha frequentato non hanno cancellato. Prima di tutto lui era un giocatore. Il buio del tramonto nei campetti di periferia come una cartolina dei suoi sogni.

DaLa Mano di Dio – Messico ’86. Storia della mia vittoria più grande” (Mondadori) di Diego Armando Maradona con Daniel Arcucci, 214 pagine, 12,95 euro

© Diego A. Maradona, 2016
© Penguin Random House Grupo Editorial, S.A., 2016
© 2016 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Titolo dell’opera originale
“Mexico 86. Mi Mundial. Mi verdad”
I edizione giugno 2016
Traduzione di Sara Cavarero e Pierpaolo Marchetti

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