Problemi antichi e moderniAlaa Al-Aswani racconta il rapporto malato tra dittatore e popolo

Da New York, l’autore egiziano di “La dittatura. Racconto di una sindrome” confessa il desiderio di ritornare nel suo paese ma a determinate condizioni: poter esprimere e scrivere le sue opinioni liberamente senza essere obbligato a tacere né a mettere a rischio la propria vita

Pixabay

La dittatura è tra noi e potrebbe tornare. È un fenomeno che ha toccato società differenti, dall’Italia di Mussolini, alla Germania di Hitler, dall’Iran di Khomeini, all’Iraq di Saddam Hussein. Ma il migliore antidoto rimane secondo lo scrittore egiziano Alaa Al-Aswani, autore del best-seller mondiale “Palazzo Yacoubian”, «dire quello che si pensa e fare quello che si dice». Per poterlo realizzare Al-Aswani si è trasferito negli Stati Uniti, dove continua a esercitare la professione di dentista.

Al telefono da New York ribadisce: «È quello che da sempre sto cercando di mettere in pratica». Ed è anche il tema del suo ultimo libro, uscito il 29 ottobre, “La dittatura. Racconto di una sindrome”, edito da Feltrinelli. È una svolta rispetto alla sua vena narrativa che è continuata dopo il successo internazionale di “Palazzo Yacoubian” con “Chicago”, “Cairo Automobile Club”, “Se non fossi egiziano”, “La rivoluzione egiziana”. Ma l’impegno politico ha sempre attraversato anche i suoi romanzi e la sua vita. Al-Aswani è stato tra i fondatori del movimento di opposizione Kifaya, “Basta così”, uno dei protagonisti della Primavera araba del 2011. Un impegno che ha pagato caro. Non può più vivere nel suo Paese e ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire subire la violenza del potere.

«Sono bandito dall’Egitto, da quando Al-Sisi è arrivato al potere non posso scrivere nella mia patria, i miei libri non sono pubblicati, né i miei articoli, non posso andare in televisione. Voglio scrivere cosa penso e combattere per la libertà, sempre». E ricorda come la violenza del potere maschile spesso impedisca alle donne di partecipare alla politica. «Le donne si occupano di solito dei loro bambini. A loro è meno connaturata l’idea di potere, che è sempre stata più maschile. Ma spero che le cose cambino. Il neo primo ministro della Nuova Zelanda Jacinda Ardern, ad esempio, è un vero leader per il suo Paese, tra i migliori del mondo Occidentale. Anche Angela Merkel è un fantastico capo di governo, sa come affrontare le sfide».

Ma chiede con un tono indignato: «Ma quante donne sono al potere oggi?». Avverte poi di come le democrazie occidentali rischino di scivolare verso derive autoritarie. «La democrazia non è un sistema perfetto. Ora c’è un nuovo pericolo per i governi occidentali, ed è l’opportunismo dei partiti di destra populisti. Questi creano un nemico allo scopo di controllare le persone. Ce l’hanno con gli immigrati, e vogliono convincerci che sono tutti terroristi, e che soltanto loro possano proteggerci da queste minacce». Ma tali fenomeni sono già accaduti nel passato.

«Sia il dittatore che il popolo sono due malati. Quando parlava Mussolini c’erano migliaia di persone ad ascoltarlo e ad applaudirlo. La dittatura fa ammalare il suo popolo e lo induce ad amare il dittatore». La parabola di questi governi è complessa. «Il dittatore quando arriva al potere dice di voler salvare il suo Paese, come fece Hitler per esempio o Saddam Hussein quando invase il Kuwait. Ma questi regimi si risolvono sempre in una catastrofe per la propria nazione».

Come in Egitto che ha avuto nella sua storia molti “uomini forti”. «Nasser, Sadat, Mubarak hanno costruito lo stesso regime nella sostanza. Ma avevano caratteri differenti. Nasser era un rivoluzionario, combatteva contro l’imperialismo, era un socialista. Sadat invece era un liberista. Mubarak era interessato soltanto a rimanere al potere. Ma Al Sisi è stato il peggiore. Sono continue le sue violazioni dei diritti umani. Lui pensa: “Scrivi quello che vuoi, io faccio comunque quello che voglio”. In Egitto ora nessuno può più parlare». Il potere però si serve spesso della religione per costruire il consenso.

«Anche Mussolini fece un accordo con la chiesa. Il dittatore ha bisogno della religione, ha bisogno di essere obbedito e di solito utilizza la paura. La dittatura al suo esordio sembra una rivoluzione ma poi diventa sempre una istituzione». Il giudizio su Mohammed Morsi e la rivoluzione del 2011 è ricco invece di sfumature. «Lo Stato egiziano è responsabile della morte di Morsi, perché in prigione non ha ricevuto le cure necessarie per le sue malattie. Però non bisogna dimenticare che Morsi voleva cancellare la legge egiziana. Nelle due rivoluzioni che hanno attraversato il Paese – quella del 1952 e quella del 2011 – gli islamisti e l’esercito erano sempre alleati contro i rivoluzionari. È una storia che si ripete in Egitto. Poi Nasser come oggi Al-Sisi hanno represso brutalmente i Fratelli Musulmani».

Ma per evitare catastrofi bisogna studiare e capire come questi dittatori sono arrivati al comando. «Il dittatore sa scegliere il momento più giusto per conquistare il potere, di solito quando anche il popolo è preparato. Mussolini conquistò il potere in un momento caotico per l’Italia, il popolo era terrorizzato, e lui promise di restaurare l’ordine. La gente era pronta ad accettare il suo arrivo. Hitler sfruttò il senso di frustrazione della Germania per la sconfitta nella prima guerra mondiale, e le umilianti condizioni del trattato del 1919. Il dittatore per conquistare le folle si presenta come un uomo del popolo e perciò è ben accolto. Muhammad Ali, ad esempio, non era neanche egiziano, e i reali egiziani non parlavano spesso neanche l’arabo, non rappresentavano il popolo».

Poi quando chiediamo ad Al-Aswani se sente nostalgia del suo Egitto, sussulta. «Certo che mi manca! Mi mancano i miei amici, la mia casa, ma non mi manca la dittatura perché vuole solo continuamente umiliarti. L’idea del despota è che tu sei niente, e lui invece può fare qualsiasi cosa». Ma lei tornerà mai nella sua patria? «Certo, voglio ritornare, ma dipende dalle condizioni. Non posso vivere in Egitto senza scrivere. Non posso stare zitto solo per essere al sicuro».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta