Confusioni letterarieOgni frase è una saponetta in questo tempo scontento

Da oggi niente sarà più scritto come prima, queste parole legate insieme non riesco a trattenerle, mi sfuggono dalle mani

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Sono un personaggio letterario da asporto, mi si chiama, io corro, o anche vado lento a seconda dei tempi del racconto. Ecco qua. Ora lasciatemi lavorare, ho una chiamata, ha inizio la realtà romanzesca.
Ti ascolto, tu chi sei? Tu sei Lei, bene, me lo scrivo: Lei. No, non serve altro, so far fruttare i pronomi. Subito? Non abiti distante? Bene. Via puntini puntini, numero asterisco, nome sul citofono: Lei. Ci conosciamo? Di vista? Bene. Però con certe occhiate, ho capito.
Arrivo.
Le strade son deserte, deserte e silenziose, vediamo di non cadere nella canzone “Vecchio frac”, a volte accade, o in una notte bianca col tulle per le nebbie, e il fiume scorre lento.
Allora, cominciamo: mi avvio verso casa di Lei. Sono al portone senza farla tanto lunga. Leggo i nomi sul citofono, il suo c’è, eccolo qua: Lei.
Pigio il pulsante. Nell’attesa mi do alla lettura dei nomi romanzeschi sulla pulsantiera. Dopo appena due nomi, di un burocrate e di un capitano della guarnigione locale (la cosa prende una piega russa), sento un rumore di sradicamento, poi la sua voce, “Sei tu?”. “Credo di sì”, rispondo. “Quarto piano senza ascensore”. Ah, l’altrui scale.
Qualcosa scatta nel portone, come un piccolo petardo da serratura, nel citofono la comunicazione crolla con un rumore di pietrisco elettrico. Segue, come al solito molto servile, il silenzio.
Entro, salgo veloce inseguendo il mio affanno, lo raggiungo al terzo piano, insieme proseguiamo. Anche Lei appare in affanno oltre la porta che ha spalancato quand’ero a mezzo metro, mi ha visto dallo spioncino. Ha addosso un lenzuolo, no, un asciugamano che sembra un lenzuolo bianco, un vasto asciugamano, anche con le frange a ben guardare.
Sapessi, sapessi, mi dice, sapessi. Stamattina cosa mi viene in mente?
Di andare, mi dice, a fare due passi, sola, nel bosco letterario.
Si scrive minuscolo o maiuscolo, bosco letterario?
Sapessi, le ho viste spuntare come funghi, una cosa orrenda, mi dice, raccapricciante, ho visto quelle piccole teste di cazzo, quelle piccole teste di cazzo che scrivono, oddio… Alza le mani dal petto al cielo, l’asciugamano le sta scivolando di dosso a sghimbescio, Lei l’afferra in tempo (quale tempo?) ma un seno è scoperto, Lei lo ricopre, tira su l’asciugamano, lo ferma con le mani incrociate sul petto come una santa ritratta, gli occhi al cielo. Io nei miei occhi ho il suo capezzolo, come fotografato, le pupille hanno fatto clic, la mia memoria lo sta già sviluppando.
Non sono come funghetti animati, sono peggio, mi dice, scrivono tutti come funghi.
Guarda, sono scappata di corsa, sono scivolata, ho rotolato. Ha rotolato? Mi mostra la schiena davvero striata di fango, ma come al cinema: ha la schiena truccata di schizzi di fango, verdognoli, grigi.
Considero, guardo, mi sembra un film.
Mi stavo lavando di dosso questa sozzura, dice. Effettivamente l’asciugamano pare umidiccio. Aspettavo te per la schiena, dice, ho bisogno di calmarmi, entra con me nella vasca, lavami la schiena con molta tenerezza e tanto sapone. Così che da ieri, molto schiumoso, è nato tra noi il grande amore, che oggi vive il suo primo giorno tutto intero, Lei mi chiama tesoro, io la chiamo con nomi della stessa ricchezza, secondo quel che posso permettermi in sperpero di parole iperboliche e sonanti come le monete d’oro sbattute sul marmo dei tempi passati.
“È l’inizio di un romanzo?”, mi chiede.
“No, di un racconto, anche breve, così faccio prima”, rispondo.
“Tutta questa esattezza, tutti questi dettagli, tutta questa aderenza alla
vita, tutto questo parlare di noi senza nulla tacere”, mi dice.
“Più parli e più scrivo”, le dico.
“Anche quello che adesso ti sto dicendo?”
“Anche quello, leggi qua, la riga precedente, è quello che hai detto,
no?”
“Sei un funghetto anche tu?”
“No, sono un personaggio”
Baciami. Chi ha detto baciami?
Come fosse un bacio unisco la parte che ho scritto fin qui con quest’altra che segue, così brucio due brani in un solo falò. Ma sì, lasciatemi scialare.
La discrezione, il mistero, l’intimità dei tre puntini, la sospensione di una parola per reticenza, magari per mantenere un segreto, questo: …
Vorrei, insomma, scrivere “raggiungevamo la stazione di J…”. Vorrei scrivere quei tre puntini dopo una bella lettera maiuscola. A differenza di quei libri ingannevoli, nei quali, aprendoli, le figure ti vengono incontro separandosi tra loro e creando prospettive, ecco, a differenza di quei libri truccati, i tre puntini, con una piccola percussione a tre colpi, creano sulla pagina un covo nel quale ripongo, depongo quei tre ovetti tondi, e mi ci acquatto sopra. Chi legge vada pure avanti nella lettura, io resto un po’ qua. C’è del tepore nell’ansa stagnante coi tre puntini sul fondo, in quella specie di vasca da bagno a tre bocchette.
“Da Q… raggiunsi R…, era fatale che incontrassi S…, la sinuosa…”
Vorrei scrivere ottocentesco come viaggiando su un treno a vapore, e dalla ciminiera vengono fuori puntini puntini di sospensione… È una lettera maiuscola, forse, la ciminiera?
Il treno raggiunse la stazione di B…, cittadina termale. La locomotiva, ferma, fronteggiando il respingente, ticchettava, poi soffiò come una tenutaria di tolleranze che dice uffa a fine nottata.
Scendemmo all’Hotel de…, salimmo in camera, l’acqua sgorgava nella vasca vaporosa. Tu avevi viaggiato scollata, eravamo usciti vestiti da sera nella notte, senza tempo per cambiarci, senza tempo in generale, ai treni direttamente da una festa da ballo, russa mi pare, con tutti i lampadari accesi e gocciolanti. Avevi sulle guance e sulle spalle quella vaga fuliggine dispersa dai treni romantici, focosi come gli amori a caldaia, a combustione. Io con leggerezza passavo come batuffoli i polpastrelli sul tuo viso, e come scopette le mani aperte sulla tua schiena, ripetendo la scena più spinta e delicata del cinema italiano quando Totò dice: aria, aria all’epidermide. Nient’altro accade al mondo.
Da oggi niente sarà più scritto come prima, questa frase non riesco a trattenerla, è una saponetta, mi sfugge dalle mani. Dopo l’ottocento regrediremo progredendo finalmente verso il settecento, il secolo più sperimentale in letteratura. Fine. Invio l’ameno racconto schiumoso al giornale.

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