È l’era che èDi quale metallo è fatto il nostro tempo scontento?

Abbiamo avuto età del ferro, del bronzo, secoli d’oro, anni di piombo. I nostri anni invece potrebbero essere di titanio, minerale che per definizione eccelle per resistenza e fatica

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Riceviamo dal passato e volentieri pubblichiamo nel presente per il futuro.
Chi ci apre gli occhi? E chi soavemente ce li richiude quando aprirli e chiuderli è assai bello? Chi? La bellezza, è ovvio. Per guardarla apriamo gli occhi, e li chiudiamo per subirla meglio.
Di che metallo è questo tempo? Lo sapremo poi, quando sarà passato.
Quando è in corso, è in corso come una fusione di noi con quel metallo e, prima che si raffreddi e noi con esso, non sappiamo quale metallo sia.
Abbiamo avuto età del ferro, del bronzo, secoli d’oro, anni di piombo, legature in stagno d’anni con anni, anni lunghi come tubature di rame nelle quali si scaricavano o correvano quegli anni verso i rubinetti del futuro ma anche verso le fogne e le cloache.
Abbiamo avuto, insomma, anni di minerali fusi in cavalli e cavalieri, in ninnoli di cuori, anni scultorei, lucidi e poi patinati dai tempi seguenti, anni in posa, apotropaici, celebrativi, devozionali, eroici, nudisti, pastorali, alabardati, mitologici, eretti e distesi, priapeschi anche e callipigi eccetera.
Anni che hanno sempre un buon mercato, soprattutto nelle misure agevoli, da centrotavola o sopra una servante, su una colonna, sopra un tavolino. Anni luminosi anche, d’argento, anni a sostegno di una sola luce come fosse un’idea fissa la candela, o a due e più braccia aperte, anni con in cima lo stoppino, anni a cera, a olio, a gas, elettrici, anni di ghisa per fare luce sulle nostre strade nelle nostre notti.
Sono anni di titanio, forse, i nostri? Che metallo abbiamo oggi in calore, fondibile e fondente? Il titanio tra i minerali “eccelle per resistenza e fatica”, bell’endecasillabo. Sono di titanio, quindi, i nostri anni? Alcune biciclette lo sono, e pare che siano, le biciclette, la forma recente di una disperazione coi raggi e con l’aria pompata nei tubolari, disperazione raggiante e silenziosa, corrente su quelle raffazzonate piste ciclabili, rimediate, piste più ottuse che preferenziali, costrittive, quasi percorribili, dove il quasi non è un avverbio ma il sostantivo che definisce chi le percorre.
Quasi: a malapena, poco meno che, per poco non, in misura inferiore rispetto a completezza, quantità, qualità, situazione, un come se. Perché disperazione? Perché per la prima volta nella storia dell’umanità il numero di chi dispera ovvero di chi va in bicicletta disperando d’andare in bicicletta per davvero è maggiore di chi va davvero in bicicletta senza far tante storie se non quella, appunto, della bicicletta necessaria, e come niente fosse.
Non come fosse tutt’altro, avvilendo così la bicicletta e senza mai raggiungerlo quel tutt’altro che dirama per frattali in tutt’altro ancora e poi ancora e ancora. E, si sa (ho lo studio sott’occhio), percorrere i frattali in bicicletta è impossibile, è speranza delusa ossia disperazione. Ho corso con Jarry l’ultima corsa.
Di titanio son fatti tanti impianti dentali. Ecco, appunto. Ma anche di titanio son fatti tanti oggetti spaziali e tante parti aeronautiche. La facciata del Guggenheim a Bilbao è rivestita di lastre al titanio. Può bastare perché questa nostra era sia ricordata come età del titanio? In futuro, in futuro, non ora. È sempre il futuro che comprende il passato. Non so, non lo credo. Non vengo dal futuro, non ho le palle di vetro.
Ma non avevo iniziato con la bellezza? Sì ma era solfeggio, riscaldamento, prima lettura molto elementare della linea melodica e del ritmo, una delle mie solite solfe. La solfa, l’etimologia, vado a cercare.
L’etimologia è l’ultima risorsa degli scettici del significato, è l’intrattenimento delle parole a nostro favore, è il loro teatrino, la messa in scena delle parole che fanno un po’ di spettacolo, finalmente. E noi stiamo a guardarle, non a leggerle, ci si diverte. Ci si distoglie dal cosa significano e si va verso il cosa sono. Sono atti teatrali, fumetti, scenette, carrette di Tespi, sono in costume le parole, sì sono in costume, e nei costumi originali addirittura, secolari, plurisecolari. Offrono, però, visioni private.
Al loro meglio, intendo. Ultimamente se ne fa pubblico abuso, pubblica piazzata, parassitaria messa in mostra d’intimi etimi. Non è bello. L’intimo è intimo e la visione è visione, e s’è visionari solo uno alla volta.
Quelle capriole delle parole, spesso in amore, vogliono che ci si avvicini a esse in a-solo. All’inizio del meglio c’è sempre, ovviamente, una voglia personale, profonda nell’intimità, che poi si espande in visione. Sennò son buoni tutti: si fa la ricerca delle parole o delle frasi, si digita origine, appaiono i risultati, poi si svergogna in pubblico quell’atto originario, persino infliggendo quella parola al giorno e quella frase al giorno, quel modo di dire.
Perché quella e perché per tutti, come fosse una fanatica espansione merceologica, a cominciare da chi espone le parole e il modo di dirle? Non è così che va. Ognuno ha da avere la sua parola, la sua frase, dedicando ognuno il suo momento a esse, perché esse dedichino a ognuno il loro.
Insomma… ah, sì, la solfa, l’etimologia. Ma sì, lo sapevo, ce l’avevo sulla punta delle dita e nella mano aperta, lo spettacolo è quello che speravo: solfeggio vien da solfa, e solfa da sol fa, le note. Senza saperlo lo sapevo, me l’aspettavo. Da tanto tempo, ora, lo spettacolo dell’etimo mi raggiunge intimamente.
Non c’è spettacolo migliore che questo: quello che t’aspettavi al meglio. Te l’aspettavi e ti raggiunge, raggiunge te, solo te in quest’istante d’universo. E forse in te già era. Che era è? È l’era che è. È l’era, la mia, dell’attesa e dell’intimità. È quest’era. Che bellezza. Che m’apre e poi mi fa chiudere gli occhi da vivo.

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