America, non ti reggo piùL’invettiva di un americanista deluso da una cultura da cui pensa malinconicamente di divorziare

Bisogna sottomettersi a ciò che ci ha offerto il destino o invece avremmo fatto meglio a non perdere tempo a inseguire il sogno italiano a stelle e strisce?

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America, non ti reggo più! Sarà che un sentimento strano s’impadronisce di noi, quando ci mettiamo, in questi giorni, a pensare all’America. Come se fosse cambiato tutto, in un tempo relativamente breve. L’interminabile, solida, intensa e variegata relazione con quel luogo mentale ed emotivo, s’è come inaridita, avvizzita, innervosita e poi coagulata in poche sensazioni, sempre le stesse, che riaffiorano a ogni ragionamento e infine ci inducono ad andare oltre, a scantonare coi pensieri.

Che è successo, quale flagrante e forse fatale crisi di relazione s’è impossessata di una passione che è stata lunga quanto una vita, che si descritta e snodata in un’interminabile sequenza di episodi irrilevanti ma personali, che poco alla volta hanno edificato quella visione particolare del “perenne non-americano”, comunque interessato, periodico visitatore fedele, informato e partecipe, con la consapevolezza di non essere solo, ma parte di una confraternita di espatriati teorici, perenni innamorati, sempre in attesa di epifanie, scrutando dall’altra parte dell’Atlantico.

Adesso che la frattura si sta consumando anche fisicamente, col virus che impone un’inedita difficoltà nel viaggiare verso America senza motivazioni precise – che era proprio l’esercizio prediletto, dal momento che non era la ragione ultima del viaggio, ma il viaggio stesso il senso dell’esperienza – insomma in questa smobilitazione il distacco assume le sembianze di un segno del destino, epilogo inatteso del nostro obliquo american dream nato in un altro tempo e in un altro luogo, condanna al deplacement vissuta dapprima con nervosa frustrazione giovanile e poi con più paziente rassegnazione critica, provando a rendere criticamente più interessante quella condizione di non-americani partecipi di ciò che accadeva nel Grande Paese (inevitabilmente facendo di tutto ciò anche un lavoro, dunque alimentando l’interesse con la necessità, non solo con l’illusione).

Ovvio che questa nuova sensazione sia spiazzante: abbiamo studiato per decenni l’America col gusto dell’appartenenza e la pretesa della comprensione, e adesso ci vengono in faccia, come schiaffi insolenti, tutti gli errori di valutazione commessi, gli imperdonabili equivoci, tutti gli imperdonabili ottimismi con i quali abbiamo sorvolato sulle manifestazioni di una natura erronea, di una prevalenza dell’ingiusto, di una natura nazionale e una definizione del progetto – forse non generata – ma sicuramente sviluppata in torto flagrante.

È perfino strano che questo goffo pentimento dell’americanista dilettante, osservatore al seguito del Magnifico Destino, esploda psicologicamente proprio adesso, nel momento di caos e contrapposizione, di divisione e confusione che traversa l’America in questi mesi, sul finale d’una presidenza ormai più surreale e metafisica, che delirante (ma connessa col nostro distacco, non per il giudizio secco sull’uomo-Donald Trump, quanto per la constatazione della lunga febbre che pervade stabilmente il paese, l’aver scelto come estremo rappresentante un uomo così, completamente non catalogabile come “presidente”, anomalia vivente, forse inscrivibile alla varietà di generi americani, ma non eleggibile al posto di comando, se non in una pochade d’antan).

Insomma è davvero strano che il nostro proposito di divorzio all’americana, la dichiarazione di sospensione a tempo indeterminato dell’interesse partecipato verso quanto accada laggiù, si manifesti in coincidenza col grande disordine che si è impossessato della nazione, con quella litigiosità infantile, teatrale, violenta, proveniente da reminiscenze profonde, dai pensieri e dalle parole non-dette nel cuore delle case e delle famiglie d’America, dalla immensa, astiosa divisione che da sempre innerva il paese, mai risolta e generata dall’atavico sospetto verso il diverso e l’estraneo, nella rattrappita incapacità di assumere veramente la tolleranza e l’empatia come sentimenti-guida, rinchiudendosi nel ginepraio di comunità, cosche, congregazioni e leghe locali, dov’è sempre la matrice identitaria a farla da padrona, ed è tutto un rispecchiarsi, un ripetersi, un farsi forza del proprio essere, un negare la differenza.

Come sottrarsi al desiderio di invettiva, assistendo a un’estate in cui l’America che ha scelto un buffone come presidente, poi si spacca, si sbriciola e si squassa, riperticando dai bauli della soffitta i malconci fantasmi della razza, la rimozione irrisolta della discriminazione, la ricostruzione di un odio – cos’altro al cospetto del permissivismo di aver creato la schiavitù come sistema e non averla mai abiurata fino in fondo, ma solo archiviata come un’amnesia, una sbadataggine, una deviazione provocata dalle circostanze.

E, però, nell’assistere a questa resa dei conti approssimativa, a questo fiotto estemporaneo di mobilitazione, a questo calata di folle di forconi, sfidate da studentelli abulici e predatori riottosi, sotto variopinte insegne improvvisate di sigle piuttosto trendy oppure grondanti perbenismo – è concepibile che l’America, la boriosa America del 2020, ancora si fronteggi sul concetto che le vite degli afroamericani contano quanto le altre?

Non è un’aberrazione il solo doverlo discutere? – insomma davanti ai rallies, ai fuochi, ai saccheggi, alle smorfie incarognite o indifferenti delle polizie, senza preavviso scivoliamo nello scetticismo. E l’unico interrogativo che ci resta è se arrivare a questo punto non sia una vergogna nazionale di suo, il frutto di un cammino troppo protrattosi nell’auto-indulgenza e nella cecità – tutte questioni davvero troppo primitive, perché ci possa interessare farcene carico.

A forza di guardare la realtà americana, adesso, in questo tempo di emergenza e timore, ci sembra distonica, perennemente illusoria, sospesa in una distopia che ha i tratti dell’incantesimo planetario – ma com’è che in tanti abbiamo pensato che fosse la via giusta? I perché non ci siamo affrettati a dare l’allarme, di fronte a un progetto sociale che deragliava sui suoi stessi errori?

Allora cos’è per noi questa America 2020, col presidente pazzo, i 210mila morti di pandemia, per lo più poveri o senza accesso a una sanità dignitosa, cos’è questa America delle rivolte senza sbocco, delle vetrine saccheggiate di merci griffate, questa America il cui corpo si squaglia ogni giorno, si divarica tra chi può e chi sospira, tra chi è a un passo e chi non ci arriverà mai, tra chi deve proteggersi e chi è meglio che stia attento, questa America pazza per lo sparare e ostinata nel difendere il diritto di farlo, questo paese chiuso dentro che intanto dentro brucia, dove bisogna sempre correre per non essere perdenti e non restare indietro, dove la tolleranza è zero e tutto si paga e se non si paga si è fuori, cos’è il lamento degli intellettuali, il sospiro dei liberali, l’ansimo dei radicali, cos’è se non il bagliore di una memoria che viene di lontano, incantesimo giovanile, intuizione di un’inimmaginabile libertà, brivido delle infinite possibilità, manifestarsi di una storia che poteva essere tutta da scrivere e mai da trascrivere con diligenza – come invece ci veniva richiesto quaggiù.

Ci è passata la voglia di America, ne seguiamo con indolenza i tourbillon, è subentrata la mancanza e la tristezza. Come si fa da adulti a cercare un’altra America, come si fa a rigenerare certi sogni, come ci si può inventare una mèta che valga il viaggio e lasci covare dolcemente l’aspettativa? Il sapore più amaro arriva dalla consapevolezza che alla fine anche questo abbandono è un tratto del percorso, e che non c’è un ritorno, un riflusso affettivo, una riscoperta, ma malinconicamente solo la presa di coscienza d’un abbaglio grande come l’hotel Ritz.

Perfino leggere certi libri, adesso, sfogliare le pagine di Fitzgerald, le frenesie dei beat, le mille luci e le cose illuminate, ci dà sui nervi, ci confonde, come dei creduloni. Perché l’interrogativo finale è se bisogna sottomettersi a ciò che ci ha offerto il destino, per esempio questo bizzarro senso di appartenenza, o se invece avremmo fatto meglio, da subito, a sprecare energie in ciò che ci circondava, senza perdere tempo a sognare l’America. O se invece è vero che è tutta questione di volontà, che l’autodeterminazione esiste, che dobbiamo inseguire ciò che ci attira e ci pare degno del nostro tempo e della nostra attenzione. E che dunque quei viaggi aerei in classe economica, quelle file ansiose al banco passaporti, quella luce diversa all’uscita dell’aeroporto fossero il nostro destino, la nostra esperienza di bellezza, il posto dove lasciare che ciò che avevamo dentro si esprimesse, si configurasse, fino a espandersi fuori di noi, in quella comunione delle aspirazioni, in quella sensazione di appagamento che ci è sembrata a lungo un’apprezzabile definizione della felicità.

Uomini felici altrove, un po’ persi, a caccia di sensazioni, incontri, visioni, odori sconosciuti. In una specie di ricongiungimento bellissimo, finché è durato, ma del quale adesso solo una parvenza di nostalgia ci fa sentire stupidi, inetti e un po’ sprecati. (PS: poi si sa, gli innamora ti sono capricciosi – si offendono facilmente. E perdono la pazienza. Ma, altrettanto, le scintille possono tornare a scoccare, come la prima volta. Magari, per caso, può bastare una semplice canzone – Sufjan? Kendrick? -, o un film di Ava DuVernay, o chessò, un’articolessa di Ta-Nehisi, e si ricomincia. Queste cose, però, cara America, ce l’avevo davvero sullo stomaco. Dirtele mi ha fatto sentire bene).