L’alba è già qua Good morning America, Good night America

Gli americani non votano solo per eleggere il presidente degli Stati Uniti, ma anche per difendere la democrazia dalle tenebre e il mondo intero dall’anomalia Trump. Nel 1984 Reagan diceva che era «di nuovo mattina», nel 2020 il paese è in lutto, piegato dal virus, travolto dalle tensioni razziali e guidato da un super spreader

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Nel 1984 fece epoca uno spot elettorale dell’allora presidente americano Ronald Reagan. Si intitolava «It’s morning again in America». Era di nuovo mattina. Cominciava un nuovo giorno sfavillante per l’America che si era ribellata agli anni della sfiducia e del malessere post Vietnam e post Watergate.

«Con la leadership del presidente Reagan – concludeva lo spot – il nostro paese è più orgoglioso, più forte, migliore». Trentasei anni dopo «there’s mourning in America», l’America è a lutto. Tra «morning» e «mourning» non c’è solo una «u» di differenza, ma un paese piegato dal virus, travolto dalle tensioni razziali e guidato da un super spargitore dell’uno e delle altre.

Donald Trump è il gran ciambellano dell’American carnage, della carneficina americana, un ciarlatano in chief, bugiardo e rancoroso, infantile e narciso, corrotto e impresentabile, un marchio screditato e indebitato che è quanto di più lontano possa esistere dall’epica radiosa di Reagan e dall’epopea dei diritti civili di Lyndon Johnson e di John Kennedy. Bill Clinton è stato l’uomo della speranza e del progresso tecnologico, George W. Bush l’alfiere della promozione della democrazia sotto l’attacco della cultura dell’odio, Barack Obama quello del cambiamento sociale.

Hillary Clinton sarebbe stata una presidente idealista e pragmatica, lei che nel 1995 andò a Pechino a dire che «i diritti umani sono diritti delle donne e i diritti delle donne sono diritti umani». Ma quattro anni fa Hillary ha perso e alla Casa Bianca si è insediato il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti. Trump non ha più niente da offrire agli americani, anche se forse ancora qualcosa ai russi e ai sauditi.

La grande impostura della sua presidenza è stata svelata, il mito dell’imprenditore di successo è svanito, l’arte di saper concludere affari è fallita in centinaia di milioni di dollari di debiti, le capacità di leadership sono state ridicolizzate dagli eventi, il virus ha ucciso duecentoquindicimila persone e ha spaventato la sua più solida base elettorale, quella degli anziani bianchi, mentre i suoi collaboratori e i suoi parenti sono finiti a scrivere libri-denuncia per liberarsi dalla vergogna di aver avuto a che fare con lui. Tre dei suoi capi della campagna elettorale sono finiti in galera dove è possibile che vada anche lui, una volta fuori dalla Casa Bianca, perché prima o poi uscirà dalla Casa Bianca e sarà di nuovo mattina in America.

A Trump non basta più appellarsi all’America nostalgica, non è più sufficiente promettere a quei bravi ragazzi orgogliosiamente razzisti un riscatto violento e la repressione di chi lotta per cambiare le cose. L’alba è già qua. Il paradosso è che Biden è esattamente l’America normale che Trump aveva promesso, quella tradizionale, democratica e libera, quella ingenua e palloccolosa, certamente ancora ingiusta, ma anche l’America che guida il mondo con gli alleati, l’America cauta e ottimista. L’anomalia è Trump.

Quando Aaron Sorkin ha fatto pronunciare al suo protagonista di Newsroom una filippica sulla retorica dell’America come grande paese non poteva immaginare che un giorno uno come Trump potesse diventare presidente, e quindi nemmeno che ci potessimo trovare così fuori sincrono col tempo in cui «lottavamo per ciò che era giusto. Combattevamo per ragioni morali. Passavamo leggi, annullavamo leggi, per ragioni morali. Dichiaravamo guerra alla povertà, non ai poveri. Facevamo sacrifici. Ci importava dei nostri vicini. Sostenevamo con il denaro quello in cui dicevamo di credere. E non ci battevamo mai il petto. Abbiamo costruito grandi cose, fatto avanzamenti tecnologici incredibili, esplorato l’universo, curato malattie, e abbiamo allevato i più grandi artisti al mondo e costruito l’economia più grande al mondo. Siamo arrivati alle stelle. Abbiamo agito come uomini. Credevamo nell’intelligenza. Non la sminuivamo, perché non ci faceva sentire inferiori».

Il 3 novembre gli americani non votano solo per eleggere il presidente, votano per rischiarare l’alba e difendere la democrazia dalle tenebre. Con Biden sarà di nuovo mattina, pallida e fredda quanto si vuole, ma di nuovo mattina. Con Trump ancora alla Casa Bianca, Good Night America. Buona notte a tutti.

 

 

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