L’urgenza della nostalgiaLa lettera di Springsteen alla vecchia America che non c’è più

Il Boss prova a rifare la vita del rocker un’ultima volta con gli amici di sempre, come nel finale di un banale film hollywoodiano, in un paese che lo vide sfrecciare come un demonio posseduto e che adesso sembra essersi perso

Nessuno come Bruce Springsteen ha giocato con l’epica del tempo che passa e delle cose che svaniscono, in un paese che, giorno dopo giorno, non somiglia più a quello che era. Adesso che il tempo davvero è passato, che il Boss ha 71 primavere e che la sua America è la distopia (la parodia?) del Grande Paese, lui se n’esce con un album intitolato “Letter to You”, dove il destinatario della missiva è, nell’ordine, il suo fan fedele, i suoi amici trapassati e fors’anche l’ombra che lo segue fedelmente, rimandandogli eternamente quell’allegorica silhouette da american hero di cui è sempre andato fiero (eppure la bella foto di copertina dell’album ha qualcosa d’artefatto, e a guardarla provoca un filo di disagio).

Il contenuto della lettera è struggente e irritante al tempo stesso, mirabile nella qualità di quanto musicalmente allestisce e insopportabile nell’accertata autoreferenzialità d’eccezione che ribadisce – ode a un genere, a un suono, a uno stile di vita, a un patrimonio di valori nel frattempo tragicamente, malinconicamente retrocesso in quella serie B chiamata passato remoto.

Ovvio però che l’idea, il prodotto e l’intenzione del rocker americano per antonomasia siano suggestivi e stimolanti: un’autocelebrazione allo stato dell’arte, la rappresentazione della poetica e del proprio repertorio immaginario, sotto forma di solenne antologia conclusiva, meditazione pacificante (la fine dell’arte è la pace, sostiene Seamus Heaney in una poesia), con l’ardore e lo splendore di suonarlo in canzoni nuove (solo un paio ripescate nell’archivio delle cose dimenticate) e soprattutto nella sua confezione più gloriosa, ovvero con una nuova e scintillante edizione della E Street Band.

Perché qui di questo si parla, di ri/fare la vita del rock in tutta la sua letterarietà oggi quasi imbarazzante, così desueta, antica, eppure favolosa per come dev’essere stata.

La leggenda vuole che il Boss, dopo le ultime avventure sempre più improntate a un solismo crepuscolare, delicato e seducente, si sia imbattuto in una canzone su quel tema del tramonto della vita che gli ronza sempre più spesso nella testa. In quel momento stava andando al creatore anche George Theiss, l’ultimo superstite, a parte lui, dei Castiles, la sua prima band, alla fine degli anni Sessanta, quando tutto dove ancora succedere e si trattava solo di suonare su e giù per i beach club del Jersey.

Chiamatela la responsabilità dell’ultimo rimasto, o il travolgente sentimentalismo di chi c’è stato, e ha vissuto e ora vede le luci allontanarsi e la strada farsi buia. Fatto sta che qualcosa s’è mosso nella testa di Springsteen – chiamiamola un’urgenza, perché pur sempre di un songwriter stiamo discettando, uno come pochi. Ne ha parlato col fedele Roy Bittan, bandleader del gruppo ormai in perenne parcheggio, e subito le cose si sono messe in moto.

«Butta giù quel che hai in testa» pare gli abbia detto il compare, «al resto pensiamo noi». Così è successo, in soli quattro giorni di sala di registrazione, ma al completo, con tutti gli strumenti che ci devono essere quando la E Street accende i motori, con Weinberg, Tallent e Van Zandt ai loro posti, compunti e terrificanti nel fare le cose come vanno fatte e come pochissimi sanno farlo – peccato che non si faceva più.

Infatti il valore, il senso, il gioco e il dramma di “Letter To You” (c’è anche un omonimo doc per ora su Apple+) è questo: rifacciamolo un’ultima volta, come nel finale di un banale film americano, rifacciamolo come sappiamo, perché siamo invecchiati insieme, o almeno non lontano gli uni dagli altri.

Il risultato, perciò, è una monumentale architettura emotiva, che perfino spaventerà i fan, proprio per l’ormai insperato quoziente descrittivo che contiene – chi credeva che, oltre i vecchi album da consumare, tutto potesse succedere di nuovo, che si ripassasse dal via, che la band riprendesse a suonare a pieno volume e che il grande film della corsa tra la vita e la morte, tra l’amore e la solitudine, riprendesse a scorrere, snocciolando nuovi capitoli, evocando personaggi che somigliano dolcemente agli altri che sono passati di qua, riaccendesse quel western simbolico, colorato ed elementare che ha sempre popolato la fantasia del Boss.

“Letter to You” ha il sapore della giornata in cui senza preavviso ci si ritrova, per chi sa quale incontro fortuito, tra i baracconi di un luna park dove non s’entrava da chissà quando, ed ecco che si sfiora l’incanto, lo stupore, l’eccitazione d’una volta, che non può tornare, eppure s’intuisce.

Dunque ecco i treni corsa di Bruce, ecco le periferie, ecco i momenti che contano, quelli on fire, quelli della verità. Ecco le donne incontrate nei bar, ecco i fantasmi di coloro che non ci sono più, che forse adesso abitano nell’infantile “casa delle mille chitarre” a cui il Boss indirizza le sue preghiere, ma che, solo a pensarci, somiglia più all’inferno che al paradiso dei rocchettari.

Le luci si riaccendono, la corrente sfrigola, tutto torna come nei momenti migliori: la voce di Bruce, che non paga pegno all’età, l’epica ruvida e istantanea che la connette al gruppo, nella perenne, gioiosa rincorsa orgasmatica che è il tenore delle canzoni della E-Street Band. E poi il suono magnificamente bandistico della formazione quando va in quota, quando si mette alla sua velocità di crociera, quando il pezzo funziona. 

Non è un caso che in “Letter to You” a dispetto dell’uscita coincidente con un appuntamento fatale come l’elezione del 3 novembre, c’è ben più della vecchia America, ormai teorica, che vide sfrecciare il boss come un demonio posseduto, che della nazione dilaniata del nostro tempo.

Ci sono vecchi cliché, gli alti e i bassi, i pianissimo e i fortissimo e le solite domande senza risposta: chi si ricorderà di me quando sarà il mio momento? Cosa resterà di ciò che ho vissuto? Che Springsteen si sia concesso la debolezza di mettere in piedi quest’album, così spudoratamente nostalgico al punto d’essere irreale, ci provoca simpatia, comprensione e indulgenza.

Gli va concesso questo e altro. Figuriamoci se non può permettersi di presentarci, con la solita smorfia da guappo, la descrizione del sogno ricorrente che lo perseguita e gli resta attaccato agli occhi la mattina. Quando si sveglia e realizza che quella è stata la sua vita e che l’unica cosa che non può fare è riattraversarla. Magari correndo, come piaceva fare a lui. Con la Chevy sulla quale, di lontano, si edificavano filosofie, estetiche, e favolose progettazioni.