L’Unione aperta e i suoi nemiciL’Europa si è battuta per isolare il virus del sovranismo, ma ora le minacce arrivano dai regimi autoritari interni ed esterni

Da un lato le pericolose manovre di Russia, Turchia e Cina, dall’altro l’erosione dei principi democratici in Ungheria e Polonia. Per far fronte a queste pressioni Bruxelles dovrà prendere provvedimenti a breve termine e dare prova di efficienza affinché si spenga al più presto il focolaio del populismo

Afp

Per anni l’Unione europea ha creduto di dover combattere con un solo nemico: il sovranismo. Pensando fosse un virus da curare, i leader di governo hanno cercato invano il vaccino, convinti che diventando un po’ populisti avrebbero attivato gli anticorpi dei cittadini europei. In Italia hanno sbagliato le dosi e ci siamo ritrovati col governo gialloverde prima e quello giallorosso poi. Ma quando è arrivato un virus vero, il SARS-CoV-2, la realtà ha preso il posto della narrazione, per una volta. E così Bruxelles ha scoperto di avere altri nemici, interni ed esterni, che minacciano la società aperta del mercato unico e dei valori democratici.

A far paura non sono i vari Geert Wilders, Marine Le Pen e Matteo Salvini che per anni hanno gridato contro la lentezza e l’austerità delle istituzioni europee, ritrovandosi afoni in questa crisi, incapaci di trovare un vero difetto al piano di oltre duemila miliardi di euro di Bruxelles per far ripartire l’economia: l’acquisto di 1350 miliardi di euro (750+600) in nuovi titoli garantito dalla Banca centrale europea fino alla metà del 2021, i 750 miliardi di prestiti e sussidi del Next Generation Eu, i 540 miliardi del pacchetto Bei-Sure-Mes.

I veri nemici dell’Unione non sono a occidente, dove chiunque abiterà nella Casa Bianca garantirà l’Alleanza atlantica, anche se rabberciata o sbiadita, ma a oriente. A Minsk i cittadini bielorussi continuano a protestare contro il dittatore Alexander Lukashenko, protetto e finanziato da Vladimir Putin che non vuole perdere l’influenza sul Paese cuscinetto tra la federazione Russa e l’Unione europea. Nel Mediterraneo orientale la Turchia di Recep Erdogan continua a sconfinare nelle acque territoriali di Grecia e Cipro per sfruttare le risorse naturali, violando i trattati internazionali.

All’inizio del suo mandato la presidente Ursula von der Leyen aveva promesso che la sua Commissione europea sarebbe stata «geopolitica», ma finora Bruxelles si è dimostra incapace di proteggere gli interessi dei suoi due Stati membri e di dare una risposta efficace, soprattutto nelle sanzioni per cui serve l’unanimità. Forse servirebbe un esercito europeo comune che faccia da deterrente alle iniziative ardite delle democrature.

I soldi del soft power non comprano i nemici, ma li affittano, come ricorda Erdogan ogni volta che minaccia di mandare in Europa 3,6 milioni di rifugiati che per ora rimangono in Turchia grazie ai finanziamenti di Bruxelles. Già, i migranti. La sfida dei prossimi anni sarà quella di superare gli egoismi nazionali e la Convenzione di Dublino, creando un sistema rigoroso per la distribuzione dei rifugiati negli Stati membri. Dopo la pandemia, Bruxelles ha iniziato a reinventare il suo rapporto con la Cina, diventato ora più freddo e assertivo.

Pechino finora aveva provato a imporre la sua via della Seta con la strategia del dividi et impera, ma la crisi del coronavirus ha mostrato la fragilità del sistema industriale europeo e ha innescato la ricerca dell’autonomia strategica. Per questo il 3 settembre la Commissione europea ha annunciato una nuova Alleanza industriale con l’obiettivo di diminuire la dipendenza comunitaria dall’import di materie prime dalla Cina, come il litio o la bauxite, necessari per realizzare il Green Deal.

L’Ue però deve combattere anche i nemici interni. L’erosione dello Stato di diritto in Polonia e Ungheria non è più una accusa da euroinomani ma un dato di fatto. Bruxelles dovrà capire come far rispettare i principi democratici magari condizionando l’accesso ai fondi europei fondamentali per le economie di Budapest e Varsavia.

Per risolvere questi e altri problemi l’Unione europea non dovrà incartarsi nell’attuare il Next Generation Eu. Rallentare l’arrivo dei 750 miliardi di euro sarebbe l’assist migliore per i populisti in cerca di un capro espiatorio per sopravvivere alla seconda ondata. Se il sistema si incepperà, il rischio è che quando questa crisi sarà finita, ritorni il virus del sovranismo.