Equilibrio e ambiguitàLa prudenza dell’Unione europea nel conflitto in Nagorno-Karabakh

In questo primo mese di conflitto Bruxelles ha evitato accuratamente di assumere posizioni politiche significative procedendo lungo una linea di neutralità, che la caratterizza dagli anni Duemila, non senza contraddizioni. Più netto l’atteggiamento contro il sostegno turco all’Azerbaijan

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Pubblicato originariamente da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Interrompere gli scontri armati e in ogni caso gli attacchi contro la popolazione civile; evitare interferenze esterne; riprendere i negoziati tra le parti senza precondizioni. Questa, in breve, la posizione che l’Unione europea ha espresso in questo mese di guerra tra Armenia e Azerbaijan. Secondo l’Europa, l’iniziativa politica per negoziare una tregua e in prospettiva un accordo di pace spetta al Gruppo di Minsk dell’OSCE, nato nel 1992 proprio per affrontare la crisi del Nagorno Karabakh e guidato congiuntamente da Stati Uniti, Russia e Francia. Nelle scorse settimane ciascuno di loro ha negoziato un cessate-il-fuoco, ricevendo regolarmente il sostegno dell’Unione, ma tutte e tre le tregue sono state poi violate in brevissimo tempo.

La prima dichiarazione ufficiale dell’Unione europea sulla nuova fase del conflitto tra Armenia e Azerbaijan è arrivata alla ripresa delle ostilità su vasta scala, il 27 settembre scorso, tramite l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Europa Josep Borrell. Una manciata di giorni più tardi, il Consiglio europeo ha rivolto un appello alle parti per fermare gli scontri e tornare a negoziare. Il 7 ottobre Borrell ha chiesto loro di impegnarsi a non attaccare le popolazioni civili, e ha annunciato lo stanziamento di mezzo milione di euro in aiuti umanitari europei.

Equilibrio e ambiguità
In effetti, in questa fase l’Unione europea è sembrata volere limitare la sua attenzione all’aspetto umanitario del conflitto, evitando accuratamente di prendere iniziative o posizioni politiche significative. I leader europei hanno deciso di lasciare i negoziati interamente nelle mani del Gruppo di Minsk, e nel frattempo improntare ogni presa di posizione alla massima neutralità. Ad esempio, tutte le dichiarazioni rilasciate dall’Europa in queste settimane condannano il ricorso alla retorica nazionalista e xenofoba e gli attacchi contro i civili «indipendentemente dalla loro fonte». Benché tenda a essere percepita più vicina alle istanze armene – il 22 ottobre Borrell ha ricevuto il presidente armeno a Bruxelles – l’Unione si è espressa ufficialmente ad esempio contro i bombardamenti che hanno colpito la città azerbaijana di Ganja.

È almeno dai primi anni Duemila che l’Europa coltiva un’immagine di neutralità nel conflitto del Nagorno Karabakh, che sfocia a volte in prese di posizioni ambigue o apertamente contraddittorie. Ad esempio, nel piano d’azione firmato con l’Azerbaijan nel 2006 l’Unione riconosce l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli stati, mentre nel piano d’azione con l’Armenia sottolinea l’importanza dell’autodeterminazione dei popoli. D’altra parte, i paesi dell’Europa non hanno una posizione chiara su questi temi, come mostrano le divisioni sul Kosovo e sulla Catalogna (Borrell stesso è un catalano anti-indipendentista). Allo stesso tempo, lasciare l’iniziativa politica interamente nelle mani del Gruppo di Minsk significa concedere ampio spazio alla Francia, che sia per ragioni storiche sia per ragioni geopolitiche ha posizioni più vicine all’Armenia rispetto ad altri stati dell’Unione.

Sanzionare la Turchia
Se l’Unione europea in quanto tale ha cercato di mantenersi neutrale tra le due parti in causa, si è espressa con maggiore chiarezza contro il ruolo che la Turchia sta svolgendo in questa nuova fase del conflitto. Pur nominandola assai raramente, le dichiarazioni rilasciate dalle istituzioni europee hanno continuato ad alludere all’appoggio politico e militare che il governo di Ankara dà all’Azerbaijan, chiamando «tutti gli attori regionali» a «contribuire a fermare il confronto armato» e auspicando che non ci sia «alcuna interferenza esterna» nel conflitto, ancor più se militare.

L’attenzione nei confronti della Turchia è emersa in tutta chiarezza il 7 ottobre, durante il dibattito sul Nagorno Karabakh svoltosi al Parlamento europeo – mentre all’esterno dell’edificio centinaia di armeni manifestavano chiedendo all’Europa di attivarsi. La maggior parte degli interventi dei parlamentari europei ha puntato il dito contro la Turchia, dipingendola in qualche modo come l’istigatrice della campagna militare azerbaijana e chiedendo in alcuni casi l’adozione di sanzioni nei suoi confronti o la chiusura del suo processo di adesione all’Unione. Non sono mancati i richiami al genocidio armeno, alle fantasie imperiali di Erdoğan, all’intervento di mercenari jihadisti dalla Siria.

I parlamentari hanno chiesto all’Unione europea di impegnarsi di più per fermare il conflitto e di prendere una posizione politica più coraggiosa – secondo alcuni arrivando anche a riconoscere l’indipendenza del Nagorno Karabakh. L’Alto rappresentante per la politica estera Borrell ha risposto così: «Tutti voi avete chiesto di agire, ma ho sentito poche versioni concrete del verbo ‘agire’. Cosa intendete per ‘agire’? Faremo tutto quello che possiamo per sostenere il Gruppo di Minsk dell’OSCE, che è il quadro che ha scelto di sostenere il Consiglio europeo per trovare una soluzione negoziale, spingendo entrambe le parti a una tregua e facendo pressione sulla Turchia perché smetta di intervenire».

Come ha però dovuto riconoscere lo stesso Borrell nel corso del dibattito, i negoziati «degli ultimi trent’anni non sono stati molto produttivi» e un ritorno al tavolo negoziale senza precondizioni non è purtroppo all’orizzonte per il momento. Anche l’adozione di sanzioni contro la Turchia pare fuori discussione per ora; i leader europei non ne riparleranno prima di dicembre.

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