L’ultima occasioneL’Italia non deve sprecare il NextGenerationEu se non vuole rimanere la pecora nera dell’eurozona

Nel suo primo libro, l’economista Silvia Merler spiega perché siamo l’eccezione nell'Unione, dove anche i Paesi mediterranei si sono avvicinati sempre più alle economie del Nord Europa grazie alle pesanti riforme. Ora, il piano da 750 miliardi di euro concordato a Bruxelles assegna al nostro paese una responsabilità chiave: dimostrare che la fiducia concessa non è stata mal riposta

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Per rendere digeribili a un pubblico che ha ben altro da fare le dinamiche di 27 Stati membri nell’Unione europea, spesso i media si aggrappano a semplificazioni che hanno il pregio di fotografare una certa realtà ma rischiano di cristallizzare fenomeni in divenire. E così le categorie perfette un tempo si rivelano contenitori vuoti. Est contro Ovest, Nord frugale contro Sud spendaccione, formiche contro cicale, santi contro peccatori. Ancora più spesso i politici ripetono quelle semplificazioni per consolidare le loro narrazioni usando come una clava l’opinione degli analisti economici pronti a prendere qualsiasi tessera della realtà per costruire il loro mosaico. 

Nell’arena pubblica in cui lottano queste narrazioni politiche, mediatiche ed economiche è arrivato il libro La Pecora nera (Egea) scritto da Silvia Merler, capo della ricerca di Algebris Policy & Research Forum, che ha analizzato le economie degli Stati mediterranei e ha notato che sono molto più simili alle economie del nord Europa di quanto si creda. Dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011 c’è stata una convergenza sempre più forte anche grazie alle pesanti riforme economiche. Sud e Nord non sono così diversi. Ma c’è un eccezione che conferma la semplificazione: la pecora nera dell’eurozona che non cambia mai. Debito alto, crescita bassa e gli stessi problemi di sempre. In una parola:l’Italia. 

Ora però la pandemia ha colpito tutti i Paesi europei allo stesso modo, al nord come al sud, c’è il rischio che quella convergenza raggiunta a fatica sia compromessa del tutto. Soprattutto se la pecora nera sprecherà ancora una volta l’occasione per tornare nel gregge. Fuor di metafora, se l’Italia non riuscirà a usare i 209 miliardi del NextGenerationEu per fare le riforme che rendano la sua economia più simile a quelle degli altri Paesi dell’eurozona, si ritroverà isolata. E avrà fatto fallire l’embrione di un debito comune. 

Merler, le economie del nord Europa dinamiche e virtuose contro le economie mediterranee sprecone e immobili nella crescita è una semplificazione solo giornalistica?
È purtroppo un atteggiamento intellettuale della politica presente anche tra gli analisti economici. Si pensa che questa frattura emersa nel 2010-2011 con la crisi dei debiti sovrani sia ormai una differenza cristallizzata. Non è così. I Paesi che oggi chiamiamo del sud o periferici non hanno più grandi squilibri macroeconomici ma anzi si sono avvicinati sempre di più con velocità e quantità alle performance economiche degli Stati del centro-nord Europa. La divergenza che si era creata con quella crisi si è ormai riassorbita, grazie ai piani di riaggiustamento macroeconomico. 

Dei piani che hanno creato però delle fratture sociali, e politiche in Spagna, Portogallo e Grecia.
Nessuno nega che questo aggiustamento sia stato molto pesante dal punto di vista economico e sociale, ma le economie di Nord e Sud Europa sono più simili oggi di quanto non fossero mai state nei 20 anni precedenti. Ovviamente prima che la pandemia cambiasse ancora una volta gli equilibri. Ma con questo libro ho voluto introdurre un tema di cui non si parla molto nel dibattito sull’eurozona:.c’è stato quel processo di convergenza che alcuni pensavano sarebbe naturalmente avvenuto con l’euro, ma che in realtà c’è stato solo grazie alle riforme post crisi. Non a caso gli Stati colpiti duramente nel 2010-2011 hanno ricominciato a crescere nel 2014, finiti i programmi di aggiustamento. 

Cosa hanno migliorato concretamente i piani di aggiustamento concordati con la Commissione europea?
L’indicatore principale è quello del saldo esterno della bilancia commerciale, ovvero la differenza tra il valore delle esportazioni e le importazioni delle merci. Nei primi dieci anni dalla nascita della moneta unica c’è stato un forte squilibri nell’eurozona: da una parte i saldi positivi e crescenti nel Nord Europa, dall’altra i saldi negativi nel Sud che portava questi Paesi ad accumulare molto debito. Poi con le riforme gli Stati mediterranei hanno ristrutturato completamente il loro modello economico in modo che questa dipendenza dal capitale estero potesse essere riassorbita. Ma non è così per l’Italia che continua ad avere un alto debito, un’alta disoccupazione e una bassa crescita. 

Perché l’Italia è la Pecora Nera dell’eurozona?
I problemi che ci rendono una pecora nera sono di carattere economico e istituzionale. Dal lato economico ci sono tre aggiustamenti macroeconomici di lungo periodo che l’Italia non ha mai fatto. Il primo è legato alla competitività: l’Italia ha una bassa produttività e da anni la sua economia non cresce più come quelle dell’eurozona. La nostra crescita zero è una media tra due mondi diversi: il Nord Italia che cresce molto e un Sud che non cresce per niente. Il secondo problema è quello del debito pubblico che a differenza dei paesi del Sud Europa è storicamente molto alto. Di solito si parla della relazione tra crescita del debito pubblico in un unico senso: serve crescere perché così si riduce il debito pubblico. È vero, ma al tempo stesso c’è anche parecchia letteratura che ci mostra come un alto debito pubblico in realtà abbia il potenziale di ridurre la crescita. È un circolo vizioso.

E qual è il terzo aggiustamento macroeconomico che l’Italia non ha affrontato?
L’accesso al credito. I Paesi mediterranei sono stati forzati a ristrutturare profondamente i propri sistemi bancari e creditizi grazie ai programmi di aggiustamento dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale. L’Italia invece ha ritardato questo aggiustamento fino a quando è diventato improcrastinabile, dopo la crisi bancaria tra il 2015 e 2017. 

Ora però l’eurozona è stata scossa dalla pandemia: uno shock esterno che ha colpito tutti i Paesi a prescindere dalla loro economia. Rischia davvero di compromettere la convergenza che il Sud Europa ha faticosamente raggiunto col Nord?
Potrebbe. Perché lo shock ha colpito tutti i Paesi dell’eurozona, ma non tutti si trovavano nella stessa condizione. È vero che i Paesi del Sud Europa hanno ridotto le loro differenze con il Nord Europa grazie ai flussi di crescita e di riduzione del deficit di bilancio. Ma rimangono gli stock. Ovvero l’eredità economica della crisi precedente che li mette in una posizione di svantaggio. Gli Stati mediterranei entrano in questa crisi del coronavirus partendo da un livello di debito pubblico e di disoccupazione più alto, una condizione preesistente che hanno ereditato dal periodo 2010-2012 e non è stata del tutto cancellata dagli aggiustamenti. Questo limita la capacità di reazione fiscale per contrastare la crisi. 

Anche per questo motivo il Consiglio europeo di luglio ha approvato il piano di aiuti da 750 miliardi di euro, il NextGenerationEu.
Col NextGenerationEu si è cambiato il modo di approcciare al problema. Si è riconosciuto l’eccezionalità di questa crisi, completamente diversa da tutte le precedenti: è esogena e non ha niente a che fare con la giusta o sbagliata politica economica locale dei singoli Stati membri. Si è capito che alcuni paesi nonostante gli sforzi fatti finora non hanno capacità di reazione sufficienti e per questo serve una politica fiscale comune con dei trasferimenti (prestiti e sussidi, ndr) anche se temporanei ma comunque anticiclica e di stabilizzazione macroeconomica. Non era scontato, perché anche nelle prime fasi di questa crisi alcuni avevano proposto ancora una volta una linea di credito condizionata a delle riforme da fare. Questo piano è una base importante per poter parlare in futuro di un’iniziativa federalista fiscale comune. Impensabile fino a pochi mesi fa. 

Le dimensioni del NextGenerationEu bastano per far crescere la nostra economia? I 209 miliardi di euro per l’Italia sembrano tanti, ma forse non così tanti pensando alle conseguenze della seconda ondata
Dipende. Per la Spagna è un trasferimento significativo perché si tratta di un Paese beneficiario netto del bilancio europeo. Per l’Italia invece il trasferimento netto non è significativo in termini dimensioni. I prestiti sono prestiti e anche se sono a tasso zero bisogna prima o poi restituirli tali e quali. Anche gli 81,4 miliardi di sussidi in realtà saranno 30 miliardi nell’ipotesi più conservativa, perché li restituiremo finanziando il bilancio europeo nei prossimi anni. Però 30 miliardi di euro di sussidi non sono pochi perché siamo un Paese contribuente netto e nessun altro che dà più miliardi al budget comunitario di quanti ne riceva ha ottenuto una cifra simile. Non era scontato. Perché da pecora nera dell’eurozona non avevamo il capitale politico della Spagna per chiedere la solidarietà. Non abbiamo fatto le riforme macroeconomiche ma comunque abbiamo ottenuto un segno positivo.

La Spagna però ha rinunciato a prendere la quota di prestiti forniti dal NextGenerationEu, e ha chiesto di ricevere solo i sussidi. Ha senso che l’Italia rinunci ai 127,4 miliardi di euro di prestiti europei?
Ha senso comunque prendere anche i prestiti perché il nostro Paese ha un grosso debito pubblico da rifinanziare. È vero che adesso i tassi di interesse sono bassissimi per via della politica monetaria della Banca centrale europea, ma non sappiamo se durerà. Non è una variabile che l’Italia può controllare. Se i tassi d’interesse dovessero alzarsi per il nostro Paese diventerà un problema, soprattutto se non sarà in grado di far scattare la crescita del prodotto interno lordo. Per questo ha senso spostare parte del debito verso detentori pubblici meno volatili negli investimenti come l’Unione europea o il Meccanismo europeo di stabilità. È il modo migliore per stabilizzare il costo del debito. 

Quindi l’Italia dovrebbe accedere alla linea di credito speciale del Meccanismo europeo di stabilità?
Sì, perché oltre a quanto ho detto prima, in questo momento lo Stato italiano emette sul mercato a dieci anni i titoli che si finanziano ancora all’1% di tasso di interesse. Col Mes sarebbe allo 0,1%. Gli interessi sono bassi, ma potrebbero essere ancora più bassi e il che non guasta visto che a fine anno il rapporto tra debito pubblico italiano e Pil arriverà al 160%. Il Mes o la Banca centrale europea, che a fine anno deterrà il 30% del nostro debito pubblico, non sono come gli investitori privati ed è plausibile dire che non venderanno a loro volta i nostri titoli in base alla convenienza del mercato, ma aspetteranno la restituzione. 

Dove dovrebbero essere incanalati i fondi del NextGenerationEu?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe capire se ci sarà una perdita di attività economica strutturale o se torneremo al livello di attività economica potenziale di prima. Finora abbiamo visto in Cina che l’economia si è ripresa in fretta ma il 5% della sua economia non è ripartita. Se dovesse succedere anche in Italia e negli altri Paesi europei ci sarebbe una perdita di potenziale economico rilevante. I fondi europei non dovrebbero servire tanto a congelare l’economia così com’e oggi ma dovrebbero essere diretti a costruire il 5% del potenziale economico che perderemo in modo che sia sostenibile e ci porti su una traiettoria di crescita più alta rispetto a quella che avevamo prima. 

Per recuperare quel 5% dove dovrebbe essere indirizzato il Recovery plan?
Il capitale umano è un’area in cui abbiamo enormi deficienze. Si vede in particolare nell’istruzione superiore. Abbiamo problemi a creare capitale umano perché si laureano poche persone. Inoltre le dinamiche salariali non premiano chi ha investito nella propria istruzione. Ma sono legate alla produttività. Tradotto: i salari in Italia non crescono perché la produttività è bassa. E la produttività è bassa perché nel nostro Paese non si investe nel capitale umano. È un circolo vizioso. Il mercato del lavoro italiano è incapace di fare training e di comare in modo adeguato la domanda e offerta di lavoro. Infine le nostre imprese sono poco innovative e gestite in una maniera che nel ventunesimo secolo non permette loro di crescere molto. Abbiamo sprecato il periodo della rivoluzione dell’Information technology perché non abbiamo importato quel tipo di competenze nella produzione industriale E ora ne paghiamo le conseguenze. 

Cosa ne pensa del Recovery plan finora solo annunciato dal governo?
Siamo ancora nelle prime fasi, ma la sensazione è che il governo non abbia agito con priorità chiare e un approccio dall’alto verso il basso in ciascuna area. Ovvero, non ha chiesto a ciascun ministero di mandare un solo progetto di investimento sul tema di loro competenza, ma ha chiesto a tutti i dicasteri di mandare tutti i progetti nei cassetti, alcuni dei quali molto specifici e con un dubbio impatto sulla crescita economica e sull’occupazione. Il processo di selezione è fondamentale, forse alla fine grazie al dialogo con la Commissione europea avrà tutto una sua coerenza, ma è difficile farlo se la quantità di progetti è così ampia. 

Se l’Italia non riuscirà a crescere coi fondi del NextGenerationEu rischia di essere lasciata indietro?
Lo era già anche prima della pandemia. Basta guardare i conti pubblici del 2018 e 2019. Il nostro è l’unico Paese che da 20 anni non cresce, produttività minima, un debito pubblico storicamente elevato, la terza disoccupazione giovanile più alta dell’Unione, competitività verso l’esterno che non si è aggiustata, il più basso tasso del numero di laureati tra i 25-34 anni. Per non parlare della povertà lavorativa di cui si parla poco nel dibattito pubblico. Insomma, se prima il rischio di essere lasciati indietro era tangibile, ora con questa crisi lo spazio fiscale per il sarà ancora più limitato dal fatto che il debito arriverà al 160 per cento del Pil è l’ultima opportunità. 

Non funzionerà più la tipica tecnica negoziale “kamikaze” dell’Italia che in Europa chiede aiuti minacciando con il suo fallimento la crisi irreversibile dell’eurozona?
La grossa domanda non è tanto se gli altri Paesi possano o vogliano permettersi di farci fallire. Ma se nel 2020 ha ancora senso basare le nostre relazioni internazionali sul vittimismo economico. 

Ci sono anche alcuni economisti euroscettici che sostengono che non abbia senso rimanere nell’euro e sia meglio tornare a svalutare come ai tempi della Lira.
Quella era una competitività artificiale, fare una continua svalutazione competitività era dovuta a un effetto di prezzo momentaneo, ma che senza un aggiustamento reale dell’economia sottostante non era sostenibile. E infatti continuavamo a fare svalutazioni o il circolo si interrompeva. Ma quelle svalutazioni aumentavano l’inflazione e peggioravano i redditi domestici, rendendolo instabile e più povero. Dare mazzate ai redditi dei cittadini per cercare di risollevarsi sui mercati internazionali non mi serva una strategia così furba. 

Così come non è stato furbo una volta entrati nell’euro sprecare per quindici anni quel tesoretto fatto di interessi bassi che ha permesso a un Paese come il Belgio di dimezzare il suo debito pubblico. I benefici del far parte dell’eurozona sono finiti?
È vero abbiamo sprecato il periodo di tassi bassi dei primi anni 2000 in cui avremmo potuto fare molti più aggiustamenti perché ci sarebbe costato relativamente poco dal punto di vista economico. Ma i tassi bassi che abbiamo adesso sono altresì un beneficio. Se noi non avessimo quel contenimento sul costo debito con l’inflazione inesistente che c’è adesso senza crescita con l’impatto delle covid il nostro debito pubblico non sarebbe sostenibile. Il secondo beneficio è che sta cambiando la solidarietà fiscale a livello europeo. Non ha senso andare via quando potrebbe esserci nel giro di pochi anni una svolta federale. Anzi, dobbiamo essere i capofila, usando al meglio il NextGenerationEu. 

Una delle idiosincrasie di cui parli nel libro è la narrazione politica italiana per cui chiediamo l’unione fiscale come panacea di tutti i mali ma allo stesso tempo non vogliamo che gli altri Paesi controllino i nostri conti. Come se ne esce?
Purtroppo se guardiamo gli ultimi 20 anni di politica economica vediamo occasioni perse di aggiustamento economico perché non abbiamo mai avuto l’urgenza di doverlo fare. Grecia, Irlanda e Portogallo erano uscite dal mercato, gli investitori non compravano più i loro titoli di Stato, per cui o facevano default o accettavano i piani di aggiustamento. Il nostro Paese rimanendo in bilico non ha mai fatto le riforme che servivano e in questa crisi lo stiamo pagando ancora di più. 

Serve un vincolo esterno?
È un termine che non  mi piace soprattutto per come è stato usato per descrivere l’atteggiamento dell’Italia in Europa negli anni ‘90. In quel periodo l’Italia voleva far parte della moneta unica e per la nostra storia era giusto che ne facessimo parte fin dall’inizio con un ruolo rilevante. Oggi ci troviamo nella stessa congiuntura storica: c’è un’iniziativa che potrebbe creare una politica fiscale  comune ma dobbiamo fare quelle riforme che i nostri partiti non sono mai stati in grado di fare per colpa della breve durata dei governi e l’alta volabilità dell’elettorato.