CulturaNon ci resta che viaggiare mangiando

Consumare il cibo di altri Paesi è un modo per materializzare dei valori culturali e rimanere a contatto con culture diverse dalla nostra. In un periodo di emergenza sanitaria in cui le interazioni sociali e gli spostamenti hanno subìto delle forti restrizioni, le ricette provenienti dall’estero sono i mezzi più accessibili che abbiamo a disposizione per interagire con altri mondi e culture

È ormai risaputo che in Italia quella generalmente (e malamente, secondo alcuni) chiamata etnica, è una dieta che fatica a conquistare il primato rispetto alla dieta mediterranea, soprattutto se si considera la varietà degli alimenti che quest’ultima offre. Molto spesso, la scelta che guida il consumo di cibo di altri Paesi è dovuta al fatto che quei prodotti gastronomici sono in gran parte disponibili.
Tuttavia, la curiosità e l’attrazione per la diversità culturale è una costante che si declina anche su prodotti alimentari che sono sempre più a portata di mano, in modo da influenzare le persone a consumare cibi con una forte connotazione culturale.
Lo dimostra uno studio pubblicato sul Journal of Business Research che su un campione di circa 30 intervistati nel Regno Unito rileva quali sono le scelte che guidano il consumo di alimenti con una forte connotazione culturale.
Voler esprimere uno stile di vita che si sposa con una determinata cultura e mostrarne l’apprezzamento è la motivazione principale che guida le scelte d’acquisto di prodotti alimentari provenienti da Paesi diversi.
Possiamo scegliere, per esempio, di mangiare in un ristorante messicano perché nutriamo un forte interesse in generale per la cultura sudamericana, o semplicemente per dimostrare che ci sentiamo cittadini del mondo.
E il Messico non è un Paese qualunque in termini di scelte gastronomiche, proprio per un’offerta alimentare composta da pietanze non particolarmente elaborate, ma nel contempo adatte per situazioni d’intrattenimento, come le salse e le tortilllas chips.
Prodotti particolarmente apprezzati questi ultimi dagli italiani: lo confermano gli ordini effettuati nel periodo estivo sulla piattaforma Everli, che registra una crescita del 3% su base annua di acquisto dei prodotti etnici e che vede fra i primi posti anche prodotti come l’avocado e la feta.

Il consumo di cibi che non siano nostrani è un modo per materializzare i nostri valori altruisti di apertura al mondo. Come l’acquisto degli ingredienti della cucina giapponese è un gesto che esprime un certo apprezzamento per la cultura nipponica, così scegliere di mangiare in un ristorante thai può essere legato alla curiosità di scoprire nuovi sapori e nuove ricette e acquisire nuove conoscenze sulla cultura gastronomica orientale. Abbracciare una determinata cultura significa, dunque, prediligere le interazioni con gli autoctoni, o anche adattarsi a società culturalmente diverse proprio perché siamo coscienti del fatto che viviamo a stretto contatto con altre culture. Il consumo di cibo non locale diventa così un’opportunità per sviluppare una sensibilità e una sorta di adattamento a contesti culturali differenti.

Le interazioni sociali a cui siamo abituati e, in particolare, la possibilità di viaggiare sono sempre meno frequenti nell’attuale periodo della pandemia. Così i media e gli e-commerce sono i mezzi a nostra disposizione che si rivelano più accessibili per poter continuare ad interagire con altre culture. Anche se ci siamo riappropriati dei prodotti alimentari locali e del territorio, nulla ci vieta di scoprire tutti i vantaggi che possiamo trarre dalle altre culture, soprattutto da un punto di vista gastronomico. Lo sfruttamento del digitale e della connettività totale sono strumenti necessari per accrescere la conoscenza di culture alimentari diverse e dei loro sapori autentici. Sono sempre più numerosi gli italiani che vivono da soli e che acquistano una quantità di cibo superiore alla media, insieme a un orientamento all’acquisto che predilige da un lato prodotti locali (che rispettano i criteri della filiera corta, della trasparenza e del bio), dall’altro prodotti alimentari di altre cucine.

Una tendenza che nel tempo si consoliderà e che probabilmente andrà ad abbattere le barriere tra locale e globale, in termini alimentari. E si auspica anche che saremo più attenti a qualificare un cibo in quanto etnico: nella maggior parte dei casi, si tratta di un’etichetta linguistica che si applica a determinate cucine o prodotti alimentari e non ad altri, il cui significato è però abbastanza immediato (etnico è ciò che è legato ad una determinata etnia). Tuttavia, siamo abituati a non qualificare mai come etnica la cucina francese, quella spagnola o quella greca: etniche sono quelle culture gastronomiche che provengono da Paesi distanti e meno a portata di mano, se così si può dire, di cui abbiamo una minore conoscenza della cultura e delle tradizioni rispetto ai Paesi del Sud Europa, che sono più vicini ai nostri costumi.

O ancora, non qualifichiamo la cucina giapponese come propriamente etnica, proprio perché il Giappone, pur essendo un Paese asiatico, ha una maggiore incidenza per gli scambi commerciali con l’Italia. Sentirsi connessi con altre culture, soprattutto grazie alla costante digitalizzazione dell’offerta gastronomica, è uno spunto per abbattere i pregiudizi e anche le etichette linguistiche che attribuiamo a prodotti gastronomici diversi dai nostri, nonché un ulteriore passo per sentirsi cittadini del mondo.

Valeria Della Valle, linguista e lessicografa, co-curatrice del Nuovo Vocabolario Treccani 2018, autrice con Giuseppe Patota di “Le parole valgono” (Treccani) e “La nostra lingua italiana” (Sperling & Kupfer) ci aiuta a definire meglio il contesto linguistico: «Etnico deriva da “éthnos”, in greco antico significa “popolo”, indica un qualcosa che è proprio di un popolo. Di suo non ha una sfumatura negativa; certamente indica un qualcosa di diverso, di nuovo, anche di esotico – dunque appartenente a una cultura lontana». Motivo per cui non etichettiamo come etnico un piatto francese (ma siamo sicuri? Forse un giro sulla sezione “cucina etnica” del Cucchiaio d’Argento farebbe bene, troveremmo persino la Paella, e la stessa sezione del Cucchiaio online si auto-definisce candidamente “un’area che aiuti tutti a cucinare a casa le ricette tipiche di un’altra cultura gastronomica, magari scoperte e gustate durante un viaggio”, davvero dovremmo provare sensi di colpa di fronte a tanta innocenza?).

Etnico ha un suo discreto successo in pieno Novecento, quando già si era consolidata l’infondatezza della validità scientifica della razza come determinante di una comunità secondo caratteri biologici. È più vicino all’idea che le comunità umane siano definite da fenomeni culturali e storici. «In italiano, la cucina etnica», continua Della Valle, «è chiamata così perché all’inizio della commistione tra tradizioni gastronomiche differenti rappresentava una grande novità. Non si era mai visto un locale coreano o una piatto etiope. La globalizzazione dei consumi ha semplicemente abbattuto confini e barriere. È andato a smussarsi il legame con quel senso di sconosciuto, misterioso. Ad ogni modo, dire che la parola abbia in sé un elemento di negatività, pare eccessivo».

Certo, cucina altra, lontana. Inusuale per palati abituati a tradizioni piuttosto forti a tavola. Ma non per forza povera, o scadente, o fast. Certamente, il punto di vista è dall’Occidente e verso Est, o Sud. Ma vogliamo fare finta di essere seduti su una spiaggia del Madagascar mentre siamo ai fornelli? Davvero serve mettere in campo così tanta cautela nell’usare una parola tutto sommato neutra e che sottolinea solo distanza e alterità?

«Io ci vedo la volontà di eliminare in maniera artificiale e artificiosa differenze che non hanno nulla di male. Questa parola non ha in sé niente che la faccia considerare come un pericoloso vocabolo da rimuovere dalla lingua italiana», spiega ancora la linguista Della Valle. «Polemiche come queste nascono sulle parole e non sui fatti: si attribuisce a una parola più di quanto la parola stessa contenga. La parola non è colpevole. Non vorrei che fosse un eccesso di politicamente corretto un po’ deviato».

 

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