Il campione ritrovatoCosì Bearzot scelse di scommettere in Paolo Rossi, ed ebbe ragione

Il calciatore veniva da una condanna, era ingrassato e fuori forma. Manteneva la capacità del guizzo, ma poco altro. L’allenatore della Nazionale sapeva che al Mondiale di Spagna, se fosse tornato in forma, avrebbe fatto la differenza. Un ricordo che racconta a Gigi Garanzini in “Il romanzo del vecio” (Baldini + Castoldi)

© LaPresse Archivio storico

Il trionfo di Spagna comincia molti mesi prima a Torino, in un pomeriggio di novembre ancora tiepido, terso, di quelli con le montagne più vicine. È un giovedì, antivigilia di Italia-Grecia, poco più di una formalità ormai per la qualificazione mondiale.

Gli azzurri si stanno allenando al vecchio Combi, sul campo in fondo messo di traverso. Bearzot, in un canto, segue con distacco la partitella dei suoi e lancia occhiate sempre più frequenti al campo adiacente, dove i resti della Juventus stanno giocando con la Primavera.

La seduta termina, Cesare Maldini si attarda come sempre a torturare i portieri, gli altri se ne vanno fendendo a fatica la folla dei tifosi: per arrivare allo spogliatoio del Comunale c’è la via Filadelfia da attraversare e la barriera dei cacciatori d’autografi è doppia. Bearzot finge di uscire a sua volta, si attarda a caricare la pipa e fa cenno al custode di chiudere il portone.

Una volta accertato che tutti sono usciti, in particolare i cronisti, torna a guardarsi più da vicino la partitella ancora in corso. Perché in campo c’è anche Paolo Rossi.

Non lo vedevo da molto, era davvero ingrassato come mi era stato detto. Era fermo da più di un anno e mezzo, gli restavano sei mesi di squalifica da scontare, la Juventus lo aveva acquistato in estate per cominciare a rimetterlo in forma un po’ alla volta in vista del finale di stagione.

Ma poteva soltanto allenarsi, o giocare partitelle in famiglia senza arbitro federale, difficile ritrovare la condizione quando ti manca lo stimolo dell’impegno vero, della gara ufficiale. Così a prima vista il repertorio sembrava intatto: ma fatalmente quei suoi scatti assassini, alcuni dei quali erano forse dedicati a me, sembravano ripassati alla moviola. Gli andai incontro alla fine. Lui arrossì, abbozzò un sorriso, non saprei dire chi dei due era più imbarazzato.

Scambiammo un paio di battute, posandogli le mani sui fianchi dissi che mi sembravano di una fattrice normanna. Era ancora fragile, riuscì a sorridere ma gli si velarono gli occhi.

Poi mi fissò, e rispose con quella sua vocina che da quel giorno avrebbe avuto una buona ragione in più per farli scendere.

Pochi minuti, casuali quanto clandestini. Bastarono a Rossi per capire che Bearzot continuava ad aspettarlo, al di là del distacco ufficiale che il ruolo imponeva e del rispetto che un uomo tutto d’un pezzo non poteva non portare a una sentenza della magistratura. A Bearzot per constatare che Rossi, innocente o colpevole che fosse, stava scontando con dignità la sua pena professionale. E da qualche parte avrebbe trovato la forza di non arrendersi.

Io sono sempre stato convinto della sua innocenza, ma non è questo il punto. La giustizia aveva stabilito che era colpevole e lui pagava il suo debito senza invocare sconti. Ci pensai a lungo in quell’inverno che precedeva il mondiale di Spagna e prima ancora di affrontare la questione in termini tecnici mi prospettai il problema morale. Alla fine decisi che a squalifica ultimata lo avrei riportato con me. Forse avrei avuto qualche scrupolo in più per un’Olimpiade, quelle di una volta, beninteso, non queste della Coca-Cola e degli steroidi. Ma un mondiale di calcio è la massima espressione di rassegna professionistica e lui una volta pagato il suo debito di professionista sarebbe stato in regola.

Non ancora abile, dunque, ma arruolabile, come anche la federazione confermò. Ma in quali condizioni? Paolo Rossi era rimasto fermo per due anni, senza dimenticare che dei quattro menischi in dotazione gliene restava uno. All’atto della convocazione per il raduno premondiale di Alassio aveva nelle gambe tre sole partite di campionato: un gol a Udine, ma anche una forma ancora palesemente precaria. E a Roma c’era un Pruzzo al top della carriera, capocannoniere del campionato e giustamente osannato dalla stampa. Mica finita. Mentre già i convocati sgambettavano in Riviera, a Torino Bettega tentava ancora, invano, di risistemare un ginocchio distrutto sei mesi prima in coppa Campioni. I giorni passavano, la scadenza di consegna della lista dei ventidue alla Fifa era sempre più vicina.

Giorni di tormenti. La coppia d’attacco ideale era senza alcun dubbio Rossi-Bettega. Aveva fatto furore quattro anni prima in Argentina, era il punto di partenza obbligato per il mondiale successivo. Due giorni prima di consegnare la lista andai a Torino da Bettega. Mi disse che si arrendeva. Ero preparato a quell’annuncio, mi sembrò giusto proporgli almeno di venire con noi da 23, una specie di capitano non giocatore come era stato Facchetti in Argentina. Mi ringraziò, ma scelse di restare a Torino a curarsi per preparare la stagione successiva. Perso lui avevo Altobelli, un uomo di classe che poteva fare un po’ il Bettega e un po’ il Rossi ma non aveva né la potenza del primo né lo scattino fulminante del secondo.

Avevo Graziani, punta di sfondamento, di grande generosità e coraggio. Ma dovendo già rinunciare alla classe di Bettega, a maggior ragione non potevo fare a meno di quella di Rossi, convinto com’ero che il suo sesto senso sotto rete potesse essere la nostra arma in più. Così, decisi definitivamente di provare a recuperarlo a ogni costo.

A ogni costo, è proprio il caso di dirlo. Cominciò lasciando a casa Pruzzo e convocando al suo posto Selvaggi. Alle critiche, durissime, rispose più o meno che Pruzzo nella sua nazionale c’era già stato e non era sembrato particolarmente compatibile con il sistema di gioco; mentre Selvaggi, con le sue caratteristiche basate sull’agilità, sarebbe stato una valida alternativa a Rossi nel caso Paolo non avesse ritrovato in tempo la condizione. Discorso tecnicamente accettabile: in realtà spudorato. Bearzot scelse Selvaggi e non Pruzzo per ragioni esclusivamente ambientali. Sapeva che se Rossi avesse sbagliato una partita, cosa più che probabile in avvio, tutti avrebbero invocato Pruzzo, mentre ben pochi si sarebbero ricordati di Selvaggi. Non solo. A un capocannoniere non sarebbe stato facile dire ti porto con me, ma tra te sano e Rossi convalescente io punterò a oltranza su di lui. A un miracolato dell’ultima ora, che già toccava il cielo con un dito, quel discorso si poteva fare.

Difatti Bearzot non esitò a farglielo subito, il primo giorno. E quando Selvaggi si sbagliò a dire, mister io pur di venire al mondiale porterei anche le valigie, il vecio soffiando una nuvola di fumo rispose non occorre, basta che lasci a casa le scarpette.

Se l’ho detta è divertente. E se Selvaggi ha accettato la battuta mi ha confermato sin da quel momento che avevo visto giusto a fidarmi della sua intelligenza e del suo spirito di gruppo. La mia memoria va a intermittenza, di quegli ultimi giorni di Alassio e dei primi di Vigo non ho ricordi particolarmente nitidi. Ma Paolo cresceva. Lo vedevo in allenamento, lo seguivo con un’attenzione particolare, ne parlavo ogni sera con Maldini e col professor Vecchiet.

Sapevo che non sarebbe più stato quello d’Argentina, che avremmo dovuto studiare insieme un raggio d’azione più limitato. Ma il senso dello smarcamento era intatto, la scelta di tempo che disorientava l’avversario pure, e lo scattino folgorante un po’ alla volta stava ritornando a galla. Andò abbastanza bene nella prima partita con la Polonia, dando quello che da lui mi potevo aspettare. Nella seconda sapevo prima che avrebbe avuto problemi. Il guaio èche quel giorno col Perù i problemi li ebbe tutta la squadra.

E che problemi. Una partita pessima, un pareggio stentato dopo quello ben combattuto con la Polonia. E una tempesta di critiche, inevitabili, per la squadra in generale e per Paolo Rossi in particolare. L’indomani, sui giornali, c’è chi lo racconta come un piccolo passerotto ferito che non sa più volare, chi svela che le cartelle cliniche del centravanti mettono paura sin dai tempi di Alassio, chi non sa rinunciare alla battuta e scrive che Rossi non segna più nemmeno per scommessa.

I giornalisti rimasti in patria non vogliono essere da meno. Anzi. Uno che nel frattempo è diventato multimediale ma già allora si dilettava di sentenze senza appello scrive di Paolo Rossi che mandarlo in campo è una bestemmia. In queste condizioni, aggiunge, un giocatore va spedito in montagna. C’è anzi da chiedersi, conclude, quali conoscenze di sport abbia gente convinta di poter cavare qualcosa da un atleta ridotto nelle condizioni di Rossi.

Non c’erano montagne in Galizia. E io volevo tenermelo vicino perché con le mie modeste conoscenze di sport ero convinto che qualcosa di buono prima o poi ne sarebbe uscito. Queste frasi comunque le ricordavo, erano in un articolo di fondo che lessi in una rassegna stampa vecchia di un paio di settimane, quando già Rossi aveva segnato i tre gol al Brasile e i due alla Polonia. Erano in tre a tenermi mentre urlavo che gli volevo telefonare, che ero sempre in attesa dei suoi dépliant di montagna.

Ma, certo, con il Perù giocammo davvero male e io tolsi proprio Rossi nell’intervallo. Rientrando in spogliatoio gli dissi semplicemente basta, poi andai da Causio a spiegargli che cosa mi aspettavo da lui nella ripresa. Al momento di tornare in campo mi voltai e vidi Paolo mogio sulla panca, una scarpa sì e una no. Preparati per la prossima, gli dissi chiudendo la porta.

Non gli tastò i fianchi, nel frattempo si erano snelliti. Ma il tono era lo stesso di qualche mese prima a Torino. E si trattava dell’ennesimo, estremo atto di fede nei confronti dell’unico giocatore grazie al quale si poteva sperare di vincere quel mondiale.

Ci fu ancora il Camerun, con altre sofferenze, altri linciaggi. Poi, finalmente, la metamorfosi di Barcellona. Facile adesso dire che era prevista: in realtà Bearzot l’aveva sempre e soltanto sperata. In compenso, si realizzò proprio secondo le modalità che il vecio ha da sempre teorizzato: quando la condizione ottimale arriva, prima la squadra trascina il solista (Argentina) poi può essere il solista a trascinare la squadra (Brasile).

Non l’ho inventata io, è la storia del calcio che la insegna. Basta volerla studiare. Perché, in America com’è andata? Prima la squadra ha stretto i denti e ha trascinato Baggio. Poi viceversa.

O qualcuno pensa ancora che saremmo arrivati in finale nel ’94 se Baggio non avesse inventato quello che ha inventato, e con una gamba sola?

Come sembrano già lontani i tempi dello spartito, degli schemi innanzitutto, se si torna a parlare di calcio con chi l’ha sempre vissuto dal di dentro e non ha mai preteso d’averlo brevettato. Con chi sa che in certe situazioni, più frequenti di quanto non si creda, uno sguardo, una parola valgono più di qualsiasi addestramento, perché al momento della verità è l’istinto a guidare il campione verso la porta. E l’istinto va protetto, coccolato.

L’istinto e insieme il rispetto della vocazione. Rossi è nato ala destra nell’under 21, ma quel lavoro di rientro, copertura e affondo era troppo pesante per lui, con quelle ginocchia disastrate.

È diventato grande nel Vicenza, in Argentina è stato eccezionale, dopo quei due anni ai box si trattava di rigenerarlo, ridandogli freschezza e assegnandogli compiti più limitati. Paolo, fammi questo tipo di rientri, copri ogni tanto se ce la fai: ma l’importante è che tu ti faccia trovar pronto e fresco quando riconquistiamo palla. Questo non ho smesso di raccomandargli in quelle settimane.

Ricordo quando vennero a premiarlo quale miglior giocatore del mondiale. Noi tutti intorno a fargli corona, questo presidente di giuria che gli consegna una spilla di brillanti a forma di pallone, lui che guarda Conti e gli dice serio-serio di aver pazienza perché le giurie badano solo ai gol invece che alla qualità del gioco. Poi fissa me, cerca le parole e riesce soltanto a sussurrare «grazie», ma in un modo che mi è rimasto scolpito nel cuore. Qualcuno ha scritto che per Paolo Rossi ho rischiato la vita. Semmai la carriera, e già mi sembra ci sia una bella differenza. Ma non so cosa darei per tornare indietro, solo per il gusto di poterlo rifare.

da “Il romanzo del vecio Enzo Bearzot, una vita in contropiede”, di Gigi Garanzini, Baldini + Castoldi, 2018

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