Sul campo con i grandiIl progetto americano per portare il soccer ai vertici del calcio mondiale

McKennie, Pulisic, Adams, Dest, una nuova generazione di talenti statunitensi sta trovando spazio nelle rose dei grandi club europei: quest’anno per la prima volta nella storia della Champions League giocano 10 calciatori nati negli Usa. Non è solo frutto di una golden generation, ma il primo passo di un percorso di sviluppo che parte da lontano

AP/Lapresse

Nonostante sia in rampa di lancio da quasi trent’anni, il calcio a stelle e strisce non è ancora riuscito a decollare. La mancata qualificazione alla Coppa del Mondo del 2018 è stata un colpo durissimo per un movimento che – dopo gli ottavi di finale raggiunti nel 2010 in Sud Africa – credeva di essere finalmente pronto per confrontarsi con le super potenze calcistiche europee e sudamericane.

Da allora, invece, il rendimento della nazionale maschile è peggiorato sensibilmente. Oltre al numero di vittorie negli ultimi anni si è assottigliato anche quello dei calciatori che giocano nei principali campionati europei. Mentre nella rosa del 2010 solo 4 dei 23 convocati militavano nella Major League Soccer, sei anni più tardi, durante la Copa America del Centenario, i giocatori dell’Mls erano 12.

Le cose, però, stanno iniziando a cambiare. Per la prima volta nella storia della competizione nella Champions League in corso giocano 10 calciatori americani. Christian Pulisic (Chelsea), Gio Reyna (Borussia Dortmund), Tyler Adams (RB Leipzig), Weston McKennie (Juventus) e Sergiño Dest (Barcellona) sono titolari nei rispettivi club; Konrad de la Fuente (Barcellona), Zack Steffen (Manchester City), Chris Richards (Bayern Munich), Ethan Horvath (Club Brugge) e Alex Mendez (Ajax) sono riserve, comunque coinvolte nelle rotazioni dei propri allenatori.

Oltre alla giovane età (il più vecchio è il venticinquenne Steffen), 6 di questi 10 ragazzi hanno un’altra cosa in comune: sono cresciuti all’interno della US Soccer Development Academy. Pulisic, Reyna, McKennie, Adams, Steffen e Richards hanno fatto parte del programma inaugurato nel 2007 dalla federazione statunitense in collaborazione con l’Mls per allenare “in casa” una generazione di calciatori a cui affidare il definitivo salto di qualità del soccer americano. I primi risultati sembrano essere molto promettenti. Per la prima volta, infatti, la squadra nazionale può contare su un nucleo di giocatori abituati a ricoprire un ruolo importante nei principali club europei.

La Development Academy oggi coinvolge 113 club, quasi 500 squadre (suddivise in 7 categorie, dall’Under 13 all’Under 19, sia maschili che femminili) e più di 9.000 calciatori e calciatrici tra Stati Uniti e Canada. Un progetto con cui la federazione statunitense ha finalmente standardizzato i metodi di allenamento, rendendo più efficiente lo scouting e la crescita dei giocatori più promettenti del Nord America.

L’Academy ha rivoluzionato il calcio giovanile americano concentrandosi soprattutto sullo sviluppo tecnico dei ragazzi, che si possono allenare continuativamente per 10 mesi all’anno senza più giocare un numero spropositato di partite viaggiando da una parte all’altra del Paese.

Grazie alla creazione di tre conferences regionali gli staff tecnici hanno più tempo per allenare le proprie squadre, che negli ultimi anni hanno iniziato a colmare il gap tecnico con i pari età europei. Il numero di formazioni che competono nella Development Academy diminuisce con l’aumentare dell’età dei ragazzi, permettendo a quelli più forti di continuare a competere tra loro e di essere spesso convocati in prima squadra, cominciando così a respirare l’aria del calcio professionistico.

L’Mls ha contribuito al successo del programma, sostenendolo indirettamente fino allo scorso aprile quando a causa dell’emergenza sanitaria ne ha acquisito il controllo, ribattezzandolo MLS NEXT. Lo scopo dell’operazione – voluta dal commissioner Don Garber – è duplice: da un lato quello di alzare il livello della lega facendo giocare il prima possibile i ragazzi più promettenti; dall’altro quello di trasformare l’Mls in una selling league simile alla Ligue 1 francese, vendendo in Europa i prospetti più forti e reinvestendo quanto guadagnato dalle loro cessioni nella crescita di altri giovani calciatori.

Un piano che sta già dando i suoi frutti perché in coda ai giocatori già sbocciati ne stanno arrivando altri: Timothy Weah (Lille), Erik Palmer-Brown (in prestito all’Austria Vienna dal Manchester City) e Ulysses Llanez (nell’Heerenveen ma di proprietà del Wolfsburg) sono i più quotati.

La sensazione è che quella di Pulisic, McKennie e Adams non sia solo una golden generation apparsa per caso ma l’avanguardia ragionata del nuovo calcio americano. Destinata, dopo anni di attesa, a far sedere la nazionale maschile americana al tavolo dei più forti.