Una voce fuori dal coroStoria dell’Esperanto, la lingua neutrale che avrebbe potuto unire l’Europa

Camilla Peruch racconta in un libro il coraggioso esperimento culturale creato dal professor Ludwik Lejzer Zamenhof, frutto del positivo intreccio tra la multiculturalità e il plurilinguismo di un piccolo paese dell’Europa occidentale, moderna sopravvivenza di un passato sempre più remoto ma non per questo meno suggestivo

La storia europea vive nel segno di una comune cultura, da tutti riconosciuta e condivisa, e nella cronica incapacità di superare le divisioni che il tempo e il divenire storico hanno consolidato. Il medioevo, lunga stagione che ha posto l’Europa cristiana e feudale in mutuo e spesso conflittuale contatto con il mondo islamico africano e medio-orientale e con l’impero romano d’Oriente, aveva l’Italia a rappresentare nelle sue divisioni geografiche e politiche un compendio culturale di questi tre mondi. Fu questo il comune alveo dal quale germogliarono le moderne identità nazionali, soprattutto nel settore occidentale dell’Europa.

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L’idea di una possibile e pacifica integrazione sovranazionale delle diverse nazioni europee parlanti una lingua comune, si fece largo accanto alla nazionalizzazione delle masse nel contesto della rivoluzione industriale del carbone e dell’acciaio e della formazione della moderna società di massa. Il nazionalismo aggressivo e sciovinista che si impose in quasi tutti i contesti nazionali europei divenne la forza più dirompente e pericolosa nella seconda metà del XIX secolo, caratterizzata dall’imperialismo e dalla gara coloniale fra le maggiori potenze europee per la spartizione del continente africano e di parte considerevole di quello asiatico.

Accanto alla volontà di conquista e al suprematismo della razza bianca nel mondo, forse proprio per reazione nel segno della riscoperta di principi umanitari sia di natura religiosa che laica, nacquero il pacifismo e i progetti di integrazione europea, frutto delle menti illuminate di una comunità culturale che era esistita in passato e continuò ad esistere sfidando le lusinghe del razzismo, del darwinismo sociale e del nazionalismo più esasperato. Non per caso furono gli intellettuali del mondo ebraico ashkenazita, diffusi dalla Germania alle vaste plaghe dell’impero russo, a credere nel principio di integrazione europea e nel superamento delle dimensioni nazionali, unendosi ai protagonisti della cultura del tempo: tutti coloro che nei diversi paesi preferirono sottolineare tratti comuni piuttosto che rafforzare l’idea di inconciliabili divergenze.

La storia dell’esperanto, che il lettore può percorrere leggendo le pagine di Camilla Peruch, è dunque quella di un coraggioso esperimento culturale per valutare il quale non dobbiamo ricorrere ai normali parametri del successo o del fallimento. Fu infatti un esperimento culturale, culminato nella creazione di una lingua comune, frutto di un pensiero alternativo rispetto alle tendenze dominanti alla fine del XIX secolo e nel primo decennio del XX. In un mondo popolato di intellettuali e masse pericolosamente affascinati dalla violenza, persuasi che il motore della storia e del progresso fosse la guerra, che la nazione o la classe sociale fossero il nucleo attorno al quale costruire la modernità politica e sociale attraverso una palingenesi violenta e distruttrice, l’inventore dell’esperanto si unì idealmente ai costruttori di pace nel tentativo di unire l’Europa (e il mondo) nel segno della reciproca comprensione.

UqUALE le strumento meglio di una lingua comune poteva trasformare in realtà il sogno di un’Europa senza barriere culturali e politiche? L’avventura dell’esperanto attraversa il periodo più creativo e nel contempo maggiormente conflittuale della storia del Novecento europeo: la Belle Époque, la prima guerra mondiale e il tentativo di costruire un ordine europeo fondato bensì sul trionfo dello Stato nazionale e della liberal-democrazia, ma soprattutto su un nuovo modo di intendere le relazioni internazionali.

La nuova lingua fu il frutto del positivo intreccio tra la multiculturalità e il plurilinguismo di un piccolo paese dell’Europa occidentale, moderna sopravvivenza di un passato sempre più remoto ma non per questo meno suggestivo, e la figura di Ludwik Lejzer Zamenhof, intellettuale ebreo e medico, originario della città di Białistok nella Polonia russa del tempo. Il dr. Esperanto, pseudonimo con cui Zamenhof firmò il primo manuale della nuova lingua, proveniva da una delle molte variegate realtà dell’Europa orientale, quella delicata trama interetnica e culturale che nel trentennio delle due guerre mondiali fu quasi integralmente lacerata e distrutta. Una realtà in cui era normale esprimersi in russo, lingua ufficiale nell’impero degli zar, in tedesco, polacco, lituano e yiddish, parlati dalle popolazioni presenti in città e nel governatorato di Grodno, di cui Białistok fece parte fino al 1918. Una realtà simile a molte altre nei confini dello Stato imperiale russo e di quello asburgico, l’Austria-Ungheria delle dodici nazionalità ufficialmente presenti nei suoi confini.

L’esperimento di Zamenhof, fatto rivivere da Camilla Peruch con una prosa elegante e avvincente nel pieno rispetto del rigore storiografico, fu di creare una lingua comune facile partendo da quelle difficili, in cui ogni europeo potesse ritrovare un frammento del proprio bagaglio culturale e della lingua madre. Nel 1907 a Cambridge, prestigiosa sede accademica britannica, Zamenhof dichiarò che non era sua intenzione intromettersi nella vita dei popoli ma creare un ponte fra di loro: proprio la condotta opposta a quella che aveva reso l’inglese il principale candidato al ruolo di lingua internazionale in virtù dell’estensione planetaria dell’impero britannico.

Se avesse avuto il successo che i suoi sostenitori auspicavano, tra tutti la baronessa Bertha von Suttner, premio Nobel per la pace nel 1905, l’esperanto avrebbe infatti potuto confutare l’affermazione di un allievo del linguista Max Weinrich (1894-1969), ebreo tedesco del Baltico e grande cultore dello yiddish. Lo studente, a detta dello stesso Weinrich, avrebbe sostenuto durante un seminario che ‘una lingua è un dialetto con un esercito e una marina’, tesi cui difficilmente si sarebbe potuto dare torto anche senza far riferimento all’inglese, pensando alla diffusione del greco antico, del latino e dell’arabo dall’evo antico all’età medioevale, successivamente dello spagnolo, del francese e del russo.

L’esperanto nacque come strumento di comunicazione per favorire in primo luogo l’integrazione europea, da diffondere pacificamente senza velleità di sovrastare o peggio cancellare altre lingue. Con queste caratteristiche si pose accanto alle moderne organizzazioni internazionali come possibile ed efficace strumento di promozione della pace in Europa e nel mondo, soprattutto dopo gli orrori della Prima Guerra Mondiale e la dimostrazione dell’abisso in cui il mondo delle conquiste civili poteva precipitare prestando orecchio alle sirene del darwinismo sociale e dell’illimitata volontà di potenza.

Nel periodo postbellico parve che le migliori istanze in difesa di un ordine fondato sul rigetto della guerra e sull’arbitrato nelle dispute internazionali potessero prendere il posto degli equilibri garantiti dalla presenza di blocchi di potenze rivali. In un contesto simile, che caratterizzò gli anni Venti e l’attività della Società delle Nazioni, anche il sogno di una lingua comune tornò alla ribalta. La grande crisi economica del 1929 innescata dal crollo della Borsa di Wall Street, l’avvento dei totalitarismi e la progressiva eclisse della democrazia liberale dal Baltico al Mar Nero inaugurarono invece l’epoca di ferro e fuoco che mise definitivamente in ginocchio l’Europa lasciando spazio al bipolarismo delle due superpotenze USA e URSS.

Parlare oggi della storia della lingua neutrale ha un profondo significato sia nella riflessione critica sul passato dell’Europa, sia sulle prospettive future dell’attuale Unione. L’esperanto avrebbe potuto essere lo strumento linguistico ideale per superare la paura degli effetti deleteri della globalizzazione sulle piccole nazioni, garantendo comunque la loro sopravvivenza culturale.

L’Unione Europea dotata di una adeguata Costituzione e dell’esperanto come lingua ufficiale avrebbe forse potuto essere più forte e coesa di quella dell’Euro. Dal momento che il destino culturale e politico dell’Europa si fonda ancora sul libero arbitrio degli europei.

Da La lingua neutrale – Una voce fuori dal coro per ricostruire l’Europa (Kellermann) di Camilla Peruch

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