La retorica surreale Il salutismo ideologico del governo nel paese col maggiore tasso di letalità del continente

La tragicità della pandemia in Italia viene rappresentata dall’esecutivo come una lotta del bene contro il male, come se mettere in discussione i risultati di Conte significasse contestare il valore del diritto alla salute. Una retorica pericolosa, che dovrebbe impedire a ministri ed esponenti politici di indossare il mantello dei salvatori

Lapresse

Dall’alto del maggiore tasso di letalità del continente (morti su positivi, 3,5%) e di una mortalità (109 morti ogni 100.000 abitanti) che fa dell’Italia il terzo paese al mondo in cui si muore di più di Covid, appare quasi surreale l’insistenza retorica del governo sulla tenuta del sistema rispetto all’urto della pandemia (“tenuta” in che senso?) e sull’impegno a salvare le vite umane messe a rischio da quanti eccepiscono sulla necessità e sull’efficacia del labirinto di restrizioni, che l’esecutivo ha congegnato fino ad ora e si appresta a indurire per scongiurare il “rischio Natale”.

Il rapporto tra le chiusure e i morti è ormai chiaramente inverso rispetto a come viene presentato. Non servono le prime a scongiurare la crescita dei secondi, ma è la crescita dei secondi – con i “record” di cui dicevamo – a imporre le seconde come soluzioni d’emergenza obbligate, in assenza di alternative che in Italia è sbagliato dire che non abbiano funzionato, perché semplicemente non sono mai esistite. Le restrizioni alle attività sociali ed economiche – che in Italia nella prima e nella seconda ondata non sono state inferiori a quelle di nessun altro Paese – non hanno fatto parte di una strategia, ma sono state l’unica strategia, visto che il tracciamento dei contagi e l’isolamento dei contagiati non è di fatto mai partito e il sistema sanitario è quasi ovunque collassato.

Se non si può escludere che la mortalità italiana da Covid rifletta una vulnerabilità del nostro Paese ancora sconosciuta o risalga a un insieme di cause non tutte addebitabili alla negligenza dei governi nazionali e regionali, è altrettanto vero che il tabellino dei risultati dovrebbe impedire a ministri ed esponenti politici di indossare il mantello dei salvatori.

La retorica sui morti è ulteriormente insopportabile perché in nessun paese del mondo civile – e neppure in Italia – la minimizzazione del numero delle vittime della pandemia è stato mai considerato l’unico obiettivo delle politiche di contrasto e ovunque – e quindi anche in Italia – il suo peso è stato considerato in funzione di una serie di valori e interessi sociali altrettanto rilevanti e non immediatamente sacrificabili. L’algoritmo che detta la “colorazione” delle diverse regioni – rosso, arancione, giallo – non regola affatto le restrizioni in funzione dell’obiettivo “morti zero”, che azzererebbe la vita economica e sociale con effetti di medio lungo periodo rovinosi, anche dal punto di vista sanitario (crollo del pil, riduzione delle entrate, sotto-finanziamento dei servizi).

La dissimulazione implicita nel mestiere politico consiglia di non sbandierare ai quattro venti queste valutazioni, perché i costi di oggi, anche in termini di vite umane, appaiono sempre più insopportabili di quelli di domani. Ma in questo calcolo non c’è affatto un bieco “cinismo”, bensì una generosità nell’immediato poco apprezzabile, perché volta a garantire un’equità intertemporale nell’utilizzo di risorse scarse – quali sono, per definizione, quelle erariali – nonché una consapevolezza della natura tragicamente dilemmatica delle scelte che una pandemia porta con sé, comportando sempre un’opzione tra alternative che esigono il (relativo) sacrificio di diritti fondamentali e teoricamente non sacrificabili.

Nelle democrazie questo calcolo straziante è ulteriormente complicato dal fatto che il valore dei beni e dei diritti salvaguardati o sacrificati non è “oggettivo” e non è stabilito arbitrariamente da un’autorità politica indiscussa, ma riflette le idee diffuse della popolazione e la loro mutevolezza. È evidente, ad esempio, che nella prima ondata la disponibilità ad accettare il lockdown assoluto è stata ben superiore a quella registrata per i lockdown più circoscritti della seconda ondata: questo non è accaduto perché a distanza di qualche mese la gente ha in generale meno paura di morire, ma perché moltissimi cittadini stanno conteggiando l’insieme delle perdite che non solo la pandemia, ma anche le politiche anti-pandemiche stanno loro infliggendo.

La complessità e la tragicità della pandemia in Italia non è solo semplificata e edulcorata nella comunicazione pubblica – cosa inevitabile – ma viene capovolta in una rappresentazione della guerra contro il virus come di una lotta del bene contro il male, della vita contro la morte, come se mettere in discussione i risultati del governo significasse contestare, di per sé, il valore del diritto alla salute e la sua preminenza costituzionale. Questo “salutismo” ideologico dell’esecutivo nel paese in cui il governo ha più morti sul groppone non ha solo qualcosa di falso, ma di macabro, come macabre sono sempre le derive dell’ideologia e della menzogna politica.

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