Tutti sul divanoI film e le serie sul cibo di Netflix che forse non conoscete (ma dovreste)

Abbiamo esplorato l’intero catalogo alla ricerca di documentari e programmi che raccontassero la cucina, i ristoranti e i ristoratori in tutte le loro sfumature, soprattutto le meno note. Ecco cosa abbiamo trovato

Chiunque ormai conosce serie come Chef’s Table; Ugly Delicious; Salt Fat Acid Heat; e anche noi, d’altronde, abbiamo già dedicato ai migliori film sul cibo presenti su Netflix lo spazio che giustamente meritano. Sulla piattaforma sono presenti un gran numero di programmi di cucina, documentari sugli chef nonché tantissime pellicole giapponesi e coreane che combinano cucina e romanticismo, ma lo scopo qui è diverso, e consiste nello stilare un elenco per rendere giustizia alle gemme meno conosciute che potreste aver perso. E che adesso – complici le feste chiusi in casa, i Dpcm, il balletto tra zone arancioni e rosse che ci vedrà impegnati fino alle prime settimane del nuovo anno – potrete finalmente recuperare: della serie, non tutti i lockdown vengono per nuocere.
Questa stravagante serie drammatica nipponica è stata un enorme successo in Giappone, portando allo sviluppo di film e imitazioni in Cina e Corea, ma da una manciata di buongustai hardcore pare averla scoperta nel resto del mondo. Ambientata a tarda notte in un izakaya gestito da un enigmatico proprietario – simile a un terapeuta – noto come il Maestro, esplora la vita interiore dei commensali che vanno e vengono dalle sue porte. Ogni episodio si concentra su uno dei piatti preferiti dei personaggi, e la storia si sviluppa gradualmente attorno a esso. Sono disponibili soltanto due stagioni su cinque, ma alla fine sarete lì, con l’acquolina in bocca, pronti a desiderarne ancora e ancora.
Pieno di curiosità sui taco e ricette gustose, ciascuno dei tredici episodi di questa serie – che conta due stagioni in totale – di documentari messicani si concentra sulle diverse varietà e sulle tecniche di cottura: al pastor, carnitas, canasta, asada, barbacoa e guisado. La loro storia e cultura alimentare viene esplorata con scrittori di cibo messicano, venditori di street food e altri esperti: l’unico aspetto vagamente inquietante è quando il taco stesso prende il posto di parti della narrazione, con battute come «guarda come sono stato magnificamente massaggiato!». La seconda stagione comprende il suadero, una specialità del notissimo (e apprezzatissimo) ristorante londinese La Chingada, e il birria, uno dei più richiesti e ordinati in California quest’anno.
Troppo qualificato e apparentemente troppo in gamba per il suo lavoro, un rappresentante  giapponese ossessionato dai dessert s’impone nel reparto marketing di una casa editrice in modo tale da poter visitare i negozi di dolci di Tokyo tra una visita e l’altra (ammettiamolo: come mossa carrierista, si tratta di un’idea a dir poco geniale). La brillante e divertente serie comica, basata sull’omonimo manga, è un’insolita ma introduzione ai dolci giapponesi piena di allettanti primi piani, che utilizza la follia e il caos derivanti da un mix di live action e grafica per raccontare gli ingredienti. I negozi di dolci di Tokyo sono veri, ognuno è famoso per un dolce specifico come l’anmitsu, il mitsumame, il budino al caramello, l’ohagi e il semifreddo. Consiglio spassionato: tenete a portata di mano un po’ di torta o cioccolato.
Acclamata da molti, criticata da pochi, questa serie di documentari politici è uno sguardo illuminante sui problemi legati alla produzione e alla fornitura di prodotti alimentari come miele, arachidi, merluzzo e cioccolato. L’episodio sugli avocado, ad esempio, esamina come l’aumento della domanda abbia portato alla formazione di cartelli di avocado in Messico e una preoccupante carenza di acqua in un Cile già afflitto dalla siccità. Ci sono interviste strazianti con agricoltori, produttori e fornitori, che s’avvalgono d’una fotografia dolorosamente bella. È una visione profondamente scomoda ma essenziale; entrambe le stagioni prodotte sono disponibili.
Le due stagioni di questa docuserie in mandarino si concentrano sugli ingredienti, sui piatti e sulle tecniche di cottura delle regioni del Chaoshan e dello Yunnan, in Cina. Si tratta di episodi piuttosto brevi – vanno dai 10 ai 12 minuti ciascuno – che però riescono a essere talmente efficaci nello spiegare l’uso di ingredienti come olive, arance Chaozhou, banane, olio di semi e farina salata in piatti tradizionali, che viene da chiedersi perché nessun altro Paese non abbia pensato di creare una serie così accessibile e visivamente accattivante.
In questa tenera serie comica giapponese, un samurai appena andato in pensione, scrollatosi di dosso gli obblighi lavorativi, visita un ristorante diverso in ogni episodio per mangiare e bere ciò che più gli pare e piace. I primi piani amorevoli del cibo e lo sguardo di pura gioia sul suo viso vi faranno prendere in mano il telefono e scorrere le foto del vostro ultimo pasto al ristorante, riempiendovi di nostalgia. Malinconia a parte, è la strategia di pensionamento perfetta da pianificare in futuro.
Se avete letto l’acclamato libro di Michael Pollan Cooked, questa è la versione filmata in quattro parti: ogni episodio esamina la storia e le tecniche di cottura al fuoco (barbecue in Australia), acqua (cottura in pentola in India), aria (panificazione in Marocco) e terra (fermentazione). La conoscenza, la passione e la cura di Pollan nell’indagare e nello spiegare anche i dettagli apparentemente più insignificanti riescono quasi a far commuovere.
La combinazione di un format televisivo decisamente nipponico strano e di contenuti per nulla ordinari rende la visione di questa docuserie giapponese a tratti inquietante. Ci sono strani report di ciò che mangiano i tossicodipendenti e faide tra gang nemiche per le strade di Los Angeles, con un comico giapponese che guarda le registrazioni su un grande schermo, facendo commenti stupidi e talvolta inappropriati per coinvolgere il pubblico. Tutto ciò è in netto contrasto con ogni servizio, il che che vi spingerà fuori dalla vostra comfort zone e solleverà domande etiche sulla natura della realizzazione di programmi come questi. In ordine sparso, assistiamo a un corso di cucina in Liberia che s’avvale di forniture di aiuti venduti illegalmente sul mercato nero; al pranzo consumato da un orfano sopravvissuto all’ebola; alle vicissitudini di una prostituta seguita minuto per minuto, dall’acquisizione di un cliente all’acquisto di un pasto con i soldi guadagnati; al pasto di un boss mafioso taiwanese che mentre mangia offre il suo biglietto da visita al cameraman. Non vedrete mai nient’altro di simile.
Esplorando le origini, le tradizioni e la cucina della diaspora, questo documentario argentino guarda a come gli immigrati italiani negli Stati Uniti e in Argentina hanno influenzato la cultura gastronomica locale aprendo ristoranti e bancarelle di frutta e verdura, introducendo ingredienti come il polpo e adattandosi alle circostanze per creare piatti come gli spaghetti con le polpette: cucina “imbastardita” o “assimilata”, dipende un po’ dal punto di vista. Diversi esperti discutono di come il cibo sia sì legato all’identità, ma cambi quando muta il territorio stesso, mentre varie associazioni italiane tentano di uniformare le ricette di pizza e carbonara. L’inizierete a guardare convinti della vostra opinione – qualsiasi essa sia – ma alla fine vi ritroverete un po’ meno sicuri di quando siete partiti.
Meglio conosciuto come il creatore della sitcom Everybody Loves Raymond , Phil Rosenthal mentre mangia in tutto il mondo è destinato a dividere. Alcuni lo trovano fastidioso e condiscendente; altri amano il suo entusiasmo puro e gioioso, la sua innocenza, gli occhi spalancati e il suo sorriso contagioso. La serie di documentari si rivolge direttamente a turisti americani non esperti, non buongustai e benestanti che hanno voglia di farsi tanto una risata, quanto un’avventura. Quando a Rosenthal, a Bangkok, viene presentato del riso appiccicoso con una scelta di condimenti, sembra  un bambino in un negozio di caramelle: «questo dovrebbe essere presente a ogni festa di compleanno, pure alla mia!». Successivamente mostra vari frutti thailandesi ai suoi genitori su Skype: loro sono sconcertati dal mangostano, e lui spiega: «mango-steen, un mango ebraico!». Lo si adora o lo si odia; senza dubbio, però, fa ridere

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