La spia perfettaAddio a John Le Carré, lo scrittore anti-Bond che raccontò meglio di tutti la Guerra Fredda

Il suo fu un ciclo di thriller costruito su intreccio e atmosfere dove prevalgono il dubbio e l’ambiguità. Tutti ingredienti di un’epoca che l’autore, ex agente segreto, aveva imparato a conoscere fin da giovane

AP Photo/Kirsty Wigglesworth, File

Le sue prose erano «più complicate di quanto avessi mai visto nella mia vita», aveva detto Kim Philby, l’agente segreto britannico diventato famoso per il suo doppiogiochismo con l’Urss. «ma erano senza dubbio una buona lettura, dopo quelle stupidaggini di James Bond».

Parola di collega, avversario e traditore, ma anche di buon intenditore letterario. Perché John Le Carré (vero nome: David John Moore Cornwell), lo scrittore inglese bestseller ed ex spia, morto per polmonite il 13 dicembre nell’ospedale pubblico di Truro, in Cornovaglia, è sempre stato l’anti-Fleming. E il suo personaggio principale, l’agente George Smiley, era l’anti-Bond.

Del resto le 29 spy-story della sua carriera di scrittore (ne ha avute anche altre, su cui si tornerà) non giocavano con tecnologie avveniristiche e cattivi elementari. Regalavano atmosfere e dubbi, trame contorte e incertezze che segnavano il regno dell’ambiguità, la qualità principale di un mondo in cui pochi sono quello che dicono e fanno quello che vorrebbero.

Nonostante la critica lo snobbasse, Le Carré aveva dalla sua l’amore del pubblico e le lodi degli scrittori. Il suo “La spia che venne dal freddo”, del 1963, venne trasposto al cinema e guadagnò i complimenti di Graham Greene («la migliore spy story che abbia mai letto»). Vent’anni dopo, Philip Roth definirà l’autobiografico “La spia perfetta” «il più bel romanzo in lingua inglese degli ultimi 40 anni». Per Ian McEwan, che amava “Una verità delicata”, del 2013, lo definì «il più importante romanziere del secondo Novecento».

È l’espressione giusta: Le Carré, che in quel momento aveva già 82 anni, continuava a portare dentro di sé il fardello di un secolo, o meglio, della sua metà più recente, che si era esaurito da tempo. Anche a distanza di anni – lo dichiarò senza problemi – aveva nostalgia della Guerra Fredda, il mondo più semplice che nasconde intrichi complessi, tempi in cui, ebbe modo di dire, «avevamo speranze che quando sarebbe finita avremmo ricostruito il mondo». Adesso proprio quel mondo va «verso Oriente» e decifrarlo è sempre «più difficile».

Di fronte ai cambiamenti della realtà aveva dovuto fare delle scelte. Il suo stile era rimasto vivido e complesso, ma i temi erano cambiati. Adattarsi del resto è sempre stato un suo pregio.

Da giovane, per seguire le stravaganze del padre, aveva dovuto cambiare diverse scuole (non a caso i college campeggiano nei suoi romanzi, come “La talpa”, del 1974, e in “L’onorevole scolaro”, del 1975). A 16 anni cambia anche Paese, va in Svizzera per imparare il tedesco (in circostanze misteriose e su cui non farà mai chiarezza) e viene già reclutato da due simpatici diplomatici inglesi, chiamati Wendy e Sandy per dare un’occhiata ai gruppi studenteschi di sinistra. «Ero fiero di dimostrare il mio patriottismo», racconterà poi.

Da lì comincia la sua carriera: lo troviamo due anni dopo in Austria a interrogare i rifugiati da Oltrecortina. Nel 1952 va a Oxford e studia lingue. E intanto continua a dare occhiate a compagni e professori, stavolta fingendo di essere «di sinistra».

Si sposa, insegna in una scuola preparatoria, si laurea e poi atterra a Eaton, la fabbrica dell’élite britannica, dove insegna francese e tedesco (e suscita scandalo per mettere il latte nella tazza prima del tè). Bravo insegnante, tiene in pugno la classe anche se con metodi che oggi lo porterebbero al consiglio disciplinare, tra cui la caricatura, spietata, del modo di parlare degli studenti.

Dopo due anni, se ne va ed entra nell’MI5, dove convivono, a suo dire, accademici falliti, avvocati falliti, missionari falliti, ex poliziotti delle colonie, eroi di guerra ormai sbiaditi, alcolizzati cronici e persone intelligenti. Se ne andrà anche da qui per approdare al MI6.

È in questo periodo che escono i suoi romanzi, compreso il successo de “La spia che venne dal freddo”. Quando salta il suo pseudonimo (e arrivano anche i soldi delle vendite) decide che è tempo di lasciare anche quel mondo. In più deve affrontare la crisi coniugale, il nuovo triangolo amoroso (ne trae l’unico libro non thriller, e sarà un fiasco), la vita da scrittore. Comincia qui la seconda parte della sua esistenza, che non abbandonerà più, puntellata di romanzi che raccontano il mondo, risultato di un’epoca e di una società dove il tradimento, l’inganno e il doppiogioco erano parte del mobilio.

Le Carré si è sempre mosso sul crinale: aveva giocato nelle scommesse clandestine, gestito agenti segreti, spiato amici e colleghi, traduceva per incontri diplomatici segreti (e tutto prima di compiere trent’anni). In più è sempre stato scrittore: prendeva nota di tutto, segnava ogni cosa, ricordava, reinventava, ri-raccontava. Imitava, scherzava. E non dimenticava nulla.

Il distillato di vita vissuta che metterà nei suoi libri, insieme allo stile sorvegliato, sarà quello che li renderà vividi e attraenti. Non per niente, esaurito il serbatoio di esperienze, gli rimarrà solo la capacità narrativa e quella di inventare nuovi mondi. «Io sono un bugiardo. Nato per mentire, allevato per mentire, addestrato per mentire da un’industria che mente per vivere. E ho fatto pratica come scrittore».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter